VALORIZZARE DIFENDERE SALVAGUARDARE LA VAL DI SIEVE

L' Associazione Valdisieve persegue le finalità di tutelare l'ambiente, il paesaggio, la salute, i beni culturali, il corretto assetto urbanistico, la qualità della vita e la preservazione dei luoghi da ogni forma d'inquinamento, nell'ambito territoriale dei comuni della Valdisieve e limitrofi.

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giovedì 9 dicembre 2021

dal blog di GRIG: Trent’anni fa, la legge n. 394 del 1991, grazie al primo firmatario GIANLUIGI CERUTI!

 

carta delle aree naturali protette in Italia

La legge n. 394 del 1991, la legge quadro sulle aree naturali protette, compie trent’anni.

Luci e ombre.

Dimenticati, spesso minacciati, pur essendo fondamentali per la natura del Bel Paese.

Ne parla, da par suo, Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera.

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

da Il Corriere della Sera5 dicembre 2021

Pochi fondi, ritardi, instabilità: sui parchi si può fare di più.

Ingorghi burocratici e mercanteggiamenti partitici causano continui commissariamenti e carenza di direttori. (Gian Antonio Stella)

«Scusi, a che servono i castori vivi?», chiese perplessa una dama impellicciata a uno scienziato ambientalista. E lui: «A niente, signora, come Mozart». Antonio Cederna era deliziato da quell’aneddoto. Lo citava spesso perché racchiudeva un universo intero. Per questo vale la pena di recuperarlo oggi, nel trentesimo anniversario della legge che il 6 dicembre 1991 istituì finalmente, con 120 anni di ritardo rispetto a quello di Yellowstone, i parchi nazionali italiani. Tema: a cosa servono, i parchi? Boh, risponderebbero i principali leader politici italiani se riconoscessero quanto è dimostrato dagli archivi dell’Ansa, dove non trovi a pagarle oro delle citazioni sul tema. Da destra a sinistra: dei parchi naturali pare non importi un fico secco a nessuno. L’ultimo caso? La scelta, denunciata cinque mesi fa da Federparchi, di «dirottare 80 milioni di euro del programma “Parchi per il Clima” nel fondo destinato al contenimento degli aumenti delle bollette energetiche». Dirottamento rientrato solo dopo una serie di proteste.

Eppure anche l’ultima ondata di allarmi sollevata da Cop26 a Glasgow sulla salute del pianeta ha ribadito quanto il tema tocchi tutti. E non si tratti soltanto di una difesa della bellezza, del paesaggio, della poesia di un territorio come quello italiano benedetto dalla buona sorte, ma di una questione vitale che peserà sul nostro futuro.

La stessa visione di Benedetto Croce che proprio cento anni fa illustrò il suo disegno di legge «per la tutela delle bellezze naturali» associando «lo spettacolo di acque precipitanti nell’abisso, di cime nevose, di foreste secolari e di orizzonti infiniti» alla «stessa sorgente da cui fluisce la gioia che ci pervade alla contemplazione di un quadro, all’audizione di una melodia ispirata, alla lettura di un libro fiorito di immagini e di pensieri», spiegò lo stesso Cederna, andava in qualche modo integrata. Non si trattava solo di una «carezza del suolo agli occhi» (e già sarebbe bastato) ma ancora di più: della «difesa della patria». Da proteggere anche attraverso un equilibrio corretto con la natura: un inestimabile valore ambientale, ecologico, economico, sanitario.

Passarono quarant’anni, da quella iniziale legge di tutela crociana alla prima proposta di istituire i parchi nazionali nel 1962. E altri ventinove perché il Parlamento, ancora sotto choc per l’incidente nucleare a Chernobyl (ricordate i dibattiti sulla tragedia ucraina e il basilico forse radioattivo in Liguria?) varasse finalmente, anche grazie all’irruzione di parlamentari verdi, la legge quadro di salvaguardia per una decina di nuovi parchi che si aggiungevano ai più antichi, quelli del Gran Paradiso e d’Abruzzo, creati così, senza un disegno preciso, men che meno strategico e di lunga gittata.

Troppo tardi, per tante parti preziose del nostro territorio. Lo dicono i rimpianti di Indro Montanelli nel 1966 su Punta Ala: «Chi se la ricorda prima del diluvio (di cemento)? Non si parla dei tempi in cui Berta filava. Fino a una diecina d’anni fa, sembrava destinata a restare, col suo intreccio di spiagge e di scogli, le sue pinete e i suoi “tomboli”, il cimelio e la testimonianza della Maremma dei macchiaioli, ormai tutt’intorno scomparsa. E in qualunque Paese civile a questa funzione di parco nazionale sarebbe stata adibita. Invece da Milano calarono i “valorizzatori”…» Risultato: «Una fungaia di casette e casoni».

