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mercoledì 3 dicembre 2014

Brescia; correlazione tra pcb diossine e aumento record tumori

inc brescia cittàTumori, a Brescia è record italiano. L’epidemiologo: “Ora via i vertici dell’Asl”
Per Paolo Ricci (responsabile dell’Osservatorio epidemiologico di Mantova e coordinatore del progetto di monitoraggio dei 44 siti inquinati di interesse nazionale italiani) non ci sono dubbi: “La ricerca deve avere anche una ricaduta sociale sulla salute delle persone”
A Brescia ci si ammala di tumore più che nel resto d’Italia. E c’è una correlazione diretta tra i Pcbe le diossine, i veleni dell’industria chimica che hanno devastato il territorio, e l’aumento delleneoplasie. Lo certifica il nuovo rapporto “Sentieri” dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Airtum, l’Associazione italiana registri tumori, che ha confermato l’eccesso di tumori nella popolazione del sito Brescia-Caffaro rispetto al resto del nord Italia, smentendo le autorità sanitarie locali. L’Asl di Brescia infatti, fino a pochi mesi fa aveva sostenuto che i dati sull’incidenza dei tumori “non evidenziano discrepanze significative con il Nord Italia”. Il marchio impresso dai veleni sulla popolazione di Brescia, come emerge invece dal rapporto Sentieri, è fin troppo evidente: “In entrambi i generi – si legge nello studio Iss-Airtum – si osservano eccessi (uomini +10%, donne + 14%) in tutti i tumori e dei tumori epatici, laringei, renali e tiroidei”. Ma la “firma” dell’inquinamento si trova, secondo i ricercatori, soprattutto in tre tipologie di tumore direttamente riconducibili a Pcb e diossine, per i quali si registra un’incidenza record: i melanomi cutanei (uomini + 27%, donne + 19%), i linfomi non-Hodgkin (uomini + 14%, donne + 25%) e i tumori della mammella (donne + 25%).
L’EPIDEMIOLOGO PAOLO RICCI: “VIA I VERTICI DELL’ASL”
L’epidemiologo Paolo Ricci, responsabile dell’Osservatorio epidemiologico di Mantova e coordinatore, con Pietro Comba dell’Iss, del progetto di monitoraggio dei 44 siti inquinati di interesse nazionale italiani, dopo aver firmato insieme ad altri ricercatori il terzo rapporto dello studio Sentieri lancia un appello clamoroso: “E’ ora che i vertici dell’Asl di Brescia facciano un passo indietro. So di spingermi oltre un contributo scientifico puro – spiega il professor Ricci ailfattoquotidiano.it – ma penso che la ricerca debba avere anche una ricaduta sociale sulla salute delle persone. Chi ha avuto a che fare fino ad ora con la gestione della situazione sanitaria e ambientale di Brescia sul caso Caffaro dovrebbe lasciare il posto ad altri”. A chiedere la sostituzione del direttore generale dell’Asl, Carmelo Scarcella, e della direzione dell’azienda sanitaria di Brescia erano stati finora i comitati ambientalisti: il 30 aprile un gruppo di attivisti ha occupato l’ufficio del dirigente – ai vertici dell’Asl bresciana da 15 anni – chiedendo le sue dimissioni “per aver negato le conseguenze sanitarie dell’inquinamento da diossine”.
