VALORIZZARE DIFENDERE SALVAGUARDARE LA VAL DI SIEVE

L' Associazione Valdisieve persegue le finalità di tutelare l'ambiente, il paesaggio, la salute, i beni culturali, il corretto assetto urbanistico, la qualità della vita e la preservazione dei luoghi da ogni forma d'inquinamento, nell'ambito territoriale dei comuni della Valdisieve e limitrofi.

EVENTI 2

  • LABORATORIO RIUSO E RIPARAZIONE A LONDA 

Le attività e aperture del Laboratorio di Riparazione e Riuso di Londa 
sono il mercoledì e il sabato pomeriggio.

CALENDARIO

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mercoledì 16 giugno 2021

Manutenzione - Parola oscura al PNRR?

Un nuovo episodio di INCURIA ha provocato il cedimento di parte del tetto del Teatro Astra di Bassano del Grappa, a Vicenza, a 400 metri dal "Ponte degli Alpini" sul Brenta! Teatro di proprietà della Società Zetafilm, ma chiuso da tempo e di cui veniva chiesta la riapertura. 

Quanti immobili pubblici o privati sarebbero da revisionare con un piano di manutenzione per evitare cose di questo tipo?


A tal proposito rilanciamo
 l'iniziativa di: PROPOSTA AL GOVERNO ITALIANO DI PIANO PLURIENNALE DI MANUTENZIONE DEI BENI PUBBLICI E IN PARTICOLARE DEI BENI AMBIENTALI E CULTURALI AI FINI DELLE RICHIESTE DI FINANZIAMENTO DI FONDI EUROPEI, promossa da Gianluigi Ceruti di cui è Referente Ylenia Visentin.


Ma se non utilizziamo parte di questi soldi per la MANUTENZIONE, ma quando ci ricapiterà un'occasione di questo tipo? 

lunedì 8 febbraio 2021

di Emanuele Masiello: BENI CULTURALI E ALTRO / QUALCHE IDEA PER IL NUOVO GOVERNO

In vista della formazione del nuovo governo, potrebbe essere utile offrire al presidente incaricato, Mario Draghi, qualche idea in materia di beni culturali e paesaggistici. Pochi suggerimenti che provengono dall’esperienza diretta e dall’osservazione di tante ‘criticità’ sulle quali si potrebbe intervenire, senza grandi spese ma anzi con risparmi, per migliorare l’efficacia generale delle azioni che in tanti compiono in questo àmbito. Non mi soffermo su parole o locuzioni vuotamente altisonanti quali la ‘bellezza’, il ‘patrimonio culturale italiano primo al mondo”, etc. Mi concentro invece su proposte concrete, che inciderebbero ‘strutturalmente’ sulla qualità della gestione di un settore della pubblica amministrazione che in Italia è senza dubbio primario. 

1. Accorpare il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo al Ministero per l’Ambiente e la Tutela del Territorio e del Mare. Inizialmente, quando fu fondato da Giovanni Spadolini nel 1974, esisteva il solo Ministero per i Beni Culturali e per l’Ambiente, che si occupava di patrimonio storico-artistico (archeologico, architettonico, etc.), di Paesaggio e, per l’appunto, di Ambiente, ovvero dello spazio entro il quale viviamo e operiamo. In seguito, con la tendenza a frazionare e moltiplicare i centri di potere, l’Ambiente fu scisso dai Beni Culturali e Paesaggistici e, nel 1986, fu assorbito in un Ministero autonomo. Con conseguenze, a mio avviso, tutt’altro che benefiche. Soprattutto riguardo all’aumento di disfunzioni, di oneri burocratici, di smarrimento del senso di ciò che si fa, a fronte della riduzione dell’efficienza e dell’efficacia dell’azione esercitata dai pubblici poteri. Il riaccorpamento del Paesaggio all’Ambiente sarebbe a mio avviso un atto di saggezza che qualsiasi governo avrebbe dovuto compiere con urgenza e convinzione. Ma poiché sta per nascere un governo nuovo, che parrebbe animato da lodevoli intenti riformatori, mi permetto di andare oltre questo semplice auspicio/suggerimento. Personalmente ritengo che al Ministero per la Cultura e per l’Ambiente andrebbe a sua volta accorpato il Ministero delle Infrastrutture (ex Lavori Pubblici) e dei Trasporti, per il semplice fatto che le infrastrutture ovvero le opere pubbliche (strade, metanodotti, ferrovie, dighe, impianti energetici, aeroporti, etc.), stando sul territorio, sono con tutta evidenza più che strettamente connesse al Paesaggio e all’Ambiente, che sono due modi di definire e interpretare la realtà percepibile. Va da sé che a tali accorpamenti dovrebbe corrispondere la revisione o la riscrittura delle leggi e dei regolamenti organizzativi degli uffici ministeriali, possibilmente unificando in ‘Codici’, meglio ancora che in ‘Testi Unici’, gli aspetti legislativi e organizzativi, comunque da semplificare drasticamente. 

2. Rivedere la partizione delle competenze tra Stato centrale ed Enti territoriali (Regioni, Città metropolitane, Province, Unioni dei Comuni, Comuni, etc.), riformando nuovamente il Titolo V della Costituzione (che sebbene sia stato riformato recentemente non ha prodotto i risultati attesi). Ciò che accade nel campo della tutela paesaggistica è molto eloquente per rendersi conto di quanto sia necessario fare ciò che si propone. Attualmente, per eseguire qualunque intervento edilizio in area ‘vincolata’ paesaggisticamente, deve essere acquisita l’autorizzazione che richiede l’invio del progetto in Comune. L’Ente locale acquisisce il parere obbligatorio ma non ‘vincolante’ della Commissione Comunale per il Paesaggio (composta da tre ‘esperti’), dopodiché redige una proposta motivata di provvedimento e invia tutta la documentazione in Soprintendenza. Quest’ultima, nella persona di un funzionario responsabile, esamina la documentazione, valuta la compatibilità paesaggistica dell’intervento (ai sensi del Piano Paesaggistico Regionale, laddove esista), e rilascia un parere endoprocedimentale (obbligatorio e ‘vincolante’) indirizzato non al proprietario ma al Comune, il quale a sua volta redige il provvedimento autorizzatorio (ovvero il provvedimento di diniego) e finalmente lo invia alla persona che aveva chiesto di attuare il progetto. A una tale complessa sequenza di procedure dovrebbe corrispondere un paesaggio tenuto in eccellente stato. Ma basta viaggiare in molti paesi del centro e del nord Europa per accorgersi che il paesaggio italiano versa in condizioni senza dubbio non migliori. Come in tante altre situazioni, si potrebbe quindi dire che “l’operazione è perfettamente riuscita ma il paziente è morto”, o in altre parole, che la prevalenza del formalismo sul sostanzialismo si è rivelata per l’ennesima volta fallimentare. Non mi soffermo su altre esperienze note o meno note che rendono più che necessario il riordino delle competenze tra Stato centrale ed Enti territoriali. Mi auguro comunque che il nuovo governo rifletta sulla dannosità degli effetti derivanti dalla perdurante situazione attuale, non solo per il paesaggio ma anche per l’economia. 