Trent’anni dopo quella legge di cui fu il primo firmatario, Gianluigi Ceruti ricorda tutto come un passaggio storico fondamentale per la salvaguardia di tante aree del nostro Paese. «Fu un passo in avanti decisivo. Decisivo. Certo, tutti noi sognavamo che portasse a risultati ancora migliori. Penso alle perenni difficoltà sulle risorse finanziarie. Alla mancata realizzazione di tante riserve marine. A certe prepotenze dei partiti. Alle resistenze che hanno impedito anche qui, in Polesine, di dar vita al parco del Delta…». Destino comune ad altre realtà, come quella del Parco del Gennargentu, ancora oggi impantanato in un «perverso senso dell’autonomia», per dirla con gli ambientalisti del Grig, il Gruppo di intervento giuridico assai critico su come «infinite compagini governative che si sono succedute negli ultimi trent’anni hanno tenuto in considerazione i cosiddetti gioielli del Paese».

I numeri, oggi, sono questi: ventitré parchi nazionali (più lo Stelvio, spartito fra la Lombardia, l’Alto Adige e il Trentino) finanziati quest’anno con 160/170 milioni di euro (anno buono, di solito ne arrivano una settantina pari a 46 euro a ettaro!), 134 parchi istituiti dalle Regioni in costanti difficoltà finanziarie (tra cui vari «parchi di carta» che non sono assolutamente in grado di controllare e men che meno difendere il territorio da bracconieri, piromani, abusivi…) e 29 aree marine protette.

Parco nazionale dello Stelvio, i tre settori

Pochissime, rispetto quelle previste dall’Ue: ogni Stato dovrebbe tutelare entro il 2030 il 30% delle proprie acque territoriali. Per ora, spiega il Wwf, siamo al 4.53% «che si abbassa all’ 1,67% se si considerano le aree che siano effettivamente ed efficacemente gestite». Per non dire dell’instabilità dovuta agli ingorghi burocratici e ai mercanteggiamenti partitici («I parchi ormai preda della politica» è il titolo d’un capitolo dell’ultimo report Wwf) che hanno causato un totale di 77 anni di commissariamenti (tre anni per ogni parco) e la carenza di direttori: al momento, su ventitré, ne mancano nove. Una situazione complicata. Troppo spesso trascurata.

Certo, che di questi tempi i ritardi accumulati sull’energia debbano avere una priorità rispetto ad altri temi è difficile da contestare. Ma non saranno un po’ pochi, in questo roteare di fantastilioni di miliardi in arrivo con il Pnrr, quei 100 milioni che verrebbero riservati ai parchi italiani, delegati a tutelare un milione e mezzo di ettari del nostro territorio più prezioso, che ospita (lo dice il Report Fauna Selvatica a Rischio di Legambiente) «uno dei patrimoni più ricchi di biodiversità con circa la metà delle specie vegetali e circa un terzo di tutte le specie animali attualmente presenti in Europa»?

Ha ragione Fulco Pratesi, fondatore del Wwf Italia e tra i patriarchi dell’ambientalismo italiano, a rivendicare come la situazione sia «molto ma molto migliorata rispetto a quando il territorio italiano protetto era solo lo 0,6%». A maggior ragione, però, in questi tempi di deroghe a pioggia per aggirare quei vincoli che solo in parte sono riusciti a contenere i danni in un Paese come il nostro, sarebbe un peccato non custodire gelosamente e rilanciare quei parchi che trent’anni fa riuscimmo, a fatica, a fare nascere.

Stambecco (Capra ibex)

(foto Raniero Massoli Novelli, J.I., S.D., archivio GrIG)

FONTE ARTICOLO GRIG: https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2021/12/07/trentanni-fa-la-legge-n-394-del-1991/#more-28610


venerdì 12 novembre 2021

Occorre unire le forze dell’ecologismo politico italiano per contrastare la crisi ambientale globale – Incontro nazionale il 27 novembre a Firenze.

Comunicato Stampa dell’11 novembre 2021

Attendiamo con ansia le decisioni della COP26 ancora in corso di svolgimento a Glasgow e non nascondiamo un fondato scetticismo circa gli impegni che ne deriveranno per contrastare la galoppante crisi climatica ed ambientale. 

Purtroppo in assenza di un Governo Mondiale ogni Paese sotto la pressione delle lobby internazionali – l’unica vera internazionale in grado di unificare nel segno dei saccheggi ambientali e dei profitti i propri progetti – persegue i propri corporativismi ed interessi nel gioco al massacro di anteporli agli interessi più generali. 