Ora l’appello arriva anche da un autorevole esponente della comunità scientifica. Che sottolinea la gravità della situazione del sito Caffaro di Brescia. Quasi un secolo di produzione di Pcb (dal 1936 al 1984). Oltre 200 ettari di area a sud della Caffaro gravemente inquinata da policloro bifenili e diossine. Più di dieci anni di inserimento (dal 2002) tra i siti inquinati di interesse nazionale, e finora nessuna bonifica. Gli effetti di un simile inquinamento (definito da Ricci “più grave di quello di Seveso”) non poteva non interessare la popolazione. Ma le autorità sanitarie locali sembrano non essersi ancora accorte della gravità del caso bresciano. I dati preoccupanti sui tumori nel Sin Brescia-Caffaro erano stati anticipati proprio dal professor Ricci – i dati erano in attesa della conferma definitiva – alla trasmissione di Raitre PresaDiretta nel marzo del 2013. Come emerso in diversi studi pubblicati su importanti riviste scientifiche, i livelli di Pcb e diossine nel sangue della popolazione bresciana sono “fra i più elevati osservati a livello internazionale”. Perché l’Asl continua a sostenere che non vi sia correlazione certa tra queste sostanze, classificate come “cancerogeni certi” dallo Iarc, e l’incidenza anomala dei tumori? “Non lo so – prosegue Ricci – Posso dire che se fino al 2001 quando è scoppiato il ‘caso Caffaro’ potevamo pensare che errare è umano. Continuare su quella strada dopo dieci anni è diabolico”.
LA DIREZIONE DELL’ASL SI DIFENDE: “STUDI CONTRASTANTI”
Contattato da ilfattoquotidiano.it, il direttore generale dell’Asl di Brescia Carmelo Scarcella non ha voluto rilasciare dichiarazioni. La direzione dell’azienda sanitaria locale ha però diffuso le considerazioni del responsabile dell’Osservatorio epidemiologico dell’Asl di Brescia, Michele Magoni: “I Pcb sono sostanze tossiche – spiega il dottor Magoni – la loro definizione come cancerogeni è invece più controversa ed è nel 2013 che la Iarc (l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ndr) li ha classificati come cancerogeni certi per il melanoma; permangono quali probabili cancerogeni per il linfoma-NH e per il tumore della mammella”. Gli studi sulla correlazione tra Pcb e tumori, assicura l’Asl di Brescia, sono “contrastanti”. Tuttavia la direzione generale tiene a sottolineare che “sono state prese, anche in passato, tutte le misure per prevenire l’assorbimento dei Pcb da parte dei cittadini”. E che “i livelli di Pcb sierici (nel sangue, ndr) negli ultimi dieci anni si sono dimezzati”. “L’Asl non intende certo negare l’effetto dei Pcb – afferma il responsabile dell’Osservatorio locale – ma neppure può affermare di aver trovato tali effetti quando ciò non corrisponde alla realtà”. I risultati dello studio Sentieri, insomma, non sarebbero incontrapposizione con quanto sostenuto dall’Asl di Brescia: “Al tempo stesso bisogna essere consci dei limiti degli studi e il non aver trovato un’associazione non significa che questa associazione non vi sia”, conclude Magoni.
L’ASL HA SEMPRE NEGATO IL NESSO PCB-TUMORI
Carmelo Scarcella, alla guida dell’Asl di Brescia dal 2003, è lo stesso dirigente che ricopriva il ruolo di direttore sanitario nel 2001, quando il caso Caffaro “è stato scoperto un po’ per caso – spiega il professor Ricci – e non certo grazie al contributo delle autorità sanitarie. Non ci sarebbe stato se non grazie alla pubblicazione di una ricerca storica. Un vero paradosso”. L’autore del libro che ha denunciato il grave inquinamento, lo storico Marino Ruzzenenti (Un secolo di cloro…e Pcb. Storia delle industrie Caffaro di Brescia) ha conservato negli anni tutte le dichiarazioni rilasciate dal direttore dell’Asl di Brescia sull’inquinamento Caffaro. Affermazioni pubblicate sui giornali e finora mai smentite dal dottor Scarcella, che