3. Elaborare e attuare con urgenza un “piano generale straordinario di pulizia, di bonifica, di manutenzione e di mantenimento in dignitose condizioni di funzionalità e decoro del territorio, del paesaggio, di tutti gli spazi pubblici e di uso pubblico”. L’Italia ha un patrimonio culturale e paesaggistico di valore immenso, ma il suo territorio è martoriato da un’atavica trasandata gestione. La sporcizia che si trova quasi ovunque è l’epifenomeno che più imbarazza e avvilisce. Come pure il dissesto idrogeologico che assorbe risorse enormi senza l’ottenimento di risultati tangibili. Leonardo Benevolo sosteneva che la distruzione del paesaggio e del territorio è stata la tragedia più grave che si sia abbattuta sull’Italia negli ultimi decenni. Ben più grave della criminalità organizzata, della decadenza economica, dell’annientamento dei “corpi tecnici” (che per Alexander von Humboldt sono le strutture portanti degli Stati e delle società), per il semplice fatto che alla distruzione del paesaggio e del territorio è molto difficile se non impossibile porre rimedio. Nulla di meglio, quindi, poter immaginare che una quota dei fondi del Recovery Plan europeo sia spesa per migliorare il mantenimento dei patrimoni culturali, dei boschi, dei parchi, dei quartieri urbani, delle strade, etc. Il piano di cui trattasi dovrebbe pertanto includere anche l’ampliamento dei marciapiedi, l’eliminazione delle barriere edilizie, il rifacimento o la riparazione delle strade, etc., onde perseguire il generale miglioramento delle condizioni fruitive dei luoghi pubblici e di uso pubblico. 

In parecchi ritengono che si debba far conto di trovarsi negli anni del secondo dopoguerra, quando si trattò di ricostruire il Paese e di mobilitare le energie più volenterose e capaci nell’attuazione di progetti ambiziosi e lungimiranti. Mi auguro che questo breve contributo, in materia di beni culturali e paesaggistici, possa sollecitare le riflessioni e le decisioni che i tempi storici impongono. 

7 febbraio 2021 Emanuele Masiello

FONTE ARTICOLO BLOG ITALIA NOSTRA: https://italianostrafirenze.wordpress.com/2021/02/08/beni-culturali-e-altro-qualche-idea-per-il-nuovo-governo-di-emanuele-masiello/

sabato 24 giugno 2017

Reportage sulla Lione - Londra in Bici

Riceviamo e pubblichiamo volentieri il racconto di un nostro amico Gian Paolo che ha fatto la Lione-Londra in Bici. E' una testimonianza reale, in diretta, di come sia possibile scegliere di muoversi in libertà e con sostenibilità scegliendo di spostarsi in bicicletta (ovviamente avendo a disposizione piste ciclabili ben tenute e servizi).

Un bell'esempio da cui prendere spunto anche per i progetti che in questi mesi stanno cercando di prendere il via grazie ai bandi europei (UIA, Urban Innovative Action). 
Abbiamo contribuito con il Comune di Pontassieve, come associazioni della Val di Sieve, all'elaborazione del progetto per una pista ciclabile da Rignano a Firenze. Indipendentemente dall'esito del bando, speriamo che tale progetto possa realizzarsi comunque. Insieme ai tanti altri già previsti nei vari Piani regionali (ES: Progetto Ciclopista dell’Arno, Ciclovoa Verona-Firenze), e a quelle già attive (http://www.bellitaliainbici.it/percorsi_ciclabili_toscana.htm; https://www.piste-ciclabili.com/).
Un criterio del progetto UIA, è proprio quello di poter essere replicato altrove. Iniziamo anche noi a "copiare" ciò che di buono viene proposto in altri paesi.

Questo il racconto:

"Non avevo mai capito fino in fondo il piacere di andare su piste ciclabili prima di questo viaggio da Lione a Londra in bicicletta. Il percorso è quasi interamente su piste o stradine secondarie che corrono lungo fiumi e canali, attraversando colline, boschi e splendidi borghi medievali.


Il vero viaggio su piste ciclabili inizia a Mâcon (a circa 90km a nord di Lion) sulla Voie Verte che va a Châlon-sur-Saône, passando per la famosa abbazia di Cluny e seguendo il vecchio tracciato della ferrovia. Le stazioncine principali sono state trasformate in centri informazione e accoglienza turistica ed è disponibile un servizio di noleggio bici. Nel tratto piú collinare c'è il tunnel del Bois Clair, il più lungo d'Europa ciclabile (1.6km), chiuso d'inverno per non disturbare le colonie di pipistrelli che vi si rifugiano.


Una buona parte della pista, tutta asfaltata, è stata realizzata di recente, ma fa eccezione il tratto Cluny-Givry, che ha un valore storico: creata nel 1997, è stata la prima voie verte di Francia e il primo tassello di una rete in continua espansione.


Da Châlon a Santenay c'è la voie verte (anzi bleue) che passa accanto al Canal du Centre; poi da Santenay c'è la Voie des vignes fino a Beune. Tecnicamente questa non è una voie verte, ma un percorso creato collegando stradine di campagna che si snodano sulle colline tra i vigneti, ben segnalate, con cartelloni che raccontano la storia e le caratteristiche del territorio, e con aree di sosta, una delle quali attrezzata perfino con chaise longue d'acciaio! Poi varie strade in collina fino a imboccare la Voie Verte du Canal de Bourgogne, molto bella e rilassante, che conduce a Tonnerre e Saint Florentin (e, con tratti su strada, fino a Auxerre) e che costeggia borghi tra i piú belli di Francia, come Chateauneuf en Auxois.