In questo modo il rischio è quello, oltre di avvitare la catastrofe ambientale, di frustrare la spinta di milioni di giovanissimi che sotto la spinta di Greta rivendicano giustamente il loro futuro sempre più minacciato. 

Occorre invece, senza indugi invertire la rotta uscendo dall’abbaglio autodistruttivo del modo di produzione lineare per passare ad un modello circolare copiando il funzionamento dei cicli naturali. 

Oggi questa esigenza non può più essere ridotta a generiche richieste dal basso. Bisogna agire per un’uscita dalla spirale dello spreco e dell’usa e getta; è necessario costruire un percorso politico che abbia al centro quale priorità coerente la rinaturalizzazione dei cicli economici e dei modelli di inclusione sociale basati su criteri e valori di giustizia ecologica e sociale. 

Non abbiamo molto tempo. Per questo il Movimento Rifiuti Zero anche fidando sul sostegno dei 330 comuni italiani (che rappresentano circa 7.500.000 abitanti) intende chiamare all’unità i diversi percorsi che piccoli e grandi, locali e nazionali hanno posto al centro del loro agire territoriale l’obiettivo della rigenerazione e della conversione ecologica

Occorre una nuova governance di fronte alla crisi ambientale che gli schieramenti tradizionali (ma anche quelli più recenti) sembrano eludere parlando mai direttamente dell’ambiente quale “padre e madre di tutte le questioni” attardandosi su corporativismi o sull’inerzia di sempre. 

È questo il senso che riveste l‘incontro nazionale di Firenze del 27 novembre. Fornire una foce comune ai diversi rivoli, torrenti, fiumi dell’ecologismo locale e nazionale dando vita ad una costituente in grado di attrarre oltre i propri confini e oltre le sterili posizioni di rendita. 

Attivisti di tutti i Paesi unitevi! Siamo ad un BIVIO: questa volta non possiamo permetterci di sbagliare strada. 

Rossano Ercolini

PER PARTECIPARE
registrarsi online – entro il 20 novembre –
https://forms.gle/XS7z2BoreK31jPueA




martedì 2 novembre 2021

In Irlanda stop alla produzione di pellicce a partire dal 2022


A partire dal prossimo anno, anche l’Irlanda vieterà l’allevamento di animali per la loro pelliccia, compresi gatti, cincillà, cani, volpi, visoni, donnole ed ermellini. Con questa decisione, l’Irlanda diventerà il quindicesimo paese europeo a muoversi in questa direzione.

L’Irlanda compie un altro passo verso l’abolizione degli allevamenti di animali da pelliccia: il divieto, che entrerà in vigore già a partire dal 2022, rappresenta un nuovo capitolo nella storia del Paese, che metterà a disposizione dei sussidi – un pacchetto compreso tra i 4 e gli 8 milioni di euro – per sostenere gli allevatori che dovranno cessare la propria attività. In particolare, in Irlanda sono ancora attivi 3 allevamenti, che nel complesso producono oltre 110.000 pelli all’anno; queste attività potranno concludere la stagione 2021, per poi chiudere definitivamente nei primi mesi del prossimo anno.

La decisione, approvata in questi giorni dal Consiglio dei Ministri, è rappresentativa non solo dell’opinione di tutti i partiti politici irlandesi, ma anche del sentire dei cittadini: secondo i sondaggi, infatti, l’80% degli irlandesi è favorevole alla fine di questa pratica. Il divieto riguarderà l’allevamento di qualsiasi animale con il solo scopo di ricavarne pelle o pelliccia, e sarà esteso a gatti, cincillà, cani, volpi, visoni, donnole ed ermellini. Con questa decisione, l’Irlanda diventerà il quindicesimo paese europeo a muoversi in questa direzione.

L’Italia, invece, risulta ancora tra i Paesi europei in cui l’allevamento di animali da pelliccia è consentito. Questo, nonostante alcune di queste attività si siano realmente trasformate in pericolosi focolai di Coronavirus nei mesi scorsi. L’unico provvedimento è arrivato a febbraio, quando è stato deciso lo stop agli allevamenti di visoni per tutto il 2021. Non la chiusura definitiva, come avvenuta in altri Paesi europei, ma una pausa che non rappresenta una soluzione efficace in termini di tutela della salute pubblica.

