VALORIZZARE DIFENDERE SALVAGUARDARE LA VAL DI SIEVE

L' Associazione Valdisieve persegue le finalità di tutelare l'ambiente, il paesaggio, la salute, i beni culturali, il corretto assetto urbanistico, la qualità della vita e la preservazione dei luoghi da ogni forma d'inquinamento, nell'ambito territoriale dei comuni della Valdisieve e limitrofi.

EVENTI 2

  • LABORATORIO RIUSO E RIPARAZIONE A LONDA 

Le attività e aperture del Laboratorio di Riparazione e Riuso di Londa 
sono il mercoledì e il sabato pomeriggio.

CALENDARIO

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lunedì 23 novembre 2020

Valdisieve in Transizione: La crisi del Covid19 la affronteremo insieme!

Vogliamo creare una rete di supporto e solidarietà che ci faccia sentire uniti: la resilienza è una pratica che si costruisce tutti insieme, in momenti come quelli che stiamo vivendo nessuno deve essere lasciato indietro.

Proviamo ad aiutarci, scrivi a valdisieveintransizione@gmail.com o contattaci al 3342808917 per le tue necessità o per offrire il tuo aiuto.

Valdisieve in Transizione

venerdì 26 giugno 2020

Cristoforetti: "Virus è avvertimento, cambiamento clima porta devastazioni"

Cristoforetti: Virus è avvertimento, cambiamento clima porta devastazioni
Samantha Cristoforetti
La pandemia di Sars-Cov-2, del "coronavirus, è stato un colpo di avvertimento, un colpo sparato in aria, rispetto alle devastazioni che porterà il cambiamento climatico". 

A scandirlo è stata l'astronauta italiana dell'Esa Samantha Cristoforetti interveneEMERGndo alla maratona “Green deal per l’Italia”, realizzata dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile e Rai e in corso fino a questa sera su RaiPlay. "

Ormai, ha detto Cristoforetti, "è sempre più impossibile sottrarsi alle proprie responsabilità. Il problema è che come esseri umani abbiamo la tendenza a sottovalutare i pericoli. E' accaduto anche con la pandemia di minimizzare, poi abbiamo reagito quando c'è stata contezza del pericolo". Ma, ha sottolineato l'astronauta italiana, "il coronavirus è stato un colpo di avvertimento, come dire, un colpo sparato in aria, rispetto alle devastazioni che porterà il cambiamento climatico".

Samantha Cristoforetti si è per questo detta "felice che la consapevolezza" della crisi climatica "sia sempre più diffusa". "E' un grande problema globale, c'è grande consapevolezza nei giovani ma anche dal recente World Economic Forum sono stati stilati 5-6 rischi globali legati al cambiamento climatico" e tra questi il rischio della "crisi del'acqua" ha aggiunto l'astronauta, pilota di aerei e ingegnere che, nella sua missione 2014-2015 ha conquistato il record europeo e il record femminile di permanenza nello spazio in un singolo volo, con 199 giorni sulla Stazione Spaziale Internazionale.

mercoledì 10 giugno 2020

Firenze. Potere assoluto sui beni culturali: il sindaco lo chiede a Conte

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su La Città invisibile, rivista del laboratorio politico perUnaltracittà – Firenze, a questo indirizzo [https://www.perunaltracitta.org/2020/06/08/firenze-potere-assoluto-sui-beni-culturali-il-sindaco-lo-chiede-a-conte/] con licenza BY-NC-SA 3.0