L'Avenue Verte che collega Parigi e Londra non è ancora del tutto ultimata, ma è già per la maggior parte su piste ciclabili. Per uscire dal centro di Parigi si segue il Canal Saint Martin, la Senna, sempre su piste ciclabili, poi a nord per decine di chilometri lungo strade secondarie fino alla valle dell'Epte con la bella pista ciclabile fino a Gisor, lungo una ferrovia dismessa. Al proseguimento della pista stanno lavorando, ma intanto il tratto realizzato è molto frequentato da ciclisti e pedoni, asfaltato e ben attrezzato con panchine, tavoli, e punti di scambio libri.

  
Attualmente, la pista ricomincia a Forges e conduce fino a Dieppe, da dove partono i traghetti per Newhaven, in Gran Bretagna. La sezione inglese dell'Avenue Verte Parigi-Londra è in genere molto più "selvaggia" di quella francese: alcuni tratti sono su sentieri sterrati in mezzo a boschi, in condivisione anche con cavalli. Da Polegate, a nord di Newhaven, c'è il Cuckoo Trail fino a Heathfield, lungo una vecchia linea ferroviaria dismessa; poi la Forest Way, anch'essa su ex-ferrovia, da Groombridge a East Grinstead. Infine un percorso misto piste-strade che attraversa colline e paesi come Crawley, Horley, Redhill, passa a fianco dell'aeroporto di Gatwick e arriva a Londra.
Soprattutto, prima di questo viaggio, non avevo mai capito quanto sia utile e bello il progetto di una pista ciclabile. La scoperta è che non  ci vanno solo le bici, ma la gente del posto (e non) ci si ritrova, ci passeggia liberamente con figli e cani, ci corre e cammina. Insomma diventano lunghe oasi dove starsene in pace, senza tutti i pericoli e i disagi del traffico a motore. La condizione fondamentale, peró, è che le piste siano condivise, cioé che pedoni e bici (e a volte anche cavalli e cavalieri) convivano armoniosamente. I pedoni hanno la priorità, e questo deve essere sempre ben chiaro e visibile.


L'utilità pubblica di tali piste e' tale che diventa riduttivo e sbagliato chiamarle piste ciclabili: é giusto, come in Francia e in Gran Bretagna, che abbiano nomi propri a indicare l'acquisizione della loro nuova natura di bene comune. A migliorarne la fruizione come luoghi di transito, aggregazione e tempo libero servono panchine e tavoli in prossimità dei paesi; segnaletica essenziale (tanto poi si mette tutto sul web), possibilmente con nome e distanza del prossimo paese; cartelloni tematici, ma solo se realizzati in materiali durevoli; barriere (semplici, di legno) che obblighino a ridurre la velocità e fermarsi negli attraversamenti di strade; fondo possibilmente asfaltato, ma va bene anche in ghiaino molto fine purchè su fondo livellato. La prova che progetti come questo funzionano? Su tutte le piste che ho percorso la gente si saluta con rispetto, simpatia, e forse con la complicità e la soddisfazione di essersi (ri)conquistati uno spazio comune a misura d'uomo".
 
Ringraziamo Gian Paolo Chiari per averci consentito la pubblicazione del testo e delle foto. 


Chiunque si trovasse a fare un esperienza di questo tipo anche in altri luoghi, lontani o vicini, se vuole, ci può mandare il suo racconto e le sue foto (a assovaldisieve@gmail.com).
Grazie

lunedì 11 gennaio 2016

Saldi al via. Ma degli immobili pubblici

Il faro di Levanzo, in vendita per farne un hotel

di Paolo Berdini, il manifesto 10 gennaio 2016

Beni comuni. Parte la svendita del patrimonio immobiliare statale tramite i nuovi vertici della Cassa depositi e prestiti. L’operazione annunciata da «l’Unità» non era riuscita al centro-destra, ora, con le stesse modalità, il «sindaco d’Italia» sfrutta l’esperienza del teatro di Firenze: chiuso e privatizzato. Mentre si perde sovranità.

Per acquistare a poco prezzo il patrimonio immobiliare della Grecia i circoli finanziari europei hanno imposto il durissimo intervento del governo europeo e della Bce che ha condizionato i prestiti necessari alla sopravvivenza di centinaia di migliaia di famiglie greche alla vendita di immobili e infrastrutture per un valore di 50 miliardi di euro. In Italia è sufficiente l’azione di Renzi e del fidato Padoan.