Certo è che l’allevamento di animali “da pelliccia” è un argomento controverso, che negli ultimi anni sta facendo discutere e suscitando proteste: sono sempre di più i cittadini, anche tra coloro che non si dichiarano apertamente animalisti, a considerare la pelliccia un capo anacronistico, di cui il mondo della moda potrebbe tranquillamente fare a meno. Proprio per questo, il settore sta affrontando una forte crisi, e la risposta riguarda tanto la chiusura di queste attività, quanto il bando delle pellicce dalle passerelle. Anche le nuove tecnologie entrano nel settore, e tra queste c’è la pelliccia creata in laboratorio da una start-up che promette di rivoluzionare il mondo della moda.

Leggi anche:

Estonia: firmato lo stop agli allevamenti di animali da pelliccia. A quando in Italia?

FONTE ARTICOLO OSSERVATORIO VEGANOK:  https://www.osservatorioveganok.com/in-irlanda-stop-alla-produzione-di-pellicce-a-partire-dal-2022/?fbclid=IwAR1YfAfBD7aTSahCvdoD3smJ9UuNdBcWYAYDrnFHWSiTW3QGZFpUn26csic

mercoledì 4 agosto 2021

Colpo di spugna per gli ecoreati mentre i boschi bruciano

Il Parlamento sta discutendo un testo inaccettabile sotto il profilo ambientale

Il disastro ambientale non è incluso nelle eccezioni all'improcedibilità. La riforma della giustizia rischia così di fermare tanti processi ambientali. Si sono mobilitate le associazioni. PeaceLink sta raccogliendo le firme dei cittadini prima che sia troppo tardi. Firma qui anche tu.
2 agosto 2021
Associazione PeaceLink

Che il testo per la riforma della giustizia non andasse bene lo si vedeva subito. E le risposte della ministra Cartabia erano talmente rassicuranti da apparire propaganda. Tanto che il testo lo ha dovuto cambiare introducendo dei correttivi per i reati di mafia e per altri odiosi reati di alta rilevanza sociale. Ma gli ecoreati non sono stati inclusi da porre al riparo. E così la scure dell'improcedibilità finirà per colpire diversi complessi processi per disastro ambientale.Gli incendi dolosi devastano i boschi

PeaceLink è stata la prima associazione nazionale, il 23 luglio, a prendere posizione con un duro editoriale e a inviare il 28 luglio una lettera pubblica al premier Mario Draghi. A ruota è venuta una netta posizione di Greenpeace, Legambiente e Greenpeace: "Senza la modifica al testo presentato dal Governo, la cosiddetta riforma Cartabia, verrà di fatto tradita qualsiasi speranza di ottenere giustizia in nome del popolo inquinato». 

Le associazioni si sono mobiliate.

E' inconcepibile che mentre i boschi bruciano, i parlamentari siano convocati d'urgenza non per questa emergenza ma per approvare una legge che consentirà a chi compie un crimine ambientale di farla franca con dei bravi avvocati che gli allunghino i tempi dell'appello e della Cassazione.

Tutto questo indigna chiunque ne venga a conoscenza. 

Ed è per questo motivo che la petizione lanciata da PeaceLink ha raccolto nel giro di pochissimo tempo oltre mille firme.

Hanno subito aderito all'iniziativa il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Mani Tese, Medicina Democratica, la Lega diritti dei Popoli, il MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione) di Palermo, la Rete NoWar, Cova Contro e altre realtà della società civile.

Fra le firme raccolte c'è quella di Michele Carducci, docente di diritto costituzionale dell'università di Lecce, di Maurizio Portaluri, medico e storico esponente del movimento per la salute pubblica, l'epidemiologo Paolo Crosignani, autore di importanti perizie per processi ambientali, il chimico ambientale etico Stefano Raccanelli, uno dei maggiori esperti di diossina, la pediatra Annamaria Moschetti, da anni impegnata sull'impatto delle emissioni neurotossiche sui bambini, il cantante Nando Popu, impegnato civilmente con la sua musica e che in questi anni ha accompagnato i movimenti di contestazione all'inquinamento, la dottoressa Chiara Castellani, impegnata da anni al fianco dei poveri in Congo come missionaria laica. C'è la firma del sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi. E poi c'è il pacifista Elio Pagani, anima dell'obiezione di coscienza al lavoro bellico, il fisico Angelo Baracca, impegnato contro il nucleare, l'ingegnere Barbara Valenzano, già custode giudiziario dell'ILVA, l'ecologista Marco Boato, memoria storica delle lotte ambientali, Luigi Piccioni, ricercatore di storia e già collaboratore di Giorgio Nebbia. C'è poi un gruppo di scrittori e giornalisti: Marinella Correggia, Noel Gazzano, Carlo Gubitosa, Matteo Moder, Gaia Pedrolli, Peppe Sini, Olivier Turquet, Laura Tussi. 