lo storico ha ricordato al direttore generale nel corso di un incontro avvenuto all’inizio di maggio negli uffici dell’Asl: “Non esiste cura per la presenza nel sangue di una sostanza [il Pcb, ndr] che statisticamente non determina danni per la salute, sosteneva ad esempio Carmelo Scarcella sul Giornale di Brescia il 9 giugno 2004” spiega Ruzzenenti. Una posizione mantenuta dal dg fino al 2013, quando il reportage di PresaDiretta ha fatto “riscoprire” ai bresciani la gravità dell’inquinamento da Pcb e diossine: “Dati presentati in modo parziale ed allarmistico – commentava la direzione Asl all’indomani della trasmissione – l’incidenza del tumore al fegato è inferiore del 30%”.
LE “DUE VERITÀ” DELLE AUTORITÀ SANITARIE SUL PCB
L’Asl non avrebbe solo “minimizzato” – come denunciano gli ambientalisti – la portata del disastro ambientale prodotto dalla Caffaro. Mentre alla popolazione venivano fornite informazioni tranquillizzanti, nel 2008 il direttore generale dell’Asl, dottor Scarcella, firmava – insieme ad altri autori – uno studio su Chemosphere in cui erano riportati i livelli di Pcb nel latte materno di una giovane donna: 147 pg/TEQ per grammo di grasso (a 6 pg/TEQ il latte vaccino deve essere distrutto), un livello che resta un record internazionale. “Ma quella donna non è mai stata avvisata e ha continuato ignara ad allattare il figlio – racconta lo storico Ruzzenenti – che ora infatti ha livelli alti di Pcb nel sangue, trasmessi dalla madre. E’ scandaloso questo doppio atteggiamento dell’Asl: da una parte si presenta una verità per il ‘popolo bue’, dall’altra si pubblica la verità per lacomunità scientifica, tanto i lettori di quelle riviste si contano sulle dita di una mano”. Un caso analogo era avvenuto nel 2011, con la pubblicazione su Environmental Research dell’articolo Pcb e linfomi non-Hodgkin: uno studio caso-controllo in nord Italia in cui gli stessi autori presentavano agli addetti ai lavori alcune prove dell’associazione tra Pcb e linfomi-NH. I risultati dello studio venivano però fortemente ridimensionati di fronte all’opinione pubblica. Una scelta motivata dal fatto, spiega la direzione sanitaria bresciana, che non vi fossero riportate “misure individuali di esposizione”.
“SERVONO NUOVI INTERLOCUTORI” PER IL CASO CAFFARO
Nell’incontro con i comitati, il 30 aprile il direttore generale dell’Asl ha ammesso, per la prima volta pubblicamente, che l’aumento dei tumori a Brescia è in qualche modo legato alla presenza di Pcb. E ha annunciato di voler istituire un nuovo osservatorio sulla situazione sanitaria del capoluogo lombardo: “Vorrei valutare la creazione di un osservatorio sul caso Caffaro sul modello di altri già avviati su temi ambientali – ha annunciato il dg Asl nel corso dell’incontro – Ne parlerò sia con il sindaco che con l’Arpa”. Ma la risposta del professor Paolo Ricci, curatore del rapporto Iss-Airtum, è fin troppo chiara: “Dopo 15 anni è ora che vi sia un rinnovamento ai vertici dell’Asl di Brescia. Parlando tra colleghi e amici, è emersa la convinzione che sarebbe opportuno fossero altri gli interlocutori locali dell’Iss per continuare il lavoro di monitoraggio e di studio del sito Caffaro. Persone che non hanno avuto nulla a che fare con la gestione di questi ultimi anni”. www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/14/tumori-a-brescia-e-record-italiano-lepidemiologo-ora-via-i-vertici-dellasl/984771/