DI  · 8 GIUGNO 2020

Nardella vuole poteri commissariali sul patrimonio edilizio monumentale della città. In nome delle semplificazioni e della sburocratizzazione, chiede espressamente a Conte di semplificare – eliminandole – le procedure autorizzative in merito alla trasformazione dei monumenti cittadini.
Proposta pericolosa in una città, Firenze, dove il piano regolatore ha già eliminato l’obbligatorietà del restauro sugli edifici vincolati. Un piano che, pur scaduto, vige da mesi. E che, in proroga, conferma le scelte scellerate di consumo del centro antico e di svendita del patrimonio pubblico che hanno acuito in città i postumi della pandemia.
Negli scorsi giorni, dagli studi di La7, il sindaco coglie al balzo la questione “scuola”, per avanzare una proposta che rischia di essere profondamente eversiva, poiché in nome di un’esigenza sanitaria scardinerebbe il sistema della tutela dei beni culturali.
In televisione, il sindaco porta l’esempio delle scuole ospitate in edifici classificati come beni culturali, dove «per spostare una piccola parete ho bisogno di autorizzazioni delle soprintendenze, per rifare una facciata dell’autorizzazione paesaggistica». La conclusione di Nardella è nel solco del “via lacci e lacciuoli”: «nel Decreto Semplificazione – egli dichiara – bisogna consentire ai sindaci delle città d’arte di superare anche un muro di vincoli burocratici sul patrimonio storico e artistico. Senza non potremmo fare niente».
Chiaro: nell’età delle semplificazioni auspicate e desiderate, “fare” coincide con “disfare”. Fare in sicurezza significa disfare il doppio sistema di tutela previsto dal Codice dei Beni Culturali, dove Comune e Soprintendenza partecipano, ciascuno secondo i propri compiti nella salvaguardia del bene edilizio di carattere monumentale.
A Firenze, la variante all’articolo 13 del Regolamento urbanistico, per quanto concerne gli edifici con valore di bene culturale (tutti, da Palazzo Vecchio al Duomo, da Forte di Belvedere alla villa medicea di Castello), ha già tolto di mezzo l’obbligo di operare secondo i criteri del restauro.
Ai sensi del variato articolo 13 del regolamento urbanistico, sui beni culturali dell’intero territorio comunale fiorentino si può infatti avviare la ristrutturazione edilizia. Vale a dire che sui monumenti sono ammessi «gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente» (art. 3, TUE 380/2001). Fino alla sua demolizione e ricostruzione.
La tutela del bene, dunque, resta in mano al Soprintendente che dispone caso per caso, senza la supervisione urbanistica complessiva, che la legislazione italiana attribuirebbe all’ente locale, cioè al Comune. Che invece la elude.
Ciò significa che se, come auspicato dal sindaco, venisse a mancare la cosidetta “burocrazia”, cioè l’autorizzazione proveniente dagli uffici di Soprintendenza, sul bene culturale avremmo il medesimo – inesistente – grado di tutela riservato a un capannone di periferia. Pane per i denti degli affamati “investitori” che attendono il nuovo rinascimento del turismo globale.

