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Le attività e aperture del Laboratorio di Riparazione e Riuso di Londa 
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venerdì 26 agosto 2016

DI PATRIZIA GENTILINI: Diritto alla salute, quali verità dietro gli inceneritori di nuova generazione?

Diritto alla salute, quali verità dietro gli inceneritori di nuova generazione?
di  | 23 agosto 2016
L’antivigilia di ferragosto dall’agenzia adnkronos è stato diffuso un comunicato della SItI (Società Italiana Igiene Medicina Preventiva e Sanità Pubblica) con 7 “verità”  a supporto della presunta utilità e innocuità degli inceneritori di nuova generazione, posizione che sarebbe condivisa anche dall’Istituto Superiore di Sanità. Purtroppo sul  sito ufficiale della SItI non è reperibile il comunicato originale e quindi ci si deve limitare a quanto diffuso da adnkronos e ampiamente ripreso dai media. C’è da rimanere  profondamente sconcertati davanti alle “7 verità”  perché non solo nessuna di esse è scientificamente supportata, ma addirittura alcune affermazioni sono in netto contrasto con ciò che emerge dalla letteratura scientifica. Non sono mancate pronte repliche sia da parte dell’ Isde (l’Associazione dei Medici per l’Ambiente) che di Medicina Democratica, ma alcune considerazioni della SItI meritano di essere prese  in esame.
Si afferma ad esempio che  gli inceneritori “non provocano rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti” e che dallo studio epidemiologico Moniter “una delle più sofisticate ricerche al mondo sul rischio connesso alle emissioni di inceneritori […] si evidenzia chiaramente la assenza di rilevanti rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti”. Come già tante volte ho avuto modo di scrivere  sono viceversa numerosi gli studi scientifici (anche recentissimi) che dimostrano esattamente il contrario e descrivono effetti sia a breve (esiti riproduttivi, malformazioni, esiti cardiovascolari, respiratori) che a lungo termine (soprattutto tumori). E’ vero che per la gran parte (ma non per la totalità) si tratta di studi che riguardano impianti di “vecchia generazione”, ma dove sono studi epidemiologici che valutano gli effetti a lungo termine degli inceneritori di “nuova” generazione?
Quanto poi al Moniter – condotto dopo gli allarmanti risultati per la salute femminile emersi dall’indagine sugli inceneritori di Forlì, e costato ben 3 milioni e 400.000 euro di soldi pubblici – si fa presente che sono solo 2 gli studi usciti da questo immane lavoro che sono stati pubblicati su riviste internazionali. Tali studi segnalano un incremento statisticamente significativo del rischio di nascite pre-termine e di abortività spontanea in relazione alle emissioni degli impianti. Abortività  spontanea e prematurità  sono quindi per la SItI inquadrabili come  “assenza di rilevanti rischi sanitari”? Ancora si afferma che le discariche inquinano più degli inceneritori, dimenticando che gli inceneritori (anche di terza generazione) necessitano di discariche speciali per le ceneri leggere, quelle che residuano dai filtri e dai processi di lavaggio dei fumi, residui tossici che non ci sarebbero senza la combustione.
Ancora si parla di “un bilancio energetico complessivo positivo, con produzione di energia e sistemi di teleriscaldamento come accade virtuosamente da anni in città come Brescia, Lecco e Bolzano”.In realtà dal punto di vista energetico, anche con le migliori tecnologie disponibili, si raggiunge un rendimento pari al 40% dell’energia associata ai rifiuti in ingresso, risultato che si può ottenere solo attraverso un uso efficiente del teleriscaldamento e di fatto realizzato solo nelle 3 città citate. In realtà secondo i dati della Epa a parità di materiale l’energia risparmiata con il riciclo è da due a sei volte superiore a quella recuperata con l’incenerimento!
E’ davvero deprimente constatare che si ridicolizza il concetto di “rifiuti zero”, non si conosce il concetto di “economia circolare” e si dipinge l’incenerimento come soluzione del problema rifiuti. Sono invece proprio questi impianti che ostacolano la soluzione dell’“emergenza rifiuti” perché – una volta costruiti –   devono essere alimentati per decine di anni con grandissime quantità di rifiuti, impedendo riduzione, riuso e riciclo dei materiali. C’è quindi una “caccia” ai rifiuti per ogni dove – con ovvio aggravio del traffico pesante – o  addirittura si assimilano i rifiuti speciali non pericolosi (prodotti da utenze commerciali e produttive) ai rifiuti urbani (gli unici di cui dovrebbe farsi carico l’amministrazione pubblica) pur di avere quantità adeguate da bruciare.
La pratica della assimilazione è ampiamente diffusa in Emilia Romagna e Toscana e questo anche se la normativa comunitaria prevede che i rifiuti speciali siano gestiti a mercato libero, in quanto per la massima parte facilmente riciclabili. Si dimentica che gli inceneritori sono finanziati ogni anno con 500 milioni di euro pagati da tutti noi con la bolletta elettrica e questo trasforma l’incenerimento in un ottimo investimento per i gestori, ma non certo per la salute e l’occupazione. Non è certo da oggi che andiamo ribadendo questi concetti: se fossimo stati ascoltati e le risorse spese a favore degli inceneritori fossero state impiegate per raccolta domiciliare e centri di riciclo, quanti problemi avremmo risolto? Quanti ricoveri ospedalieri, sofferenze e morti avremmo risparmiato?
Davanti  ad argomentazioni così banali e  superficiali della SItI c’è solo da arrossire: come si può pretendere che i cittadini abbiano fiducia nella classe medica se una parte qualificata di essa si dimostra quanto meno così poco informata? Personalmente voglio ancora credere nel ruolo dei medici e della sanità pubblica e non rassegnarmi davanti a quella che vorrei fosse solo superficialità e incompetenza, ma non vorrei nascondesse intrecci con interessi che nulla hanno a che fare con la tutela della salute.