mercoledì 2 luglio 2014

Inceneritore di Brescia: nube nera esce dall’inceneritore. Arpa: “Dati su diossine non registrati”

Dopo l'incidente avvenuto il 27 aprile 2014, la multiutility A2A che gestisce l'impianto ha assicurato: "Tutti i valori si sono mantenuti sotto i limiti autorizzati". Ma per l'Agenzia regionale per l’ambiente ci sono state “interruzioni durante il campionamento” nei minuti in cui era in corso il guasto.

Brescia, nube nera esce dall’inceneritore. Arpa: “Dati su diossine non registrati”
Una nube nera che esce dall’inceneritore più grande d’Europa, la seconda in due anni ad alzarsi sulla città di Brescia di cui non si conoscono con precisione gli effetti sull’ambiente e sulla salute della popolazione. È successo lo scorso 27 aprile, poco prima delle 12, anche se il gestore dell’impianto – A2A Ambiente – ha informato le autorità dell’incidente solo la sera del giorno successivo quando già circolavano le fotografie della nube scattate da un passante. La multiutilityA2A rassicura precisando che “tutti i valori si sono mantenuti costantemente e abbondantemente sotto i limiti autorizzati”. Ma l’Agenzia regionale per l’ambiente rileva – in una relazione datata giugno 2014 che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare – che ci sono state “interruzioni durante il campionamento” nei minuti in cui era in corso l’incidente. I dati sulle diossine, quindi, non sono stati registrati dall’azienda.
L’incidente - Un pennacchio nero fuoriuscito dalla torre dell’inceneritore di A2A, fotografato la mattina del 27 aprile 2014 con il cellulare da un passante, torna a gettare un’ombra sulla gestione dell’“impianto modello” di Brescia. Il timore è che l’abbassamento delle temperature di combustione possa aver causato nell’aria un picco di diossine e Pcb, sostanze tossichecancerogene. Secondo la multiutility A2A, per la breve durata dell’evento causato da un “temporaneo calo di tensione” sulla linea elettrica, “non si sono verificati abbassamenti della temperatura di combustione”. Tutto regolare, come confermerebbero i dati “nel pieno rispetto dei limiti di emissione di tutti i parametri” secondo l’azienda. Cos’è stata dunque quella fumata nera? La domanda non è secondaria, trattandosi di un impianto che brucia ogni giorno centinaia di tonnellate di rifiuti (la portata è di 800mila tonnellate all’anno).
L’Agenzia per l’ambiente ha cercato di vederci chiaro acquisendo i livelli di emissioni di diossine durante l’incidente, che dovrebbero essere monitorati in continuo dall’azienda. Ma quei dati, riporta la relazione ispettiva, non ci sono. L’Arpa ha rilevato che “il campionatore automatico della linea tre non ha registrato i dati di campionamento relativi al mese di aprile 2014”, tanto che i tecnici hanno dovuto tentare di ricostruire le emissioni sulla base di una stima. Ma mancano comunque, per tutte e tre le linee dell’impianto, i dati sul picco di diossine fuoriuscite dal camino nel corso dell’incidente. Il 27 aprile 2014, infatti, secondo l’Arpa vi sono state “interruzioni durante il campionamento per la linea 1 dalle ore 10.46 alle ore 12.01, per la linea 2 dalle 10.35 alle 10.51, per la linea 3 le informazioni sono mancanti”. Impossibile dunque risalire ai livelli di diossine emesse dall’impianto durante la nube nera, perché “nelle fasi con stato impianto 35 (funzionamento anomalo) la ditta ha impostato lo stand by dello strumento”.
Il precedente - Un analogo incidente, con nube nera sulla città, era avvenuto l’8 agosto 2012 e la magistratura aveva aperto un’inchiesta. Anche in quel caso il guasto aveva interessato tutte e tre le linee ma i campionatori in continuo delle emissioni di diossine si erano disattivati “perché i criteri impostati – scriveva l’Arpa – consentivano il campionamento solo nei periodi di normale funzionamento dell’impianto”. Solo il dispositivo della linea 2, disattivato con mezz’ora di ritardo, aveva riportato il valore di 0,21 nanogrammi per metrocubo, 400 volte superiore a quelli normalmente dichiarati dall’impianto. Gli ispettori Arpa contestavano all’azienda di “ostacolare l’attività di controllo dell’autorità preposta”, ma alcune prescrizioni sono state poi recepite nel rinnovo dell’Autorizzazione integrata ambientale del 2014, e il pm ha chiesto l’archiviazione del fascicolo. A distanza di due anni, di fronte a un nuovo incidente, l’Arpa torna a prescrivere ad A2A che i dispositivi di campionamento siano mantenuti sempre attivi “per monitorare l’impianto in ogni condizione reale”.

lunedì 5 maggio 2014

BRESCIA: Erba inquinata, tumori tra i bambini

Prati alla diossina a Brescia. 
Per più di 50 anni, i fumi di un'industria hanno avvelenato un'area superiore ai 1000 ettari. 
E ora ai bambini della città lombarda è persino vietato giocare nei parchi. 

L'inviata Caterina Proietti -

PER ASSCOLTARE IL VIDEO DI RAI NEWS:  http://www.rainews.it/dl/rainews/media/erba-diossina-brescia-tumori-bambini-prati-vietati-a6d0af2b-468c-47dd-8605-25884cf1edbc.html

giovedì 28 marzo 2013

RAITRE Domenica 31 MARZO 2013 ore 21:15

“PULIAMO L’ITALIA”