Venerdì sono circolate le anticipazioni della grande svendita del patrimonio di tutti gli italiani e non è certo un caso che sia stato il giornale di casa, L’Unità, a darne con grande risalto l’annuncio. Erano due decenni che i governi di centro-destra avevano tentato la vendita del patrimonio degli italiani ma senza grandi successi.
Dopo le prime leggi di alienazione approvate anche dal centro-sinistra (l’intera vicenda era stata denunciata già dal 2002 da Salvatore Settis nel volume Italia spa edito da Einaudi), il primo tentativo operativo risale al 2004, quando si affidò alla società Investire immobiliare 394 immobili dello Stato poi passati a Blackstone.
Nel 2007 si tentò con la Scip 2, la società veicolo creata dal ministro Tremonti. All’epoca, anche per il contrasto con le Fondazioni bancarie, non si raggiunsero gli equilibri economici e finanziari e la Scip 2 concluse la sua azione con un forte deficit. Né migliore fortuna ebbe l’altra società di valorizzazione immobiliare, Fintecna.
I fallimenti portarono Tremonti alla costruzione nel 2009 di una nuova società: la Sgr investimenti, nata all’interno della Cassa depositi e prestiti, alla cui direzione mise un suo fedelissimo, Massimo Verazzani, che appena un anno prima era stato nominato commissario straordinario per risanare il deficit di bilancio di Roma.
Anni di sperimentazioni sono serviti per mettere a punto il sistema di vendita e indubbiamente il Renzi sindaco di Firenze è stato l’uomo che con più lucidità ha portato avanti in sede locale il disegno ideato per l’intero paese.
Proprio quando sta per concludere l’offensiva contro Enrico Letta, Renzi rischia grosso. A dicembre 2013 il debito accumulato dal comune di Firenze supera i limiti del patto di stabilità imposti dal governo Monti e solo un provvidenziale aiuto da Cassa depositi e prestiti al cui vertice sedeva ancora Franco Bassanini riesce ad evitargli l’onta del default: la Cdp acquista attraverso il Fondo investimenti per la valorizzazione Plus per 23 milioni di euro il Teatro comunale che il sindaco aveva inutilmente tentato di vendere già dal 2009 ad un valore molto maggiore: 44,5 milioni. Dall’anno seguente il teatro viene inserito nella lista dei beni immobiliari pubblici da vendere e chissà quando troverà un acquirente: con queste spericolate operazioni, dunque, lo Stato si indebita dilapidando contemporaneamente il patrimonio pubblico.
La Firenze renziana diventa la città che persegue con disinvoltura la svendita sistematica del patrimonio immobiliare pubblico: il comune come agente di speculazione immobiliare.
Sotto la guida del nuovo sindaco Nardella, ma il lavoro era iniziato sotto il suo predecessore, viene reso pubblico il dossier Florence city of the opportunities, una gigantesca apertura al mercato immobiliare internazionale. Il dossier comprende 47 schede di compendi immobiliari privati e 12 pubblici di straordinario valore storico e che negli anni passati erano stati recuperati in modo straordinario, come nel caso dell’ex carcere delle Murate.
Il sindaco di Firenze aveva dunque le carte in regola per diventare il «sindaco d’Italia» e condurre finalmente in porto la svendita immobiliare. L’annuncio era stato preparato da due provvedimenti coerenti con quella finalità.
Il primo era arrivato con lo Sblocca Italia, all’interno del quale (articolo 10) sono state create le condizioni per il sistematico intervento di Cassa depositi e prestiti nell’acquisto e valorizzazione degli immobili da dismettere. Insomma, la positiva esperienza della vendita del teatro comunale ha contribuito a costruire un veicolo molto più potente ed efficace di quelli dei governi di centro-destra.
Il secondo provvedimento riguarda la campagna di occupazione del potere: nel luglio dello scorso anno vengono indicati i nuovi vertici di Cassa depositi e prestiti. In cima alla piramide viene nominato Claudio Costamagna, ex banchiere Goldman Sachs e attuale presidente di Salini-Impregilo. Amministratore delegato diventa Fabio Gallia che ricopriva identico ruolo nella Banca nazionale del lavoro.
E visto che il mercato immobiliare langue, meglio aiutarlo con l’ulteriore deregulation. L’articolo 26 dello Sblocca Italia prevede la variante urbanistica automatica per tutti i progetti che riguardano gli edifici pubblici. In particolare il comma 8 prevede che una parte della valorizzazione immobiliare ottenuta attraverso la variante urbanistica venga attribuita alle amministrazioni locali che hanno costruito il provvedimento di alienazione. È lo stesso meccanismo di incentivazione alla vendita che era stato inserito in molti provvedimenti legislativi da Giulio Tremonti.
Si chiariscono dunque sempre meglio i motivi che hanno portato alla repentina scalata al potere di Renzi e i motivi strutturali di tale disegno. Verremo inondati dai soliti annunci trionfali, si dirà che i proventi della vendita serviranno per trovare risorse per il rilancio dell’economia. Saranno i soliti annunci privi di fondamento: i valori immobiliari sono ai minimi storici dell’ultimo ventennio e la vendita servirà solo a soddisfare gli appetiti degli investitori internazionali o a creare un indebitamento futuro come dimostra il caso del Teatro comunale di Firenze.
L’insigne giurista Paolo Maddalena ha di recente scritto Il territorio bene comune degli italiani (2013 Donzelli) in cui si sostiene lucidamente che senza patrimonio un popolo perde la sovranità: allo scellerato disegno del governo è ora di opporre un progetto di pari sistematicità che metta al centro dell’agenda politica la difesa dei beni pubblici.

FONTE: http://ilmanifesto.info/saldi-al-via-ma-degli-immobili-pubblici/




domenica 24 novembre 2013

CONDANNE ECCELLENTI E CAPRI ESPIATORI

 
Una calzante vignetta di Sergio Staino

Le cronache giornalistiche dei giorni scorsi ci hanno informato delle condanne delTribunale di Firenze sul caso “Quadra” a seguito dell’indagine giudiziaria denominata “Mani sulla città” per eventi verificatisi durante la Giunta Domenici.
Sono stati condannati in primo grado per abuso edilizio, corruzione e truffa (esclusa dai giudici l’associazione a delinquere) molti personaggi “eccellenti”: l’allora Presidente dell’Ordine degli Architetti, l’ex capogruppo PD (già presidente della Commissione urbanistica comunale), alcuni dei più noti imprenditori edili toscani.

Per ciò che riguarda il Comune, condanne ancora più severe al geom. Ciolli e al geom. Benedetti, dipendenti dell’Edilizia privata, e al geom. Vinattieri dipendente part time dell’Ufficio sport.
Tuttavia da quanto già emerso e soprattutto dai resoconti delle intercettazioni utilizzate per l’indagine e il rinvio a giudizio, emergono anche inquietanti responsabilità di ordine politico, in particolare quelle di dirigenti, direttori e assessori, presidenti e membri della Commissione urbanistica.

Davvero nessuno di coloro che dovevano controllare i dipendenti, si era accorto dei traffici che quotidianamente si svolgevano all’interno degli uffici dell’Urbanistica? Davvero quei geometri a disposizione di alcuni professionisti ed imprenditori potevano farlo in modo continuato e disinvolto se non fosse stato per un clima di lassismo generalizzato causato dalla degenerazione etico-politica dei vertici.

Del resto i volti dell’ex Presidente dell’Ordine Riccardo Bartoloni e dell’ex capogruppo PD Alberto Formigli erano noti da tempo all’interno degli uffici dell’Urbanistica e non per normali attività connesse al loro ruolo. Risale infatti alla Giunta Primicerio un incarico a dir poco singolare: con Ordinanza sindacale del ‘95 viene istituito un gruppo di lavoro per la revisione delle norme tecniche di attuazione già predisposte dai funzionari assieme al consulente precedentemente incaricato dalla Giunta Morales (PRG adottato nel ‘93) e ritenute troppo rigide. A tale gruppo partecipavano il Responsabile del Settore Pianificazione del Territorio in qualità di coordinatore, il Responsabile del Settore Avvocatura e, in luogo dei tecnici comunali, alcuni rappresentanti degli ordini professionali fra cui spiccava Bartoloni.