venerdì 19 agosto 2016

MEDICINA DEMOCRATICA: Il mito di Prometeo offusca la visione della Società Italiana di Igiene

agosto 17, 2016 
Medicina Democratica Onlus esprime profondo sconcerto e totale disaccordo sul documento della Società Italiana di Igienisti (SItI) a supporto dell’incenerimento dei rifiuti, attraverso impianti di terza generazione, posizione condivisa anche dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Le nostre osservazioni si limitano a quanto riportato dall’Agenzia ADN kronos[1], poiché i documenti non sono disponibili sui siti ufficiali. Vengono presentate “7 verità scientifiche”, in modo dogmatico, senza motivazioni solide o riferimenti bibliografici che le possano sostenere
Si riportano di seguito le “7 verità” e l’analisi critica di Medicina Democratica. comunicato siti agosto 2016
1) Le discariche “inquinano l’ambiente più degli inceneritori” e questi ultimi “non provocano rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti”
Gli inceneritori (anche di terza generazione) non eliminano i rifiuti, ma li trasformano in emissioni, ricche di un variegato cocktail di inquinanti, i residui (scorie pesanti e leggere) sono pari a circa il 30% in peso dei rifiuti in ingresso. Le discariche di servizio sono necessarie anche per gli inceneritori, questi ultimi creano residui che non ci sarebbero senza la combustione dei rifiuti. Le ceneri leggere sono estremamente tossiche in quanto residuano dai filtri e dai processi di abbattimento dei fumi, devono essere conferite a discariche speciali o alla “tombazione” in miniere dismesse. È pertanto fuorviante parlare di discariche in modo generico: una discarica che accoglie le scorie e le ceneri degli inceneritori sarà notevolmente impattante (ma senza un inceneritore alle spalle non ci sarebbe); una discarica ricca di rifiuto organico produrrà biogas inquinante ed aereosol con impatto microbiologico; una discarica a valle di una raccolta differenziata di elevata qualità, smaltisce materiali pressocchè inerti e in quantità ridotte, è privata della frazione organica e ha un bassa produzione di patogeni microbiologici, di percolato e biogas. Per quanto riguarda i rischi sanitari connessi con l’incenerimento si rimanda al punto 3).
2) La gestione del complesso ciclo dei rifiuti solidi urbani prevede azioni integrate con raccolta differenziata, contenimento nella produzione dei rifiuti e attività educative. Ma – avverte la Siti – non si può prescindere dalla disponibilità di termovalorizzatori di ultima generazione che possono portare a un bilancio energetico complessivo positivo, con produzione di energia e sistemi di teleriscaldamento come accade virtuosamente da anni in città come Brescia, Lecco e Bolzano.
Dal punto di vista energetico, le migliori tecnologie disponibili consentono di raggiungere un rendimento pari al 40% dell’energia associata ai rifiuti combusti. Questo risultato si può ottenere solo attraverso un uso efficiente del teleriscaldamento, ovvero sfruttando il calore di scarto, opzione che si realizza molto raramente (di fatto solo nei casi citati da SItI e poco più) perché è necessaria la compresenza di domanda e di offerta. Inoltre, le reti di distribuzione sono molto costose e impattanti, perché richiedono tagli nella rete stradale e predisposizioni in tutte le abitazioni. Il rendimento complessivo e l’aspetto economico solo in condizioni urbanistiche particolari sono interessanti per la singola utenza domestica.
Il bilancio energetico è tutt’altro che ottimale, se confrontato con il riciclo (recupero di materia). Secondo i dati della EPA[2] – a parità di composizione – l’energia risparmiata con il riciclo è da due a sei volte superiore a quella “recuperata” con l’incenerimento.
Gli inceneritori sono impianti rigidi che richiedono una quantità di rifiuti costante e continua per molto tempo (20-30 anni). Costruendo un inceneritore, si ipoteca il futuro obbligandosi a rendere disponibili elevate quantità di rifiuti, un’opzione che contrasta le politiche di uso razionale delle risorse e i trend degli ultimi anni che hanno visto una drastica riduzione della la quota di materiali non riciclabili immessa a consumo con le merci. Questa rigidità favorisce operazioni quali l’assimilazione dei rifiuti speciali (prodotti da utenze commerciali e produttive) ai rifiuti urbani. In Emilia-Romagna, ad esempio, l’assimilazione di rifiuti non pericolosi è molto diffusa, la normativa prevede invece che i rifiuti speciali siano gestiti a mercato libero  e sono per la massima parte facilmente riciclabili.
Le politiche della comunità europea, al contrario, sono orientate all’economia circolare, perché i vantaggi sopra citati si traducono anche in vantaggi economici. Secondo gli studi della UE, un uso più efficiente delle risorse lungo l’intera catena produttiva potrebbe ridurre il fabbisogno di fattori produttivi materiali del 17%-24% entro il 2030, con risparmi per l’industria europea dell’ordine di 630 miliardi di euro l’anno. Bruciare i materiali contenuti nei rifiuti significa dover estrarre nuove materie prime per produrre nuove merci (magari “usa e getta”) con un impatto ambientale che non è limitato al singolo impianto di incenerimento ma che percorre tutta la filiera produttiva, dall’estrazione, alla trasformazione, alla commercializzazione delle merci e si riattiva ad ogni accensione.