di

Riccardo Iacona

e di Francesca Barzini


RAITRE Domenica 31 MARZO 2013 ore 21:15
PRESADIRETTA nell’ultima puntata accende le telecamere sul caso Brescia, l’inquinamento piu’ grave di Italia, forse d’Europa, perche’ riguarda un pezzo intero di citta’, 4 milioni quadrati di territorio nella zona sud di Brescia dove vivono 25mila persone. Si tratta del Sito di Interesse Nazionale Caffaro, dal nome della fabbrica che per 50 anni ha buttato nelle acque della citta’ 150 tonnellate di PCB, Policlorobifenile, allo stato puro, una sostanza la cui tossicita’ per il terreno e per l’uomo si misura in microgrammi.  Eppure in dieci anni  non si e’ fatto nulla e le 25mila persone, donne, uomini e bambini vivono ancora a stretto contatto con il PCB. Ma quanto e’ pericolosa l’esposizione al PCB per la salute dell’uomo ? PRESADIRETTA e’ andata fino a Boston, all’universita’ di Harvard, per intervistare  PHILIPPE GRANDJEAN , professore e scienziato di fama internazionale, che studia da piu’ di venti anni l’effetto sulla salute umana  dell’esposizione a PCB e a Diossina. Lo scienziato  ha scoperto di recente  che  oltre a provocare diversi tipi di cancro, l’esposizione prolungata al PCB “scassa” letteralmente il sistema immunitario e l’apparato endocrino, con conseguenze molto gravi soprattutto per i bambini.  
Come dimostra la terribile storia di Anniston, una piccola citta’ dell’Alabama, fortemente inquinata da una fabbrica della MONSANTO , che proprio come la CAFFARO, ha prodotto per cinquanta anni centinaia di migliaia di tonnellate di PCB. 
PRESADIRETTA e’ andata a vedere da vicino e ha scoperto una intera comunita’ malata. L’unica grande differenza e’ che la MONSANTO e’ stata portata in tribunale, ha dovuto pagare 700 milioni di dollari ai cittadini che aveva inquinato e adesso si sta facendo carico di tutte le spese della bonifica. Da noi invece non e’ successo nulla, la Procura della Repubblica non ha portato a processo i dirigenti della Caffaro, la Caffaro nel frattempo e’ fallita e non esiste piu’ e  gli enormi costi della bonifica rimangono sulle nostre spalle. 
Dove troviamo adesso i miliardi di euro che servono per ripulire la citta’ di Brescia?
In questa speciale puntata PRESADIRETTA vi portera’ in  SUD SUDAN, un paese martoriato dalla guerra e che adesso ha bisogno di tutto. Ma ci sono donatori italiani che grazie ad AMREF, un’associazione non governativa, sono riusciti a mettere su un piccolo grande miracolo, una scuola per infermieri ed ostetrici che sta salvando la vita a centinaia di persone. 
PULIAMO L’ITALIA e’ un racconto di Riccardo Iacona , Rebecca Samona’ e Angelo Loy.

SCARICA "Pesticidi - Australia diossine - Documento su accertamento dei pesticidi come sorgenti di diossine nell'ambiente australiano - 2009"

venerdì 1 marzo 2013

In visita all’impianto di Brescia (2005 e 2007)