Folto è il gruppo di insegnanti che hanno deciso di supportare la petizione e di diffonderla.

In queste ore il prezioso sostegno del mondo della cultura e della scuola sono di grande conforto.

L'elenco potrebbe continuare. La nostra speranza è che la voce pulita della società civile giunga in queste pre dentro le mura delle aule parlamentari per portare, anche in extremis, la buona notizia che gli ecoreati vengano blindati e siano al riparo dai colpi di spugna.

Ci stiamo rivolgendo ai parlamentari più sensibili, è una corsa contro il tempo.

Nel frattempo invitiamo tutti i cittadini di buona volontà a dare una mano per diffondere la petizione: www.peacelink.it/ecoreati 

La voce dei cittadini non sia ignorata!

Note: Per contatti: Alessandro Marescotti 3471463719a.marescotti@peacelink.org
Fonte: https://www.peacelink.it/editoriale/a/48649.html

lunedì 19 luglio 2021

Prosegue devastante il consumo del suolo in Italia.


Questo articolo è pubblicato sul blog del Gruppo d’intervento Giuridico odv

Presentato nei giorni scorsi dall’ Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale (ISPRA) il Rapporto sul consumo del suolo 2021.

Da leggere e capire, soprattutto in tempi di transizione ecologica (ma verso dove?):

Transizione ecologica e fotovoltaico, meglio sui tetti che a terra: solo in Sardegna ricoperti più di un milione di mq di suolo, il 58% del totale nazionale dell’ultimo anno. E si prevede un aumento al 2030 compreso tra i 200 e i 400 kmq di nuove installazioni a terra che invece potrebbero essere realizzate su edifici esistenti. Il suolo perso in un anno a causa dell’installazione di questa tipologia di impianti sfiora i 180 ettari.  Dopo la Sardegna è la Puglia la regione italiana che consuma di più con tale modalità, con 66 ettari (circa il 37%)”.

Allarmante, poi, la situazione nelle fasce costiere:

L’analisi del consumo di suolo nella fascia costiera viene valutato attraverso l’analisi a diverse distanze dalla linea di costa: 300 m (dove quasi un quarto del territorio è artificializzato), tra 300 e 1.000 m (18,9%), tra 1 km e 10 km (8,7%) e oltre 10 km (6,5%).

Badesi, cantiere edilizio in area dunale (marzo 2013)

I risultati mostrano che la percentuale maggiore di suolo consumato si ha nella prima fascia, dove i valori si attestano intorno al 30% per molte regioni, con i valori massimi in Liguria (47%) e nelle Marche (46,1%); in Abruzzo, Emilia-Romagna, Campania, Lazio, Puglia, Calabria e Sicilia sfiorano o superano il 30%, mentre nelle regioni restanti i valori sono inferiori alla media nazionale del 22,8%.

Facendo invece riferimento all’incremento di consumo di suolo i valori massimi sono registrati in Sardegna e in Molise, rispettivamente +1,06% nella fascia tra 300 e 1.000 m e +1,05% nella fascia tra 1 km e 10 km.

L’incremento per tutte le Regioni si aggira intorno allo 0,20% per la prima fascia, mentre raggiunge valori più alti nelle fasce oltre 1 km. La densità di consumo di suolo maggiore si trova in Emilia-Romagna in cui nella fascia tra 300 m e 1 km è di 12,85 m2/ha, seguita dalla Sardegna con 8,68 m2/ha, dalle Marche con 7,44 m2/ha e dall’Abruzzo con 6,85 m2/ha. Nell’ultimo anno le Isole (+0,26) registrano il valore di crescita percentuale del consumo di suolo più alto (Figura 27, pag. 65), seguono il Nord-Ovest e il Sud con valori simili (0,25%). Le altre tre ripartizioni si attestano allo 0,24% (Nord-Est) e 0,22% (Centro), mantenendosi al di sotto del valore nazionale (0,24%)“.

Continuando su questa direzione, prepariamoci a nuovi disastri ambientali e a nuove calamità innaturali.

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

impatto – tipo di una centrale fotovoltaica da 30 MW (2013)

dal sito web istituzionale I.S.P.R.A., 14 luglio 2021

Presentazione del Rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2021”.