Quest’ultimo in particolare non tardò a diventare frequentatore abituale degli uffici, sempre in compagnia del geom. Formigli, prima per “rivedere” le norme del PRG (nonché contestualmente quelle del Regolamento Edilizio: vicenda a suo tempo da noi denunciata con un convegno pubblico e un quaderno intitolato “Le regole per abusare”) adeguandole alle esigenze di una maggiore edificabilità (sindaco Primicerio), poi per promuovere i propri progetti (sindaco Domenici), mettendo in essere un formidabile conflitto di interesse nonché cortocircuito fra professionisti,Ordini professionali, politici e Comune.

La maggior parte degli interventi della famigerata “Quadra”, specializzata in demolizioni e ricostruzioni nelle corti degli isolati, si è fondata su un “equivoco” macroscopico: considerare gli edifici situati nelle corti come demolibili e ricostruibili. E ciò basandosi su una norma riguardante gli edifici classificati A6, (quelli incompatibili col tessuto edilizio), per i quali era ammessa la demolizione e ricostruzione nel rispetto degli allineamenti stradali in quanto evidentemente situati lungo le strade (e non nelle corti). In realtà gli edifici situati nelle corti erano quelli classificati A7, demolibili senza ricostruzione, ma nessuno, neppure i membri della Commissione urbanistica (fra cui allora compariva l’attuale assessore all’urbanistica Titta Meucci), se ne era accorto.

Anche le cosiddette “norme antiquadra”, approvate successivamente a seguito dello scandalo edilizio fiorentino, oltre ad essere arrivate troppo tardi, quando il danno era già fatto, hanno contribuito a pasticciare ancora di più la normativa senza sancire con chiarezza l’inedificabilità delle corti.

I geometri, seppur giustamente condannati per lo scambio di favori, appaiono capri espiatori rispetto a chi, allora al potere, pur penalmente non perseguibile, consentì quelle operazioni disastrose dal punto di vista amministrativo-urbanistico e deleterie per l’immagine che l’Ente pubblico offriva di sé. Compresi gli sguaiati epiteti telefonici riferiti ai cittadini che protestavano per quegli scempi.

Queste prime condanne in sede giudiziaria ci dicono che non si è ancora fatta chiarezza sulle responsabilità politiche di un intero gruppo dirigente che ha governato e continua in gran parte a governare Firenze. 

UN GRUPPO DIRIGENTE CHE NON È STATO CAPACE DI VEDERE E FRONTEGGIARE CHI STAVA METTENDO “LE MANI SULLA CITTÀ”.

CITTADINI AREA FIORENTINA
COMITATI DEI CITTADINI - FIRENZE 









FONTE: http://newsdeicomitati.blogspot.it/2013/11/condanne-eccellenti.html

giovedì 21 novembre 2013

Ciclone Cleopatra: acqua, sangue, rischi idrogeologici in Sardegna.

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E’ un momento di grande dolore.
Non si sa ancora quanti morti – ormai almeno 18 – e quanti danni materiali abbia provocato il Ciclone Cleopatra in Sardegna.
Di sicuro troppi.
E’ vero, fra raffiche di vento a 100 km. orari è venuta giù tanta pioggia concentrata quanta ne cade in un semestre (4-500 mm. in Gallura e nel centro dell’Isola), ma è vero anche che vittime e danni vi sono stati soprattutto in quartieri edificati (magari abusivamente e poi condonati) in zone a rischio idrogeologico (come nella piana olbiese, a Putzolu, a Santa Mariedda, a Baratta, sulla costa di Pittulongu).
Com’era già accaduto, fra le tante volte, nella tragica alluvione di Capoterra (autunno 2008), dove le previsioni urbanistiche rimangono ovviamente inalterate.
L’aumento delle volumetrie in base al c.d. piano per l’edilizia (legge regionale n. 4/2009 e s.m.i.) e lo stravolgimento del piano paesaggistico regionale non fanno che aumentare ilrischio idrogeologico e, in definitiva, i pericoli per le persone.
Il Presidente della Regione Ugo Cappellacci ha poco d’abbandonarsi al fatalismo di stampo biblico (“La Sardegna è stata vittima di una piena millenaria“), quando dalla sua amministrazione vengono revocati fondi per ben 1,5 milioni di euro destinati proprio agli interventi per la difesa del suolo e contro il dissesto idrogeologico.
La linea politico-amministrativa semplicemente sensata dovrebbe essere proprio opposta: un vero e proprio new deal, un grande piano di risanamento idrogeologico e della rete idrica, sostenuto con quei fondi comunitari che non si sanno spendere o troppo spesso si spendono male.     Farebbe bene all’ambiente e darebbe lavoro a imprese, progettisti, maestranze di ogni qualifica.    Darebbe anche maggiore sicurezza alle persone, con meno calamità innaturali annunciate, se non dispiace.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus
A.N.S.A., 19 novembre 2013
Dichiarata emergenza, stanziati 20 milioni.
da La Nuova Sardegna, 19 novembre 2013 
Sono 18 le vittime dell’ondata di maltempo che si è abbattuta sulla Sardegna nelle ultime ore. Il ciclone, che da ieri mattina sta portando forti temporali e piogge abbondantissime, causa di esondazioni e imponenti allagamenti, soprattutto in Gallura, nel Nuorese, nell’Oristanese e in Ogliastra. Trovato morto il disperso di Onanì. La zona più colpita è quella attorno a Olbia, dove si contano 9 morti. Altre 4 persone hanno perso la vita nella vicina Arzachena.

lunedì 18 novembre 2013

MOZIONE RIFIUTI ZERO NEL COMUNE DI FIRENZE - RESPINTA DAI 22 CONSIGLIERI DEL PD


Comunicato stampa
perUnaltracittà - lista di cittadinanza

La maggioranza di Matteo Renzi boccia i Rifiuti Zero. De Zordo e Alberici: "La conservazione e i costruttori hanno vinto"
L'invito ai movimenti antiinceneritoristi a continuare, anche a Firenze, la lotta per una gestione virtuosa dei rifiuti

La mozione Rifiuti Zero è stata bocciata dal Consiglio comunale di Firenze che con la sua maggioranza sostiene il sindaco Matteo Renzi. La mozione era stata scritta in collaborazione con i movimenti fiorentini e toscani per una gestione virtuosa, salubre ed economica dei rifiuti.