  1. Dr. Bruno Rapallo
    scrive:
    6 Dicembre 2006 alle 17:37 Sono un vecchio chimico industriale, con esperienze trentennali in Ricerca Operativa e Ingegneria dei Sistemi Impiantistici e Territoriali, e più recenti
    competenze acquisite nei settori dello Sviluppo Sostenibile, Energie Alternative e Ciclo Integrato dei Rifiuti, incluse le correlate tecnologie.
    Oltre al fatto che il WTERT annovera tra i propri finanziatori la Martin GmbH (uno dei costruttori dell’inceneritore di Brescia) e quindi “hanno premiato se stessi” in totale conflitto d’interesse, vorrei raccontarvi una mia “divertente” (o penosa ?) esperienza diretta in una recente visita all’impianto di Brescia (luglio 2005), organizzata da AMIU (la Società genovese di gestione del ciclo-rifiuti), alla quale mi aggregai quasi in incognito (perchè, se avessero saputo in anticipo che ero in grado di fare osservazioni imbarazzanti, temevo trovassero qualche scusa per non ammettermi per “mancanza di posti” nel gruppo di visitatori).
    Un giovane ingegnere di ASM, incaricato di “imbonirci” sulle meraviglie dell’inceneritore di Brescia, esordì dichiarando rendimenti termo-elettrici medi (da co-generazione e tele-riscaldamento) dell’80 % rispetto al PCIu (Potere Calorifico Inferiore sull’umido) dei rifiuti in carica.
    Avendogli obiettato che da loro dati recenti mi risultavano rendimenti del 38 - 40 % in media e inoltre che, appena entrato nel sito dell’impianto, avevo visto una serie di torri di raffreddamento palesemente usate per chiudere il ciclo termodinamico (disperdendo il calore nei mesi estivi, primaverili e autunnali nei quali si può usare poco il tele-riscaldamento, per non sbilanciare troppo il regime standard delle turbine a vapore), l’ingegnere si mise letteralmente a “contrattare” e mi sentii rispondere:
    “… 38 % mi sembra un pò basso, … vogliamo fare almeno 50 % … ?”
    Poco dopo, al “capitolo emissioni”, ci presentò una tabella ove per diossine/furani I-TEQ tentò frettolosamente di rifilarci una prestazione in emissione di soli 10 picogrammi/Normal_m3 (quasi fosse una media annua, ma senza scoprirsi troppo). Avendogli obiettato che mi risultava che a Brescia tali analisi avvenissero da due a quattro volte l’anno con campionamenti_fumi di sole otto o sedici ore, statisticamente poco significativi rispetto alle 7500 - 8000 ore/anno d’esercizio, si mise di nuovo a “contrattare” e mi rispose: “va bè, … allora facciamo conto di restare nel limite di Legge, … consideriamo 100 pg/Nm3 …”
    La verità è  che nessuno sa quanti micro-inquinanti emetta realmente ogni anno l’inceneritore di Brescia, quanto abbia emesso finora da quando venne costruito, quanto emetterà in futuro man mano che invecchierà, quanto costerebbe alla Collettività attrezzarlo con più efficienti sistemi di depurazione dei fumi tipo DENOX-CATOX come quelli utilizzati ad es. sull’inceneritore di Bolzano e metterlo sotto controllo costante in tutto l’anno d’esercizio con innovativi sistemi di campionamento in continuo delle diossine come dal 2003 si sta facendo a Bolzano (modificandolo, se necessario, con nuovi e più efficaci sistemi di depurazione_fumi, qualora misure statisticamente significative da campionamenti in continuo rivelassero prestazioni ambientali molto peggiori di quelle dichiarate).
    WTERT sembrerebbe quindi aver preso per buoni i dati ufficiali, derivanti da normative di Legge europee e nazionali carenti e obsolete, che consentono di gestire questi impianti in base ad analisi occasionali sui micro-inquinanti del tutto prive di significatività statistica, senza curarsi di far fare più accurate verifiche e misurazioni in proprio.
    Naturalmente posso confermare le mie affermazioni anche in tribunale, se necessario, chiamando a testimoniare numerosi altri visitatori presenti (inclusi alcuni Consiglieri di Circoscrizione della mia Città, i quali ricordano benissimo le risate che si fecero a seguito di tale “divertente” episodio).
    Avendo poi segnalato al medesimo ingegnere l’esistenza dei sistemi di campionamento in continuo tedeschi (AMESA) e austriaci (DMS), mi sentii rispondere che a breve uno di tali sistemi sarebbe stato montato sulla nuova terza linea d’incenerimento per bio-masse; da informazioni non ufficiali (non so quanto attendibili) mi risulterebbe che effettivamente un sistema del genere sia stato installato sulla terza linea e stia fornendo da tempo dati significativi, ma che stranamente tali dati non vengano ancora resi pubblici (ma forse potrei sbagliarmi, essendo rimasto in arretrato di nuove informazioni, e dovremmo tutti cercare attentamente le ultime notizie più aggiornate in materia).
    Cordiali saluti e grazie dell’attenzione.
commento tratto dall'articolo al link:  http://www.iorisparmio.eu/articoli/346/il-termovalorizzatore-di-brescia-e-%E2%80%9Cil-migliore-del-mondo%E2%80%9D/

fonte immagine: http://brescia.corriere.it/brescia/notizie/cronaca/13_gennaio_24/20130124BRE07_14-2113686882475.shtml
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2- l'altra visita del fisico Alessandro Iacuelli
Vi proponiamo il viaggio che Alessandro Iacuelli ha compiuto il 15 maggio 2007 nell’Inceneritore di Brescia, modello premiato fra tutti gli inceneritori europei. ........................................................................
Alessandro Iacuelli è giornalista free lance. Fa parte della redazione della testata on-line Altrenotizie, per la quale ha curato tra l’altro, inchieste sull’emergenza gas dell’inverno 2005/2006, sul nucleare in Italia e sui rifiuti tossici e le ecomafie in Italia meridionale.
Di origine napoletana è laureato in Fisica, da anni si sta occupando a tempo pieno della particolare “emergenza” che vive la Campania da quasi 15 anni, tornando a seguire la “sua” terra, il commissariamento straordinario dei rifiuti, le attività ecomafiose legate alla presenza camorristica, e l’aspetto sanitario che sta provocando un aumento dei casi di cancro nella regione.

fonte:
http://gendusosindaco.wordpress.com/2008/01/26/viaggio-di-alessandro-iacuelli-nellinceneritore-di-brescia/
il link della pagina coi video non è + accessibile.
Il libro: Le vie infinite dei rifiuti http://rifiuti.alessandroiacuelli.net/

Chanel N° 555 dagli inceneritori di nuova generazione.