Rapporto; Dati principali a livello regionale, provinciale e comunale e Schede di dettaglio sui dati regionali

Programma della presentazione del rapporto

Comunicato stampa della presentazione del rapporto

Programma della conferenza stampa

Comunicato stampa e infografiche della conferenza stampa “Neanche la pandemia ferma il consumo di suolo. Speciale Roma e Milano”

Video “Neanche il Covid ferma il consumo di suolo. Speciale Roma e Milano”

Visualizza la cartografia e i dati principali

Scarica la cartografia e i dati completi

Video della presentazione del rapporto

Video della conferenza stampa “Neanche la pandemia ferma il consumo di suolo. Speciale Roma e Milano”

Alpi venete, lavori per la realizzazione di una pista da sci

da SNPA14 luglio 2021

Consumo di suolo: senza interventi costi alle stelle già nel 2030.

È un costo complessivo compreso tra gli 81 e i 99 miliardi di euro, in pratica la metà del Piano nazionale di ripresa e resilienza, quello che l’Italia potrebbe essere costretta a sostenere a causa della perdita dei servizi ecosistemici dovuta al consumo di suolo tra il 2012 e il 2030. Se la velocità di copertura artificiale rimanesse quella di 2 mq al secondo registrata nel 2020 i danni costerebbero cari e non solo in termini economici. Dal 2012 ad oggi il suolo non ha potuto garantire la fornitura di 4 milioni e 155 mila quintali di prodotti agricoli, l’infiltrazione di oltre 360 milioni di metri cubi di acqua piovana (che ora scorrono in superficie aumentando la pericolosità idraulica dei nostri territori) e lo stoccaggio di quasi tre milioni di tonnellate di carbonio, l’equivalente di oltre un milione di macchine in più circolanti nello stesso periodo per un totale di più di 90 miliardi di km. In altre parole due milioni di volte il giro della terra.

È la situazione attuale e quella futura analizzata dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente nell’edizione 2021 del Rapporto sul “Consumo di Suolo in Italia”. Il Rapporto è stato presentato nel corso di un webinar il 14 luglio. Disponibile anche la video inchiesta dal titolo “Speciale Roma e Milano: neanche il Covid19 ferma il consumo di suolo” promossa da Ispra.

A livello nazionale le colate di cemento non rallentano neanche nel 2020, nonostante i mesi di blocco di gran parte delle attività durante il lockdown, e ricoprono quasi 60 chilometri quadrati, impermeabilizzando ormai il 7,11% del territorio nazionale. Ogni italiano ha a disposizione circa 360 mq di cemento (erano 160 negli anni ’50).

L’incremento maggiore quest’anno è in Lombardia, che torna al primo posto tra le regioni con 765 ettari in più in 12 mesi, seguita da Veneto (+682 ettari), Puglia (+493), Piemonte (+439) e Lazio (+431).

Veneto, pianura alluvionata

Nelle aree a pericolosità idraulica la percentuale supera al 9% per quelle a pericolosità media e il 6 % per quelle a pericolosità elevata. Il confronto tra i dati 2019 e 2020 mostra che 767 ettari del consumo di suolo annuale si sono concentrati all’interno delle aree a pericolosità idraulica media e 285 in quelle a pericolosità da frana, di cui 20 ettari in aree a pericolosità molto elevata (P4) e 62 a pericolosità elevata. Le percentuali si confermano alte anche nei territori a pericolosità sismica alta dove il 7% del suolo risulta ormai cementificato.

Consumo di suolo e isole di calore. A livello nazionale superano i 2300 gli ettari consumati all’interno delle città e nelle aree produttive (il 46% del totale) negli ultimi 12 mesi. Per questo le nostre città sono sempre più calde, con temperature estive, già più alte di 2°C, che possono arrivare anche a 6°C in più rispetto alle aree limitrofe non urbanizzate.  

Transizione ecologica e fotovoltaico, meglio sui tetti che a terra: solo in Sardegna ricoperti più di un milione di mq di suolo, il 58% del totale nazionale dell’ultimo anno. E si prevede un aumento al 2030 compreso tra i 200 e i 400 kmq di nuove installazioni a terra che invece potrebbero essere realizzate su edifici esistenti. Il suolo perso in un anno a causa dell’installazione di questa tipologia di impianti sfiora i 180 ettari.  Dopo la Sardegna è la Puglia la regione italiana che consuma di più con tale modalità, con 66 ettari (circa il 37%).    

E con la logistica l’Italia perde ancora più terreno. Invece di rigenerare e riqualificare spazi già edificati, sono stati consumati in sette anni 700 ettari di suolo agricolo e il trend è in crescita. In Veneto le maggiori trasformazioni (181 ettari dal 2012 al 2019, di cui il 95% negli ultimi 3 anni) dovute alla logistica, seguita da Lombardia (131 ettari) ed Emilia-Romagna (119). 