A quanto pare la retorica sull'innovazione della politica adottata dai renziani non è supportata da atti all'altezza. In questo caso si preferisce "conservare" il pericoloso sistema di incenerimento a svantaggio dell'innovazione rappresentata dal Ciclo delle 4R che in altre città ben più grandi di Firenze come San Francisco, Camberra, Okland, funziona bene, tutela la salute dei cittadini e genera nuovi posti di lavoro.

Ancora una volta il renzismo si mostra come una mera "sostituzione" dei referenti politici dei poteri forti, in questo caso quelli dei costruttori di inceneritori e di un indotto anacronistico che frena lo sviluppo economico di qualità del nostro Paese.

perUnaltracittà ringrazia i tanti attivisti e attiviste che fino ad oggi si sono impegnati affinché anche Firenze stesse al passo con la modernità nel campo dei rifiuti e li invita a non mollare. La storia ci darà ragione. Inceneritori e discariche sono il passato e chi li sostiene rinuncia al futuro.

La mozione era stata presentata da De Zordo e sottoscritta anche dai consiglieri Grassi, Fittante e Torselli ed é stata votata, oltre che dai sottoscrittori, anche dai consiglieri Cruccolini, Pugliese,  Galli, Semplici, Alessandri e Razzanelli.


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 32 votanti - 10 favorevoli, 22 contrari - mozione RESPINTA!

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giovedì 10 ottobre 2013

"La coop sei tu, chi può darti di più?"

Gli oligarchi rossi che giocano in borsa con i soldi della Coop, Firenze compresa 

Una volta comandava il Pci attraverso la Legacoop. Adesso una nebulosa di manager gestisce miliardi fuori da ogni controllo
di Giorgio Meletti da Il Fatto Quotidiano @giorgiomeletti 

Potremmo parlare di banca clandestina, se non fosse tutto alla luce del sole. Basta entrare in un supermercato Coop e diventare socio (che è come fare la tessera sconto in qualsiasi catena) per depositare i propri risparmi. Le nove grandi cooperative del consumo raccolgono ben 10,4 miliardi di euro. Sarebbe vietato: non è che un giorno uno si sveglia di buon umore, apre una banca e comincia a farsi affidare i risparmi dei passanti. La Coop infatti lo chiama “prestito soci”, senza però spiegare al popolo che il prestito soci è un capitale messo a rischio nell’impresa che, sia essa una coop o una società di capitali, lo usa per la sua attività, come aprire un supermercato. 

Infatti accadono sotto gli occhi di tutti, comprese le autorità di vigilanza, due cose strane. La prima è che le Coop utilizzano i risparmi dei loro soci non per mettere scaffali nuovi, ma per dedicarsi alla speculazione finanziaria. Esempio: l’Unicoop Firenze, la maggiore per fatturato (ben 3 miliardi di euro), ha in bilancio immobilizzazioni tecniche (ciò che serve per funzionare) per 2 miliardi e debiti verso i soci per 2,3 miliardi. Ma il debito complessivo è di 3 miliardi. Che ci fa la Coop con tutti quei soldi? Unicoop Firenze ha in bilancio 644 milioni di immobilizzazioni finanziarie: una vera merchant bank. 

I conti in rosso degli uomini al potere da decenni 

La seconda stranezza è che queste banche d’affari a marchio Coop non sono sottoposte ad alcuna vigilanza. La Banca d’Italia controlla le banche propriamente dette, ma le Coop non se le fila nessuno, punto e basta. Negli ultimi anni, complice la crisi e nella disattenzione generale, si sono messe nei guai. L’anno scorso le “nove sorelle” (oltre 12 miliardi di fatturato, con 50 mila dipendenti e sette milioni di soci in tutto) hanno chiuso i loro bilanci in rosso per complessivi 135 milioni di euro, e proprio per colpa della finanza. 

Ma prima di entrare nei dettagli di un disastro annunciato è bene spiegare il peculiare sistema di potere che consente ai boss delle coop di non rendere conto a nessuno. Il mondo delle cooperative cosiddette rosse ha seguito nel Dopoguerra uno schema sensato: le aziende sono cresciute sotto l’ombrello del Pci, che le governava attraverso la Legacoop, nominalmente un sindacato d’impresa, come la Confindustria, di fatto una sorta di holding attraverso la quale i vertici di Botteghe Oscure sceglievano strategie e manager. 

Dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del Pci decisa da Achille Occhetto nel 1989, il potere del partito si è dissolto e i capi delle cooperative sono diventati padroni assoluti, proprio come gli oligarchi russi che si sono appropriati delle aziende alla fine del regime sovietico. L’uomo simbolo di questo curioso fenomeno italiano è Turiddo Campaini, presidente di Unicoop Firenze dal 1973, cioè da 40 anni. Non c’è alcun meccanismo di controllo e nessuno lo può mandare a casa. I soci sono un milione e 200 mila, ma di essi solo 1288 (uno su mille, verosimilmente amici, dipendenti e sottoposti di Campaini) si sono presentati alle 39 assemblee decentrate che hanno approvato il bilancio. Tutti i colleghi di Campaini sono uomini di potere a 24 carati, che si scelgono in autonomia le amicizie politiche di riferimento. Il presidente della Coop Centro Italia, Giorgio Raggi, ex sindaco di Foligno, ha investito i soldi della cooperativa nella Edib, editrice del Corriere dell’Umbria nella fase in cui il quotidiano era nella sfera di Denis Verdini, e ha perso tutto. Recentemente si è fatto intercettare con la sua sodale di sempre, Maria Rita Lorenzetti, oggi agli arresti domiciliari, mentre si rammaricava di non essere potuto intervenire in tempo per bloccare un articolo de La Nazione sgradito alla zarina umbra. Ma lei cerca lui perché la Coop è la seconda azienda dell’Umbria dopo la Thyssen, e gli chiede di assumere la parente del consulente ministeriale che con la zarina sta curando gli interessi della Coopsette nei lavori Tav di Firenze. 