Quanto sotto dimostra quanto "margine" rimane ai gestori di inceneritori di nuova generazione (in questo caso quello di Brescia super premiato da chi lo ha costruito e non nuovo a problemi di dati degli inquinanti), per poter "taroccare" i dati o gestirli in modo che non risultino i superamenti dei limiti degli inquinanti (come per esempio, la cosa più facile, non comunicarli!), oppure non rispettare le fantomatiche prescrizioni (si, quelle per cui il Sindaco Pinzani di Rufina dice che l'impianto di Selvapiana è così costoso!), oppure altri sistemi come bypassare alcuni fumi in modo che non passino dagli strumenti.

Non si può fare il processo alle intenzioni, ma una domanda ce la poniamo: Voi ci credete che una volta fatto quello a Selvapiana i gestori, gli amministratori, i politici e i controllori faranno in modo che tutto vada per il verso giusto?

Non ci riescono nemmeno a Brescia (ma anche il caso Ilva fa emergere in tutta evidenza come si fa in questi casi), figuriamoci altrove per un impiantuccio ritenuto di ridotte dimensioni!

Il principio di precauzione va applicato anche a questo modo di agire: preveniamoci da eventuali comportamenti scorretti di chi gira intorno a questi impianti per vari interessi (come le compensazioni che impinguano i bilanci dei comuni al pari delle multe fatte a fine anno), oltretutto visto che si può fare in un altro modo!

L’Arpa sull’inceneritore di Brescia: diossine sopra la norma

Pubblicato da il 12 febbraio 2013 in Ambiente | 0 commenti

La relazione finale dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente sul Termoutilizzatore cittadino è arrivata. Una relazione le cui conclusioni sono divise sostanzialmente in tre capitoli portanti: criticità, inottemperanze e ulteriori misure da mettere in campo per evitare rischi.
Un centinaio di pagine, datate novembre 2012, che sono state acquisite dalla Procura proprio sulla scia dell’inchiesta avviata dopo il primo richiamo di Arpa ad A2A: «L’azienda risulta inottemperante rispetto a quanto indicato nell’atto autorizzativo» aveva segnalato in prima istanza l’Agenzia, a pochi giorni dal black out dell’8 agosto. Ora, nella relazione dettagliata, il merito di quel richiamo.
Primo capitolo: le criticità. Che riguardano tutte la «violazione» di alcune delle prescrizioni normative – e procedurali – che «governano» la gestione dell’impianto. Dalle mancate comunicazioni del superamento dei limiti delle emissioni alle mancate comunicazioni in casi di anomalie del funzionamento dell’inceneritore. «L’utilizzo dei codici Sme (Sistema per il monitoraggio delle emissioni – ndr) non corrisponde alla normativa e ciò ostacola l’attività di controllo» evidenzia Alessandra Ferrari, responsabile del procedimento. Che, pure, prosegue: «Si rileva che la ditta non ha comunicato i superi semiorari, così come previsto nel D. Lgs 133/05». Lungo l’elenco ai riferimenti legislativi rispetto ai quali, secondo l’Arpa, «i metodi utilizzati non sono conformi». Fino ad arrivare al capitolo radioattività: «La procedura inviata dalla ditta il 23 agosto non risulta né redatta né verificata da un tecnico abilitato».
Secondo capitolo: inottemperanze. Alcune delle prescrizioni contenute nell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) non sarebbero state, di fatto, messe in atto o rispettate. A partire dal superamento dei limiti di emissione in atmosfera «in anomalia di funzionamento e mancata comunicazione degli stessi, come previsto dall’art. 16 del D.Lgs 133/05».
Nella relazione emerge, ad esempio, come «la linea 2 evidenzia un valore di diossine che è superiore di tre ordini di grandezza rispetto all’andamento registrato nelle altre due linee e rispetto all’andamento storico». Se cioè il valore riscontrato sulla linea 1 è pari a 0,0005 e quello sulla linea 3 è pari a 0,0007, il livello di diossine sprigionato dalla linea 2 «si attesta sullo 0,2111». Tanto l’8 agosto quanto il 9, poi, il monossido di carbonio è risultato sopra i limiti consentiti dalla legge. In tutte e tre le linee.
Ecco perché l’Arpa sottolinea «l’inottemperanza» rispetto a quanto stabilito all’interno dell’Autorizzazione integrata ambientale: perché quei parametri «non possono essere superati».
Terzo capitolo: le prescrizioni. Una, in particolare: occorre verificare – dice l’Arpa dopo i controlli effettuati – che i filtri non vengano bypassati in nessun caso. «Si chiede – scrive la Ferrari – un approfondimento del layout dei canali di fumo, in tutte le possibili configurazioni operative. Al fine di poter escludere la presenza di vie preferenziali per l’evacuazione dei gas bypassando i filtri».