3) Lo studio epidemiologico Moniter – ricordano gli esperti – condotto dalla Regione Emilia Romagna con l’apporto di scienziati internazionali, è una delle più sofisticate ricerche al mondo sul rischio connesso alle emissioni di inceneritori. Questo lavoro evidenzia chiaramente la assenza di rilevanti rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti.
Questa affermazione appare davvero paradossale, poiché lo studio dimostra chiaramente il contrario. Ricordiamo che lo studio venne condotto dopo gli allarmanti risultati emersi dall’indagine sugli inceneritori di Forlì (Valutazione dello stato di salute della popolazione residente nell’area di Coriano (Forlì) studio condotto nell’ambito del progetto “Environmental health surveillance system in urban areas near incinerators and industrial premises / ENHANCE HEALTH”[3]), risultati che indussero la Federazione dell’Ordine Dei Medici dell’Emilia  Romagna (FRER) a chiedere una moratoria su questi impianti. Medicina Democratica, durante il proprio congresso del 2012 aveva formulato diverse osservazioni sul metodo adottato e sulla interpretazione dei risultati.  Le principali osservazioni riguardavano la scelta del marker dell’esposizione e l’area analizzata: Moniter ha considerato esclusivamente PM10 (e non particolato ultra fine nè matrici vegetali o animali) ed è stato condotto sulla popolazione residente entro solo 4 km dagli 8 impianti  dell’Emilia-Romagna. Siamo ancora in attesa delle repliche che il Comitato Scientifico del Moniter si era impegnato a fornire come risulta dal verbale della seduta del 16.03.2012.
Gli unici risultati dello studio Moniter (costato ben 3 milioni e 400.000 euro di soldi pubblici) pubblicati su riviste internazionali (Candela S et al, Epidemiology 2013;24:863) e (Candela S et al, Environ Int, 2015. 78:51) mostrano una associazione positiva e statisticamente significativa del rischio di nascite pre-termine e abortività spontanea con l’esposizione alle emissioni degli impianti. Risultati in netto contrasto con l’affermazione della SITI circa una ”assenza di rilevanti rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti”. Inoltre, dallo studio Moniter, sono emersi incrementi di: mortalità per tumori di fegato e vescica negli uomini, incidenza di tumori del pancreas negli uomini, mortalità per cancro del colon nelle donne e per i linfomi non-Hodgkin in entrambi i sessi nella coorte di Modena. Oltre a patologie tumorali, aborti spontanei e nascite pre-termine (di cui si è già detto), lo studio Moniter ha documentato anche associazioni statisticamente significative con aumento di rischio di malattie ischemiche cardiache e di mortalità per malattie cardiocircolatorie nelle femmine, aumento di rischio di mortalità per malattie respiratorie acute nelle femmine, andamento crescente del rischio di malformazioni nel loro complesso con l’aumentare dell’esposizione. Risultati tutti coerenti con altre pubblicazioni scientifiche nazionali ed internazionali. E’ davvero sconvolgente constatare lo stravolgimento che viene operato dei risultati di questo studio. Quanto al fatto che gli inceneritori  “non provocano rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti” segnaliamo che sono numerosi gli studi scientifici che dimostrano esattamente il contrario e descrivono effetti sia a breve (esiti riproduttivi, malformazioni, esiti cardiovascolari, respiratori) che a lungo termine ( soprattutto tumori). E’ vero che per la gran parte (ma non per la totalità) si tratta di studi che riguardano impianti di “vecchia generazione”, ma dove sono studi epidemiologici che valutano gli effetti a lungo termine degli inceneritori di “nuova” generazione?
Il nuovo inceneritore di Case Passerini – che si vorrebbe costruire nella piana fiorentina – potrà emettere ogni ora 170.000 Nm3 di fumi e annualmente (in assenza di incidenti/ malfunzionamenti ed altro) potrà immettere in atmosfera 6,7 tonnellate di Particolato Totale Sospeso (PTS), 94,2 t di NO2, 67,3 t di CO, nonché 134,6 kg di Hg, idem di Cadmio e Tallio, 13,5 kg di IPA, nonché 135 mg di diossine. Chi può in coscienza affermare oggi che un cocktail di inquinanti  di simile entità sia ininfluente per la salute di una popolazione che vive in un area già fortemente critica?