Torniamo a parlare di soldi. 
Le Coop impiegano gli oltre 10 miliardi del prestito dei soci in operazioni finanziarie, dai Bot alla Borsa. Nel 2012 erano immobilizzati in partecipazioni azionarie 2,2 miliardi di euro. Siccome è buona regola non investire in Borsa i soldi presi in prestito (perché se crollano i listini fai la fine di Romain Zaleski), se la Banca d’Italia vigilasse sull’uso del pubblico risparmio fatto in casa Coop controllerebbe il rapporto tra partecipazioni azionarie e patrimonio netto (che è la somma di capitale sociale e riserve, cioè il vero patrimonio che fa da garanzia per gli investimenti a rischio). 

Consorte ha tracciato il solco e gli Stefanini lo difendono 

Ebbene, le nove Coop hanno partecipazioni azionarie per 2,2 miliardi e un patrimonio netto di 6 miliardi. Mediobanca ha lo stesso rapporto: 2,6 miliardi su un patrimonio netto di 7. Solo che Mediobanca è una banca d’affari, la Coop una catena di supermercati. Come mai? Il fatto è che gli oligarchi delle Coop sono rimasti abbagliati dall’esempio di Gianni Consorte, padre-padrone dell’Unipol che otto anni fa tentò senza successo la scalata alla Bnl. E siccome gli azionisti di controllo dell’Unipol erano e sono proprio le grandi coop, quando Consorte fu sconfitto i suoi colleghi, fraternamente, lo cacciarono. Pierluigi Stefanini, oligarca storico della Coop Adriatica, salì al vertice dell’Unipol. E i manager-padroni hanno ricominciato a giocare con la finanza, spaccandosi però in due fazioni, i cosiddetti toscani e i cosiddetti emiliani. I primi si sono fatti male con il Monte dei Paschi, i secondi con l’Unipol. 

I “toscani” sono tre cooperative: Unicoop Firenze, Unicoop Tirreno e Coop Centro Italia. L’empolese Campaini, leader della corrente toscana, si scontrò a suo tempo con Consorte e non ha più voluto saperne di mettere soldi su Unipol. Ha preferito investire sul Monte dei Paschi, usando i risparmi dei soci per salvaguardare la “toscanità” (testuale) della banca senese. Ha speso oltre 400 milioni e ne ha persi circa 300, e nessuno ovviamente protesta. Unicoop Tirreno e Coop Centro Italia non stanno meglio. Insomma, nel 2012 le tre coop che coprono Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo hanno perso in tutto oltre 200 milioni, dopo aver segnato in bilancio 323 milioni di svalutazioni delle azioni possedute. 

La Coop umbra presieduta da Raggi ha fatto addirittura strike, riuscendo a perdere soldi sia sul Montepaschi sia sulla Popolare di Spoleto (commissariata con vertici arrestati). Il capolavoro di Raggi è stato vendere una ventina di supermercati al Fondo Etrusco, società immobiliare del Monte dei Paschi e dell’ex vicepresidente della banca senese, Francesco Gaetano Caltagirone, per non vendere le azioni del Monte dei Paschi, considerate “strategiche” (che non vuol dire niente ma suona bene). Così adesso le azioni non valgono quasi più niente, ma ogni anno la Coop paga milioni in affitti al Fondo Etrusco, di cui però ha preso delle quote, cosicché partecipa alla speculazione contro se stessa. 

Le sei cooperative del nord, che hanno in Emilia il loro epicentro, si sono invece inguaiate con l’Unipol. La compagnia assicurativa bolognese, trascinata da Mediobanca nel rischiosissimo salvataggio della Fonsai di Ligresti, fa capo alla holding Finsoe, a sua volta posseduta dalle coop del consumo insieme alla Holmo, scatola che riunisce le quote delle coop di costruzioni, l’altra gamba del potere cooperativo. Se al Centro si sono immolate per la “toscanità”, al Nord le coop sono state sacrificate all’ottimismo degli oligarchi. Le azioni Unipol valgono in Borsa circa 3,5 euro, ma il sistema cooperativo le tiene in bilancio a 10 euro. Il che significa che Finsoe segna le Unipol all’attivo del suo bilancio per 2,2 miliardi quando in Borsa valgono appena 800 milioni: mancano all’appello 1,4 miliardi, evaporati in questi anni in nome del mitico aggettivo: il controllo di Unipol è “strategico”. Quando è arrivato da Mediobanca l’ordine di salvare Fonsai, oligarchi di primo livello hanno obbedito con entusiasmo: per esempio Ernesto Dalle Rive di Novacoop, Marco Pedroni di Coop Nord Est (ma presidente anche di Finsoe) e Mario Zucchelli di Coop Estense, tutti e tre consiglieri d’amministrazione di Unipol, non si sono fatti pregare per immolare i soldi dei soci al salvataggio dei crediti di Mediobanca e Unicredit verso i Ligresti. Siccome si trattava di far scucire a Finsoe 429 milioni per l’aumento di capitale di Unipol, non solo i “toscani” ma anche grandi cooperative di costruzioni come Cmb e Coopsette si sono tirate indietro e hanno lasciato alle consorelle del consumo, presunte ricche, il conto da pagare. Come nei salotti buoni, anche dentro il mondo coop l’oligarchia è ormai devastata dalle guerre intestine propiziate dall’anarchia.