Costa Paradiso, cantiere edilizio in fortissima pendenza

(foto da mailing list ambientalista, per conto GrIG, S.D., archivio GrIG)

FONTE: Questo articolo è pubblicato sul blog del Gruppo d’intervento Giuridico odv

mercoledì 7 ottobre 2020

Disastro diga di Pavana, Wwf e Legambiente: “Revoca immediata per Enel Green Power”

Il torrente Limentra invaso da fango e sedimenti (foto ARPA Emilia Romagna)

A luglio durante i lavori di svuotamento dell’invaso sull’Appennino un’ondata di fango si è riversata nel Limentra e nel  Reno. Le associazioni: “Un ecosistema fluviale distrutto”

SAMBUCA PISTOIESE (Pt) – Il 28 luglio di quest’anno un’ondata di fango e sedimenti ha investito il torrente Limentra e il fiume Reno. Siamo a Sambuca Pistoiese, terra di confine sull’Appennino tra Toscana ed Emilia Romagna. Qui erano in corso le operazioni di svuotamento della diga di Pavana, un invaso artificiale costruito negli anni Venti del secolo scorso, quando una grande quantità di argilla e melma si è riversata tutta insieme a valle e poi nei due fiumi. Causando la morte di migliaia di pesci e danni incalcolabili all’intero ecosistema fluviale.
Lo svaso della diga era stato eseguito da Enel Green Power che ha in gestione la struttura. Un intervento programmato e autorizzato sia dalla Regione Emilia Romagna che dalla Regione Toscana, pur con una serie di prescrizioni. Ma qualcosa è andato storto e di quelli che erano fiumi pieni di vita ora non rimane più nulla.
Un disastro ambientale annunciato, denunciano WWF e Legambiente. Che con questa nota congiunta chiedono la revoca immediata della gestione della diga di Pavana a Enel Green Power e l’avvio di interventi straordinari di ripristino ambientale.

L’intervento messo in atto a fine luglio da parte di Enel Green Power, gestore alla Diga di Pavana e assi fluviali emissari (in primis fiume Reno e torrente Limentra) venne classificato mesi prima da Regione Toscana come “Manovra urgente e straordinaria degli organi di scarico” nella nota iniziale inviata da Regione Emilia Romagna il 18 maggio 2020 n. 0175394, che nei successivi accertamenti svolti dagli organismi competenti (Ufficio Tecnico per le Dighe di Firenze e Direzione Generale per le Dighe del Ministero Infrastrutture e Trasporti) “dimostravano le già prevedibili problematiche di vulnerabilità dell’opera connessa alla tipologia della diga e allo stato di degrado” e “criticità di alcuni elementi strutturali anche in caso di modeste sollecitazioni sismiche”.

Pur nella certezza dell’indispensabilità di tale intervento, WWF e LEGAMBIENTE non possono che constatare come l’intera esecuzione dei lavori abbia prodotto risultati catastrofici per quello che era prima un ricco ecosistema, nonché uno dei pochi vanti di rilievo turistico rimasti al nostro territorio, nonostante le numerose prescrizioni, dispositivi e obbligazioni emanati in via preventiva dalle Regioni Emilia Romagna e Toscana proprio per scongiurare il verificarsi di una simile, catastrofica situazione.

Il risultato è che si è di fatto azzerato un intero ecosistema a causa dello sversamento incontrollato di un numero imprecisabile di migliaia di metri cubi di fanghi e sedimenti di ogni genere e tipo lungo il corso dei due fiumi, che hanno spazzato via la vita in queste acque e fatto scomparire la ricca fauna aviaria, in primis i cosiddetti uccelli di palude, che da essi traevano sostentamento, seppellendo sotto metri di fanghi i grossi sassi, piccoli laghetti e tane dei pesci presenti ovunque sul letto dei fiumi.

Acque in piena salute alla fine del mese di luglio 2020, per le quali la stessa Regione Toscana nell’atto di autorizzazione alle manovre di svaso spiegava che:
· il Torrente Limentra di Sambuca […] prevede al 2021 il conseguimento degli stati di qualità ecologico e chimico di BUONO. Stato ecologico complessivo: sufficiente (macro ivertebrati: buono; macrofite, lim_eco, diatomee: elevato; sostanze tab. 1B: sufficiente per AMPA), – stato chimico: buono. Il tratto adducente all’invaso risulta classificato come idoneo a “salmonidi”
· Fiume Reno Valle […] prevede al 2021 il conseguimento degli stati di qualità ecologico e chimico di BUONO. […] risulta nel seguente stato di qualità: – stato ecologico complessivo: buono (macroivertebrati: buono; macrofite, limeco, diatomee: elevato; sostanze tab. 1B: buono), – stato chimico: buono. Il tratto risulta classificato come idoneo a “ciprinidi”;

Di tutto questo ora non resta più nullaRimangono solo fiumi completamente morti – come rilevato da ARPA Toscana di recente – il cui alveo è ora interamente ricoperto dai sedimenti provenienti dall’invaso e per i quali non è ancora stata resa nota, almeno non pubblicamente, la composizione chimica che pur certamente risulterà dalle analisi svolte dalle ARPA territorialmente competenti. Informazioni che ci dicono “secretate” per via delle indagini in corso.