Il fatto  che trattandosi  di impianti di terza generazione i rischi per la salute saranno  minori è tutto da dimostrare: intanto la taglia degli impianti è notevolmente più elevata  (e quindi maggiore la quota di fumi emessa) e una volta costruiti questi impianti non solo devono bruciare per molto tempo, ma anche per quantità ben superiori a quelle inizialmente indicate (la “saturazione del carico termico” che inizialmente viene nascosta dalla autorizzazione). L’inceneritore di Brescia, progettato per 200.000 t/anno,  ora ne brucia più di 800.000. Inoltre, anche se i “moderni” inceneritori applicano le migliori tecnologie disponibili, dette BAT (Best Available Tecnology), rimangono tuttora aperti numerosi aspetti critici, legati alle caratteristiche dei sistemi di abbattimento, alla composizione dei rifiuti ammessi all’inceneritore, al controllo delle fasi critiche di accensione e spegnimento durante le quali i processi di combustione – e di conseguenza le emissioni – sono difficilmente controllabili.  Sono numerosi gli esempi di impianti  con gravi criticità e sotto inchiesta della Magistratura, ad esempio, per sforamenti di diossina. Le rassicurazioni fornite appaiono quindi davvero inappropriate,  se non altro per il semplice fatto che mancano studi epidemiologici, come già  riportava un documento del 2009 dell’Associazione Italiana di Epidemiologia: “A causa del poco tempo trascorso dall’ introduzione delle nuove tecnologie d’incenerimento e a causa delle difficoltà di condurre studi di dimensioni sufficientemente grandi da rilevare eventuali effetti delle nuove concentrazioni dei tossici emessi, non sono ad oggi disponibili evidenze chiare di rischio legato agli impianti di nuova costruzione.”
4) Secondo la SItI il trasporto a lunga distanza dei rifiuti (o anche all’estero, come accaduto a Napoli) ha costi maggiori e un impatto ambientale negativo legato alle emissioni dei mezzi di trasporto, fatto quasi mai considerato;
Le analisi di ciclo di vita dei sistemi industriali (LCA) considerano anche il trasporto e la sua incidenza negativa in termini economici e ambientali. D’altra parte, all’uso diffuso di inceneritori, è associato il trasporto di grandi quantità di materiali tossici (ceneri e polverino) in discariche, spesso poste a centinaia o migliaia di chilometri dagli impianti di incenerimento. La soluzione più razionale per ridurre il trasporto di rifiuti è la raccolta differenziata di qualità e la realizzazione di una rete diffusa di impianti di recupero e selezione.
Indirizzi, completamente disattesi dalle politiche nazionali che prevedono, al contrario, un sistema impiantistico basato esclusivamente su inceneritori (art. 35, Decreto “Sblocca Italia”), e incentivi agli inceneritori con recupero energetico per un valore complessivo di oltre 500 milioni di euro. Un valore economico superiore ai corrispettivi erogati dal CONAI per la raccolta differenziata degli imballaggi, pagato dai cittadini con la bolletta elettrica.
 5) E’ fondamentale una strategia di lungo periodo, logicamente su base regionale o interregionale, per evitare emergenze come quella attuale o come quelle multiple viste in Campania – sottolineano gli esperti – tali azioni devono essere accompagnate da corrette informazioni ai cittadini a cominciare dalle scuole, educazione della popolazione alla raccolta differenziata, controlli e misure repressive dove necessarie e un impegno delle istituzioni per evitare inutili strumentalizzazioni.
Ovviamente si tratta di scelte politiche che non vengono fatte e che anzi mortificano i comportamenti virtuosi dei cittadini. Perché i 500 milioni di euro che ogni anno arrivano agli inceneritori non sono utilizzati per promuovere raccolte differenziate di qualità e impianti di recupero e riciclo? Anche lo stesso Comitato Scientifico che ha supervisionato lo studio Moniter, nelle proprie “Osservazioni” sui risultati, non mancava di raccomandare “l’adozione di politiche di gestione rifiuti che non creino ulteriore domanda di incenerimento, in linea con la gerarchia europea dei rifiuti e con generali considerazioni di sostenibilità”.  Perché si continua a fare esattamente il contrario e ora lo si sostiene con risibili e generiche motivazioni?
6) I rifiuti accumulati per strada sono uno spettacolo indecente e un segnale di degrado urbano che non vorremmo mai vedere. Non sono però documentate – avvertono gli specialisti – emergenze sanitarie particolari, come epidemie o rischi infettivi, come qualcuno ha paventato in questi giorni La SItI ci ricorda che i rifiuti  accumulati per strada sono uno spettacolo indecente e segnale di degrado urbano. Certamente! Tutti sappiamo però che le cause sono imputabili in larga parte a mala gestione, ma anche a intervento delle diverse “mafie” (presenti nell’intero ciclo dei rifiuti, dalle discariche, al trasporto, all’incenerimento etc.). Un degrado che è peraltro favorito dal sistema di raccolta a “cassonetto stradale” in luogo del ben più performante sistema “porta a porta” che, se correttamente condotto, riduce drasticamente i conferimenti impropri (inclusi quelli dei rifiuti non urbani ma speciali da attività produttive). E’ importante che la scelta della modalità sia condivisa e partecipata con gli utenti e non solo l’applicazione di decisioni del gestore e dell’ente locale, non necessita solo l’educazione ma anche la partecipazione.