Il mistero della Manutencoop che non voleva pagare per Unipol 

Illuminante il caso della Manutencoop, uno dei maggiori azionisti di Unipol. Quando partì la chiamata alle armi di Mediobanca, Claudio Levorato, presidente da una trentina d’anni di una cooperativa che ha oggi 15 mila dipendenti e circa un miliardo di fatturato, rispose seccamente alla domanda se avrebbe messo mano al portafoglio: “Lo escludo categoricamente, Manutencoop non distoglierà risorse dal proprio core business”. Pochi mesi dopo Levorato ha pagato anche per le coop che si erano rifiutate, inneggiando all’operazione (indovinate?) “strategica”. Alla domanda se svenarsi per salvare la Fon-sai non fosse una mossa rischiosa, Levorato ha opposto una risposta sibillina: “Se non l’avessimo fatta ci sarebbero stati dei problemi”. Per obbedire a Mediobanca e Unicredit gli oligarchi hanno svenato le proprie coop. La Finsoe, non bastando i 300 milioni chiesti alle coop per l’aumento di capitale Unipol, ha aumentato i suoi debiti con le banche. E poche settimane fa la trimurti delle “banche di sistema” (Mediobanca, Intesa e Unicredit) ha soccorso Manutencoop collocando sui mercati internazionali un prestito obbligazionario da 450 milioni (quasi metà del fatturato) al tasso effettivo dell’8,75 per cento. Siamo ai limiti dell’usura e ciò illumina quanto sia conciata male la coop di Levorato. Ma da quando non c’è più il Pci le coop sono rimaste orfane, e gli oligarchi ormai si affidano ai salotti del capitalismo che una volta dicevano di voler combattere. Adesso, sempre in ritardo, fanno a gara a chi si integra meglio in un sistema in declino. 

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  Twitter@giorgiomeletti


PIERLUIGI STEFANINI

Da capo della Coop Adriatica, grande azionista di Unipol, fece fuori Consorte e si insediò al suo posto al vertice della compagnia di assicurazioni

CLAUDIO LEVORATO
  
Giurò che la sua Manutencoop non avrebbe scucito un euro per salvare la Fonsai di Ligresti. Poi ha pagato e Mediobanca l’ha aiutato con i debiti

GIORGIO RAGGI
  
Se la Lorenzetti è la zarina dell’Umbria, lui ne è lo zar. Ma la sua Coop Centro Italia ha perso un patrimonio con le azioni Mps e Pop. Spoleto

LA GALASSIA UNIPOL

La compagnia assicurativa chiamata a salvare il gruppo Premafin-Fonsai fa capo a una costellazione di cooperative cosiddette rosse, riunite nella holding Finsoe di cui alcune sono azioniste in proprio, altre attraverso Holmo Infografica Pierpaolo Balani

TURIDDO CAMPAINI. Al vertice da quando governava Fanfani
Nel 1973, quando Turiddo Campaini diventò presidente dell’Unicoop Firenze, in Italia c’erano Amintore Fanfani presidente del Consiglio ed Enrico Berlinguer segretario comunista di fresca nomina. Nel mondo Richard Nixon, Leonid Breznev e Mao Tse Tung armeggiavano con i primi tentativi di distensione. Il comunismo e la Dc sono finiti, in Cina il capitalismo ha prevalso e a Firenze c’è ancora lui, Turiddo. Regna incontrastato su un gigante della grande distribuzione: tre miliardi di fatturato, 10 mila dipendenti, una raccolta di “prestito soci” di 2,3 miliardi, in calo del 10 per cento nell’ultimo anno. Nel 2012 Unicoop Firenze ha perso 131 milioni, dopo aver svalutato per 207 milioni le partecipazioni azionarie: più che dimezzate in un anno. Ma nessuno contesta re Turiddo.

CALZOLARI. Il patron che fa affari con tutti e sogna di quotare la sua Granarolo
di Salvatore Cannavò, ivi

Se Silvio Berlusconi ha smesso di puntare il dito contro il potere delle “coop rosse ” è anche merito di uomini come Gianpiero Calzolari. Poco noto, per ora, sulla scena nazionale, il presidente del gruppo lattiero Granarolo e, allo stesso tempo, presidente della potente Legacoop di Bologna, è uno dei pionieri della transizione del vecchio mondo legato al Pci verso i lidi magmatici dell’impresa multinazionale. Pronto a comprare la Parmalat, in procinto di quotarsi in Borsa, capace di stare con l’impresa ma anche sul palco del Primo maggio a Bologna. Un rappresentante ideale dell’imprenditoria che viene dal mondo ex comunista e che oggi guarda al capitalismo globale.
Che non volesse sentir più parlare di “coop rosse” lo aveva detto chiaramente già al congresso Legacoop del 2007, in pieno governo Prodi (e scandalo Unipol): “Proviamo a toglierci di dosso quest’etichetta: per Legacoop è giunto il momento della svolta”. La svolta poteva venire se fosse andata in porto l’operazione Parmalat. Oltre a guidare Legacoop Bologna, Calzolari si sentiva forte di una Granarolo che ha 2100 dipendenti e nel 2011 lanciò l’idea di una cordata italiana per l’acquisto di Parmalat prima che finisse ai francesi di Lactalis. All’appello, però, non si presentò nessuno. Nemmeno il suo socio in Granarolo, Banca Intesa. Allora è partito il piano per conquistare le più tradizionali centrali del latte italiane: la Lat Bri lombarda, poi l’interessamento per quella fiorentina o quella di Salerno. Governate dal centrosinistra che punta a metterle sul mercato. “Nel 2016 raddoppiamo il fatturato”, è stata l’ultima promessa.
Con la giustizia ha avuto finora un solo guaio, quando Raffaele Guariniello lo indagò per la vicenda delle mozzarelle blu in qualità di presidente Granarolo. Eppure, lui, quelle mozzarelle le addentò sotto i riflettori della tv e dei fotografi per scacciare qualsiasi dubbio sulla loro bontà. Non è riuscito, però, a scacciare l’ombra che ha dovuto affrontare la scorsa estate quando si è trovato di fronte alla rivolta dei facchini delle cooperative subappaltatrici della Granarolo. Decine di lavoratori, quasi tutti maghrebini o asiatici, e islamici, si sono visti improvvisamente decurtare lo stipendio del 35%. La protesta è costata loro 41 lettere di licenziamento ma è stata dura, ha attraversato Bologna e, anche grazie alla Rete, ha macchiato il candore latteo della Granarolo. Il gruppo è stato costretto a far chiudere la vertenza con grande soddisfazione del piccolo S.I. Cobas che l’aveva promossa. Calzolari ha gestito la vicenda attaccando il sindacato – “qui si fa carne da cannone” – ma dovendo anche ricordare i “valori storici bracciantili” che hanno fondato le Coop. Quei braccianti, però, assomigliano agli immigrati di oggi, gli stessi per i quali Granarolo ha inaugurato la linea Liben Orom con un latte fermentato secondo la tradizione islamica e basato sulla certificazione halal . Gli stessi che per le vie di Bologna gridavano “Allah Akbar” e lo hanno costretto alla resa.


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