Tutti gli organi politici e istituzionali delle due Regioni e dell’Appennino, unanimemente, hanno parlato di errori del gestore se non, in modo esplicito, di colpe gravi nell’effettuazione delle operazioni di svaso.
La versione di Enel (riportiamo virgolettato dal Web) è quella di un “imprevedibile” cedimento che “ha comportato la necessità di mantenere la completa apertura dello scarico di fondo della diga al fine di evitare l’ostruzione e la manovrabilità dell’organo atto alla sicurezza idraulica della diga. Tale situazione ha comportato la fuoriuscita di sedimento lungo l’alveo a valle della diga […]”.

Ricordiamo che già nel 1997 di verificò un danno analogo sempre a Reno e Limentra, e sempre conseguenza delle operazioni compiute nella diga di Pavana, con conseguente DISASTRO AMBIENTALE che, secondo gli esponenti della Provincia di Pistoia di allora, evidenziò “elementi di approssimazione nella gestione della operazione di svaso da parte di ENEL”. Altrettanto nell’agosto 2011 (dunque, sempre nel periodo più siccitoso dell’anno, cosa che amplifica ulteriormente le già nefaste conseguenze sull’ecosistema coinvolto) con altro disastro questa volta ai danni del fiume Scoltenna, episodio in cui si ebbe il coraggio di parlare apertamente di “smaltimento illecito dei fanghi accumulati nell’invaso” in conseguenza del quale ENEL è stata condannata a ripristino ambientale e ad una sanzione di oltre 450 mila euro (pagata dalle assicurazioni del gestore).

WWF e Legambiente si rendono perfettamente conto di quanto sia seria la situazione e quanto arduo il ripristino, trattandosi di fanghi ricchissimi di componenti ammoniacali e nitriti di decomposizione, con ottima probabilità di presenza anche di contaminanti antropici, sversati a migliaia di tonnellate fuori dalla diga. Oltre alla strage di pesci e organismi acquatici, e alla conseguente scomparsa dei tanti uccelli di fiume, tali sedimenti scenderanno col tempo lungo il Reno, con grave timore di perturbazioni agli acquiferi sotterranei che servono acqua potabile a Bologna.

L’azione che ora vorremmo portare avanti, insieme alle altre associazioni ambientaliste, ai sindaci e assessori Ambiente locali, e soprattutto con i gli abitanti dell’Appennino, non è volta a “trovare e punire i colpevoli” (cosa per la quale esistono organi giudiziari preposti) ma certamente a chiedere la revoca della gestione della diga di Pavana a Enel Green Power, e nel contempo chiederemo che siano messi in campo sforzi e risorse straordinari per ripristinare l’ecosistema fluviale a livelli ancora migliori di quelli pre-svaso, oltre a contribuire alla formazione di una o più nuove oasi/riserve, piuttosto che ad un rilancio dell’azione turistica promuovendo e finanziando attività, passeggiate e percorsi sulle sponde del fiume Reno.

Pertanto ci adopereremo per continuare a parlare e ad informare i cittadini su questo disastro ambientale; a sviluppare le alleanze con altri soggetti istituzionali, associazioni e abitanti delle due Regioni; a sollecitare le Autorità giudiziarie perché venga rapidamente accertata la piena responsabilità del disastro; a valutare la revoca della gestione a Enel Green Power; a chiedere un unanime e profondo impegno di tutte le parti coinvolte (tanto quelle che hanno causato, quanto quelle che hanno subìto il disastro) a trasformare questo disastro in un’occasione per investire nel rilancio turistico-culturale-ambientale della zona; a effettuare una raccolta di firme per una petizione utile a sollecitare queste richieste.

Comitato per il WWF di Pistoia e Prato          Circolo Legambiente SettaSamoggiaReno
WWF Bologna Metropolitana                            Circolo Legambiente Pistoia

FONTE: https://www.toscanachiantiambiente.it/disastro-diga-di-pavana-wwf-e-legambiente-revoca-immediata-per-enel-green-power/