7) La teoria dei rifiuti zero è illusionistica ma è un falso mito, non solo perché di fatto inattuabile ma per la dimostrazione che le raccolte differenziate oltre una certa soglia (attorno al 60%) rischiano di non essere efficaci. In tanti predicano la raccolta differenziata – conclude la Siti – ma in pochi dicono che non si sa cosa fare di buona parte del compost prodotto o che la contaminazione di alcune raccolte differenziate con altri materiali (di fatto uno ‘sport nazionale’ come documentano alcuni dati) raddoppia i costi della raccolta e costringe comunque allo smaltimento indifferenziato.
Che la strategia rifiuti zero sia un falso mito è un’opinione di SItI non motivata e non condivisa da eminenti personalità del settore rifiuti e in ambito di Commissione Europea[4] ; certo è che, come il nome “rifiuti zero” dovrebbe suggerire,  non si tratta di una strategia limitata alla gestione dei rifiuti una volta prodotti, ma abbraccia una visione più ampia sull’intero sistema produttivo delle merci e coinvolgendo i produttori mediante la “responsabilità estesa” (ad esempio per i rifiuti elettrici ed elettronici).
Per quanto riguarda la raccolta differenziata, invece, non si tratta di una predica di qualche santone antinceneritorista, ma di un obbligo di legge; raccolte differenziate ben oltre il 60 %, prossime agli obiettivi di rifiuti zero, vengono attuate in ampi territori italiani con successo e con costi più contenuti del “sistema integrato”.
 Per quanto riguarda il compost, è notorio che non si può produrre un compost di qualità con il solo rifiuto organico domestico; solo gli impianti che lo processano adeguatamente riescono a produrre un compost di qualità che trova impiego. Se fosse lecito rifiutare tutta la tecnologia generalizzando sulla base  del malfunzionamento di qualche impianto,  allora tale principio andrebbe adottato impianti di incenerimento che vengono spenti e riaccesi in continuazione perché non funzionano, che hanno tinto di violetto con i loro fumi i nostri cieli, che hanno superato e continuano a superare i limiti di emissione, che sono stati chiusi dalla magistratura per violazione delle norme o che addirittura avevano gli strumenti di monitoraggio “taroccati”, e via dicendo. Anche sugli impianti di compostaggio potremmo ripetere quanto già espresso più volte: se gli enormi incentivi sperperati sugli inceneritori fossero stati dati a questi impianti forse oggi avremmo oggi una terza generazione di impianti di compostaggio in grado di produrre ottimo compost.
D’altra parte, lo stesso ISS nel febbraio 2014 così dichiarava: “Per quanto attiene lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, un significativo guadagno in salute per le popolazioni residenti in prossimità di discariche e inceneritori può essere ottenuto attraverso la riduzione del 10% dei rifiuti prodotti, l’innalzamento al 70% della raccolta differenziata e del compostaggio e il divieto di conferimento in discarica del rifiuto indifferenziato tal quale”.
Infine, per quanto riguarda la contaminazione della raccolta differenziata citata gli scriventi sembrano non essere a conoscenza che in massima parte non si tratta di contaminazione con materiali di diversa composizione, ma si tratta di materiali di diversa classificazione merceologica: negli impianti che accolgono le plastiche o il vetro, ad esempio, vengono selezionate e scartate con destinazione discarica o incenerimento tutti i rifiuti pur di plastica o di vetro che non appartengono alla categoria imballaggi, in quanto il CONAI riconosce solo questi (e ciò fa emergere i limiti del sistema attuale basato sui consorzi). Ciò non succede con il Comieco (raccolta di carta/cartone). Il fatto che gli scriventi evidentemente siano ignari di questo aspetto ci fa supporre che anch’essi pratichino lo stesso sport che sembrano biasimare.
In conclusione, con grande rammarico si prende atto che nel nostro paese non viene programmata un’azione strutturale per la corretta gestione dei rifiuti. Crediamo che gli igienisti della SItI non abbiano ben chiare le direttive EU in tema di gestione di rifiuti che pongono il recupero di materia prioritario rispetto al recupero di energia e che indicano nell’economia circolare la strada maestra per la tutela non solo delle risorse, ma dell’ambiente e della salute. Abbiamo l’impressione che i giudizi riportati siano quanto meno affrettati e poco degni di una società che si definisce “scientifica”. Peraltro è solo in virtù della pressione popolare che in Italia, nel 1992, l’amianto è stato vietato, se fosse stato per considerazioni come quelle di SItI sugli inceneritori, lo produrremmo ancora, con qualche filtro in più…
Il Direttivo di Medicina Democratica Onlus,                                    17 agosto 2016
[1]http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2016/08/13/rifiuti-igienisti-discariche-inquinano-piu-degli-inceneritori_BSbCs6TbFsd2qJd1UqbeHJ.html?refresh_ce
[3] http://www.arpae.it/cms3/documenti/_cerca_doc/rifiuti/inceneritori/enh_relazione_finale.pdf
[4]    COM(2014)398/F1 ENV (DG Environment) 02/07/2014 COMMUNICATION FROM THE COMMISSION TO THE EUROPEAN PARLIAMENT, THE COUNCIL, THE EUROPEAN ECONOMIC AND SOCIAL COMMITTEE AND THE COMMITTEE OF THE REGIONS Towards a circular economy: A zero waste programme for Europe