Giornale di Brescia
 fonte:  http://www.ciaccimagazine.org/?p=11632

Altri articoli su inceneritore di Brescia:
  1. http://www.ecceterra.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1193:inceneritore-di-brescia-cosi-auto-premiato-cosi-bocciato&catid=77:cronaca&Itemid=119
  2. http://www.iorisparmio.eu/articoli/346/il-termovalorizzatore-di-brescia-e-%E2%80%9Cil-migliore-del-mondo%E2%80%9D/ (in particolare i commenti)
  3. http://www.spazioforum.net/forum/topic/36310-il-tanto-decantato-inceneritore-di-brescia-tutta-la-verita/
  4. http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=15&cad=rja&ved=0CFQQFjAEOAo&url=http%3A%2F%2Ffiles.meetup.com%2F216573%2FInceneritore%2520di%2520Trento.doc&ei=-bowUfzRMo7csgaF_oHoBg&usg=AFQjCNHF-uDFBhxjxVGdLh3GmMvcJcCYHQ&sig2=hsv6c0UdxXIb3EZITIrl1w&bvm=bv.43148975,d.Yms
  5. http://www.noinceneritori.org/index.php?option=com_content&task=view&id=1313&Itemid=2
  6. http://www.italia.attac.org/spip/spip.php?article2153
  7. http://www.rifiuticonnection.it/monnezza-cercasi/

martedì 16 ottobre 2012

Inceneritore di BRESCIA, diossine record con il blocco!

La relazione dell'Arpa sull'incidente dell'8 agosto

Il dispositivo di monitoraggio delle diossine della linea 2 si sarebbe disattivato in ritardo, captando le emissioni della prima mezz'ora dell'incidente

Diossine più di 400 volte oltre la norma. I primi dati sulla nube tossica uscita dal camino dell'inceneritore di A2A la mattina dell'8 agosto sembrano confermare i timori sulla gravità dell'incidente, causato da un calo di tensione sulla linea elettrica. Si tratta di un dato quasi «rubato», finito per caso nei campionatori. I dispositivi di monitoraggio delle diossine delle linee 1 e 3, infatti, si sono spenti nel momento dell'incidente, riportando a fine mese valori «normali» di diossina. Quello della linea 2 invece si sarebbe disattivato in ritardo, captando le emissioni della prima mezz'ora dell'incidente, proprio il momento in cui la nube nera si alzava sulla città: il valore di 0,21 nanogrammi per metrocubo supera oltre 400 volte quello dichiarato normalmente dall'impianto. Ma a pesare sono soprattutto i dati che non ci sono. I campionatori in continuo delle emissioni di diossine infatti «consentivano le rilevazioni - scrive l'Arpa nella relazione inviata al magistrato - solo nei periodi di normale funzionamento dell'impianto»: erano stati impostati da A2A per spegnersi in caso d'incidente. Così mancano i valori completi sugli inquinanti più pericolosi. Un «disguido procedurale» secondo l'azienda. Una grave irregolarità invece per l'Arpa, che ha prescritto la loro immediata messa a norma. A2A inoltre non avrebbe mai comunicato alle autorità la «messa a regime» dei campionatori, che devono essere controllati e validati.

Andrea Tornago

Fonte: http://brescia.corriere.it/brescia/notizie/cronaca/12_ottobre_13/20121013BRE05_16-2112237019093.shtml