lunedì 21 gennaio 2013

ISS e inceneritori, una valutazione non certo positiva...

Scritto dalla  Redazione del Coordinemanto dei Comitati della Piana
mercoledì 16 gennaio 2013
E' stato pubblicato dall'ISS la “Relazione finale sui lavori del Tavolo Interistituzionale in tema di diossine/furani e PCB nelle matrici ambientali ed alimentari del territorio forlivese”, frutto di oltre un anno e mezzo di lavoro congiunto fra Asl, Arpa, Comune, Provincia ed Ordine dei Medici di Forlì-Cesena.
Istituto Superiore di Sanità e inceneritori
Una valutazione non certo positiva
 
Andrea Allodi, ex Enia, non perde occasione per assolvere gli inceneritori dal punto di vista sanitario e per farlo si appella sempre all'Istituto Superiore di Sanità, massima istituzione del Paese nel campo della salute.
Istituzione che in seduta congiunta delle commissioni ambiente e salute svoltasi il 23 marzo 2011 presso la sala consiliare del Comune di Parma convenne, assieme a Isde, Moniter, Registro Tumori, e Ordini Medici, sulla insalubrità degli inceneritori.
E' stato pubblicato dall' ISS la “Relazione finale sui lavori del Tavolo Interistituzionale in tema di diossine/furani e PCB nelle matrici ambientali ed alimentari del territorio forlivese”, frutto di oltre un anno e mezzo di lavoro congiunto fra Asl, Arpa, Comune, Provincia ed Ordine dei Medici di Forlì-Cesena.
Si tratta di un documento importante che merita di essere adeguatamente diffuso e conosciuto.
Nella relazione vengono riportati i risultati di 56 indagini condotte dall’Asl per la ricerca di diossine, furani e PCB eseguiti nel 2011 in allevamenti rurali del forlivese.
Questi campioni si aggiungono alle 5 indagini condotte da parte dell’ISDE nei primi mesi del 2011 su galline ruspanti e uova in relazione alle ricadute degli inceneritori, indagini che, per i livelli riscontrati, avevano suscitato grande sconcerto.
I risultati emersi da questa ulteriore e più nutrita indagine confermano in pieno quanto già segnalato, ovvero una gravissima contaminazione del territorio.
In base alla attuale normativa, su 61 campioni complessivi, solo 25 sono conformi.
In particolare su 12 galline ruspanti solo 2 rientrano nei limiti e su 24 campioni di uova solo 13 sono sane.
Se poi i risultati vengono giudicati tal quali senza togliere l’incertezza analitica, i campioni conformi scendono a 23 e delle 12 galline una soltanto potrebbe essere consumata.
Gli animali allevati all’aperto, in particolare le galline che razzolano sul terreno, si confermano come indicatori affidabili e fedeli della qualità dell’ambiente, in particolare per sostanze lipofile persistenti e tossiche quali diossine e PCB che si accumulano nel terreno ed entrano nella catena alimentare.
Diossine, furani e PCB sono una famiglia di 409 molecole a diverso grado di tossicità.
Mentre le diossine sono sottoprodotti involontari di processi di combustione o di sintesi chimiche (in particolare pesticidi), i PCB sono stati prodotti deliberatamente dall’uomo ed anche se la produzione è vietata dagli anni ’80, la loro enorme diffusione e stabilità termica li fanno ritrovare ovunque e in particolare nelle emissioni degli inceneritori, specie se presenti nei rifiuti in ingresso.
I rischi per la salute sono importanti e purtroppo non del tutto noti: certamente la TCDD (diossina di Seveso), unitamente ad un furano e al PCB 126 sono cancerogeni certi per l’uomo ad azione multiorgano e correlati in special modo a tumori del sangue, mammella, fegato, polmone.
Tuttavia, anche se l’effetto cancerogeno, in particolare per diossina e composti diossino-simili, è stato quello affrontato per primo e quindi più studiato, ciò che oggi emerge con sempre maggiore evidenza per l’insieme di queste molecole è la complessa azione di squilibrio endocrino-immuno-metabolico, per cui l’effetto oncogeno appare essere più una conseguenza, che non una diretta azione.
Di fatto queste molecole rientrano fra gli ‘interferenti endocrini’ e moltissime sono le patologie a loro correlate; patologie purtroppo in drammatico ed esponenziale aumento quali alterazioni del sistema immunitario, specie immunodepressione, del sistema endocrino (in particolare ipotiroidismo), danni all’apparato riproduttivo (infertilità, endometriosi, abortività, parti prematuri, basso peso alla nascita ecc), malformazioni, ma anche danni metabolici quali diabete, obesità, aumento trigliceridi e colesterolo, danni cardiovascolari, disturbi del Sistema Nervoso Centrale e danni neuropsichici specie al cervello in via di sviluppo.
Se è vero che qualunque tipo di combustione genera sostanze tossiche e pericolose (basti pensare al fumo di sigaretta) e che devono essere assolutamente evitati i roghi all’aperto, specie se di potature di alberi trattati con pesticidi e/o legni trattati, o di materiali eterogenei, è altrettanto vero che non può che destare totale disapprovazione l’incentivazione al sorgere di centrali a biomasse e all’incenerimento dei rifiuti ribadito anche nella recente delibera n. 1147/2012 della Giunta Regionale dell’Emilia Romagna in cui si prevede “l’utilizzo prioritario degli inceneritori e termovalorizzatori per lo smaltimento finale dei rifiuti urbani prodotti nel territorio regionale nel rispetto del principio di prossimità“.
Già la Pianura Padana è una delle aree più inquinate del pianeta, abbiamo una incidenza di cancro fra le più alte al mondo, la contaminazione del territorio come emerge anche dalle indagini sopra riportate è gravissima e tale da compromettere la sicurezza alimentare non solo nostra, ma anche delle generazioni a venire.
Cos'altro deve succedere per cambiare rotta?
Come mai nello studio Moniter, condotto per indagare lo stato dell’ambiente e della salute nella popolazione residente in prossimità degli 8 inceneritori della regione e costato alle finanze pubbliche ben 3 milioni e 400mila euro, le diossine sono state cercate ove è pressoché impossibile trovarle, ovvero in aria, e non nelle matrici biologiche?
 
Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma - GCR

Redazione Coordinamento Comitati della Piana 
originale al link: http://www.noinceneritori.org/index.php?option=com_content&task=view&id=1332&Itemid=2 
[grassetto e evidenziature di assovaldisieve]
 

venerdì 20 luglio 2012

A 4 KM DAGLI INCENERITORI: RISULTATI SANITARI dello Studio "MONITER"


E' stato pubblicato il VI° Volume dei quaderni dello Studio Moniter dal titolo:  “Gli effetti degli inceneritori sulla salute. Studi epidemiologici sulla popolazione in Emilia-Romagna” che riporta i risultati dell’indagine che hacoinvolto 230.000 cittadini residenti nell’area di 4 km di raggio intorno ad ogni inceneritore e volta a valutare l’occorrenza degli affetti collegabili a esposizioni di breve durata (effetti a breve termine) e a esposizioni di lunga durata (effetti a lungo termine), associando alla residenza delle persone le stime modellistiche di dispersione al suolo del PM10 e degli NOx, come traccianti rispettivamente delle esposizioni a inceneritori e ad altre sorgenti." 

Visiona il Volume QUI

SI, quello stesso studio che all'inizio divulgarono come tranquillizzante e Benedetto Terracini, presidente del comitato scientifico Moniter, si dissociò dal comunicato stampa della giunta Errani, dichiarando: "Lo studio ha invece rilevato un’associazione coerente e statisticamente significativa tra livelli di esposizione ed emissioni da inceneritore e nascite pretermine e si è pure osservato un andamento crescente della prevalenza di aborti spontanei" (post di riferimento QUI).

Ora anche la news di Arpat (del 20 luglio n. 142/12) riporta il sunto di quanto emerge dallo studio:
"Per gli effetti a breve termine sono stati studiati quelli riproduttivi esaminando per gli anni 2003-2006 alcuni indicatori quali: il rapporto tra sessi alla nascita, le nascite gemellari, le nascite pretermine, i piccoli per età gestazionale, il basso peso alla nascita nei nati a termine e l’aborto spontaneo". 

"Fra i principali risultati emerge un aumento significativo della frequenza dei nati pretermine all’aumentare dei livelli di esposizione, coerente con un aumento degli aborti spontanei in età fertile. Lo studio delle malformazioni congenite ha incontrato molte incertezze nel reperimento e nella qualità dei dati. Le analisi degli effetti a breve termine sono state estese agli anni 2007-2010".
 
Infatti per questo intervallo di tempo più recente, dal 2007 al 2010  (affrontato in appendice alla pag 207), si fanno queste conclusioni: " Lo studio qui presentato, che costituisce la replica dell'indagine Moniter sugli esiti riproduttivi, ha confermato la presenza di un'associazione statisticamente significativa tra esposizione ad emissioni da inceneritore e nascite pretermine in un periodo assai recente (2007-2010), caratterizzato da bassi livelli di esposizione. La coerenza dei risultati tra i due studi Moniter rafforza l'ipotesi che l'associazione rilevata sia di natura CAUSALE".




      tab.20 Numero di nati pretermine e percentuale sul totale dei nati, nei due periodi di studio (pag. 233)

"Gli effetti a lungo termine, trattati nel capitolo finale, hanno preso in esame la mortalità per cause tumorali e non, e l’incidenza di tumori per i residenti intorno a 6 inceneritori, raccolti in tre coorti di differenti dimensioni e differente accuratezza di ricostruzione della storia residenziale".
" I risultati mostrano eccessi di incidenza di alcuni tumori (pancreas, fegato, colon, polmone, linfoma non Hodgkin, utero, ovaio) non sempre associati ai diversi livelli di esposizione né coerenti nelle 3 coorti".

VOGLIAMO  FAR  PRESENTE  COME  IN VALDISIEVE  NON  SIA  MAI  STATA FATTA  UN  INDAGINE  SANITARIA  PER  VALUTARE  EVENTUALI  DANNI CAUSATI  DAGLI  OLTRE 30  ANNI  DI ATTIVITA'  DELL'INCENERITORE ATTUALE - PRIMA DI CONSIDERARE DI SETTUPLICARE LA CAPACIATA' DI TRATTAMENTO TERMICO A QUASI 70.000 T/ANNO CHE, pur avendo strumenti macchinari nuovi, EMETTERA' PIU' INQUINANTI DI PRIMA PROPRIO PER IL QUANTITATIVO ELEVATO DI RIFIUTI CHE BRUCERA' 

Ci preme ricordare, per coloro che dovessero pensare - e crederci!-  che i fumi che usciranno avranno meno inquinanti di quello attuale perchè ci sono strumenti nuovi, che già quello attuale rispettava i limiti previsti per legge ( stando a quanto pubblica AER e le relative analisi di Arpat), e che se si analizzano le emissioni per la quantità dei volumi dei fumi prodotti (maggiori con il nuovo impianto), le cose PEGGIORERANNO inevitabilmente:


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TUTTI I QUADERNI MONITER:  http://www.arpa.emr.it/pubblicazioni/moniter/generale_1485.asp 

martedì 13 dicembre 2011

Effetti nocivi degli inceneritori in regione Emilia Romagna

           
      E' successo ad un convegno pubblico davanti a 300 persone. Benedetto Terracini, presidente del comitato scientifico Moniter, si dissocia dal comunicato stampa della giunta Errani: "Lo studio ha invece rilevato un’associazione coerente e statisticamente significativa tra livelli di esposizione ed emissioni da inceneritore e nascite pretermine e si è pure osservato un andamento crescente della prevalenza di aborti spontanei".
    La giunta della regione Emilia Romagna smentita sugli effetti degli inceneritori davanti a 300 persone. Il clamoroso autogol della giunta Errani, ed in particolare degli assessori alla sanità Carlo Lusenti e all’ambiente Sabrina Freda che avevano promosso l’iniziativa, è avvenuto durante un convegno aperto al pubblico per la presentazione degli esiti dello studio Moniter commissionato dalla Regione e costato 3 milioni di euro.
    Uno studio che ha approfondito gli effetti sulla salute legati all’attività degli inceneritori. La smentita alla versione della giunta è arrivata dal professor Benedetto Terracini, padre dell’epidemiologia italiana e presidente del Comitato Scientifico di Moniter.
    Terracini ha parlato dopo un intervento del professor Paolo Crosignani, direttore della sezione di Epidemiologia dell’Istituto Tumori di Milano, nel quale veniva sottolineato come il comunicato stampa della giunta e lo studio del comitato dicessero cose differenti.
    Nel comunicato della giunta distribuito alla stampa si leggeva nero su bianco: “per quanto riguarda gli effetti sulla salute l’indagine epidemiologica condotta nell’ambito di Moniter non mostra un incremento del rischio né per la patologie tumorali né per la mortalità in generale”.
    A quel punto Terracini ha preso la parola ed ha ghiacciato gli assessori Lusenti e Freda: “Parlo a nome del comitato scientifico di Moniter, se il comunicato stampa della giunta dice quello che ha affermato Crosignani chiedo che venga immediatamente ritirato”. I relatori del comitato scientifico avevano usato parole ben più prudenti rispetto ai rischi dell’inceneritori in regione come ad esempio Marco Martuzzi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha parlato testualmente di “utilizzare estrema cautela” e “non totale assenza di effetti sanitari” ed invitando al “principio di precauzione” chiedendo in futuri studi di analizzare le nanopolveri e “vista la già cospicua presenza d’inceneritori in questa Regione sarebbe il caso di non vederne più”.
    Infatti, lo studio in diverse parti affermava sia elementi rassicuranti che segnali allarmanti. A pagina 98 ad esempio si legge: “lo studio ha invece rilevato un’associazione coerente e statisticamente significativa tra livelli di esposizione ed emissioni da inceneritore e nascite pretermine”. Qualche riga più sotto si legge: “si è pure osservato un andamento crescente della prevalenza di aborti spontanei in relazione ai livelli di esposizione”.
    A pagina 99: “Considerando la prevalenza di malformati all’interno delle aree, si rivela un andamento crescente con l’esposizione a carico della totalità delle malformazioni (…) tuttavia mostrano una prevalenza significativamente aumentata in corrispondenza del livello più elevato di esposizione”. Si continua a pagina 101: “per le cause tumorali la mortalità per tumore del feto nelle donne e del tumore del pancreas nei maschi è significativamente associata ai livelli di esposizione più elevati” .
    Riferendosi alle aree intorno all’inceneritore di Modena a pagina 102 e 103 si legge “con l’incertezza maggiore, l’aumento dell’incidenza di linfomi non Hodgkin all’aumentare di livello di esposizione nei due sessi considerati congiuntamente (…) il tumore del fegato anch’esso già segnalato in letteratura è risultato variamente associato con l’esposizione nelle diverse coorti (aree intorno forno di Modena ndr) indagate”.
    Lusenti che prima dell’intervento di Terracini parlava di “dati rassicuranti per la popolazione e nessun rischio sanitario” ha replicato alle parole del convegno dicendo che “è difficile fare la sintesi di questi  studi”. L’unico “politico” presente in sala, Giovanni Favia (M5S) ha chiesto formalmente le dimissioni dell’assessore che ha dato l’avvallo al comunicato stampa.

Fonte articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/02/effetti-nocivi-degli-inceneritori-regione-giunta-smentita-suoi-esperti-scientifici/174811/
La replica dell'assessore Lusenti: "Ogni polemica è strumentale" : http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/02/replica-dellassessore-lusenti-ogni-polemica-strumentale/174864/
Link al video: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=ZcRlaBl4iww#!
>>> A riguardo: LEGGI ANCHE IL COMMUNICATO STAMPA  DI ASSOCIAZIONE MEDICI PER L'AMBIENTE  ISDE : https://docs.google.com/open?id=0B5uPVnFGS9xwNmRkZDliYTctM2Y0ZS00YWUxLWIzOGEtYmVlMDQ0ZGFkMWVl