*Ilaria Agostini

giovedì 4 giugno 2020

Italia Nostra: le spiagge toscane nell’estate della pandemia



Firenze – Le associazioni  della Toscana – Italia Nostra, Legambiente, LIPU e WWF – invitano tutti ad adottare comportamenti virtuosi sui 600 km di coste toscane (tra continentali e insulari): una risorsa fondamentale, che è compito della collettività tutelare in modo rigoroso e puntuale. Per questo, propongono dieci azioni semplici e di sicuro impatto positivo per i nostri ecosistemi costieri. 
Vediamole in rassegna:
  • Non un metro in più di concessioni balneari a scapito delle spiagge libere.
  • Nella preparazione delle spiagge, sia fatta particolare attenzione alle situazioni di nidificazione di specie rare di avifauna dal momento che quest’anno grazie al lockdown hanno riconquistato zone loro prima interdette dalla presenza antropica.
  • No a ingiustificabili ipotesi di sanificazione chimica delle spiagge.
  • Limitazione drastica della pulizia meccanica delle spiagge, che arreca gravissimi danni a vegetazione e fauna e accelera i processi di erosione delle dune, e si proceda invece con campagne organizzate di pulizia manuale.
  • Realizzazione di pulizie meccaniche nelle sole aree in concessione e limitatamente alle zone direttamente interessate da ombrelloni e sdraio e/o negli spazi immediatamente antistanti.
  • Rimozione dei rifiuti, soprattutto plastici, con particolare cura nei primi metri dalla linea di battigia, e mantenimento integrale invece del legname spiaggiato nella restante parte dell’arenile fino al piede dunale, pratica che aiuterebbe il ripascimento delle spiagge riducendo l’erosione costiera.
  • Ribadire l’importanza del materiale organico spiaggiato, informando i bagnanti che la pratica ludica di realizzare capanne col legno spiaggiato disturba organismi utili per l’ecosistema costiero che vivono al suo interno (larve di coleotteri, imenotteri, etc.).
  • Nelle spiagge libere si utilizzi esclusivamente la fascia afitoica, con divieto di calpestare tutte le zone colonizzate da piante e/o da depositi di materiale naturale.
  • Siano tutelate le zone di maggior pregio naturalistico (limitandone gli accessi, sulla base di una precisa capacità di carico), in particolare i litorali compresi in Aree Protette o in Siti Natura 2000.
  • Per le spiagge di maggior valore naturalistico, si studino soluzioni di allontanamento degli accessi stradali, rendendone la fruizione possibile soltanto a seguito di percorsi ciclopedonali impegnativi.
Alle istituzioni le associazioni chiedono inoltre:
  1. Redazione di linee guida regionali per una pulizia “sostenibile” delle spiagge.
  2. Realizzazione di campagne periodiche di informazione/sensibilizzazione dei fruitori delle coste e dei servizi balneari.
  3. Realizzazione della sentieristica attrezzata in aree costiere dunali.
  4. Redazione di linee guida/norme regionali per la redazione dei piani comunali degli arenili (strumenti che dovrebbero garantire la sostenibilità ambientale dei carichi turistici).
  5. Realizzazione d’interventi di riqualificazione e ricostituzione degli habitat dunali alterati.
  6. Realizzazione di un coordinamento della gestione degli ambienti costieri, attraverso un Piano regionale sul modello della Conservatoria delle coste francesi.
  7. Istituzione di nuovi Siti Natura 2000 o di nuove Aree protette in aree costiere di eccezionale valore naturalistico, fino ad oggi non tutelate.
Le associazioni rinnovano infine la loro disponibilità a dare il proprio contributo nel tavolo permanente di confronto con ANCI, Regione Toscana e imprenditori balneari per la condivisione di un sintetico DECALOGO sui comportamenti da tenere o evitare nella fruizione delle spiagge, da inserire nella cartellonistica e/o comunque nelle attività di comunicazione variamente connesse all’emergenza sanitaria in corso. Un’occasione di sensibilizzazione ambientale di massa dal nostro punto di vista irripetibile.

domenica 31 maggio 2020

di Tomaso Montanari: Ripartire all’insegna del cemento?

fonte wikipedia

C come coronavirus: o come cemento? Vuoi vedere che – dopo aver toccato con mano cosa potrebbero essere le nostre città, il nostro Paese, il nostro pianeta se solo allentassimo un poco la morsa del dominio (dis)umano – la nostra prima reazione sarà rovesciare su quella povera natura appena risvegliata una colata di cemento? Sembra questa la strada annunciata in Senato dal presidente del Consiglio evocando «un iter semplificato su un elenco di opere strategiche con poteri derogatori» che fa il paio con la richiesta ultimativa di Renzi di «un piano shock per grandi infrastrutture e cantieri».
Una delle pessime conseguenze della pessima metafora del «siamo in guerra» è che immaginiamo una ripartenza come quella dei Trenta Gloriosi: i tre decenni che andarono dal 1945 al 1973, splendidi per l’economia e letali per l’ambiente.
Possibile non essere capaci di immaginare una ricostruzione che non sia all’insegna del mattone? Perché nessuna forza politica, in queste settimane, ha proposto di ritirare su l’economia nazionale con un mega-piano neokeynesiano di messa in sicurezza del suolo italiano? Sanare il dissesto idrogeologico, sradicare il cemento abusivo, manutenere corsi d’acqua, litorali e boschi. E poi l’enorme capitolo della prevenzione antisismica. Tutti capitoli di spesa per i quali non c’erano mai soldi. Come per la ricerca: oggi tutti si chiedono perché non riusciamo ad avere pronto un vaccino, ma pochissimi ricordano che solo pochi mesi fa si è dimesso il ministro della ricerca, Lorenzo Fioramonti, proprio perché i soldi per la ricerca non c’erano.
E invece niente: cemento, cemento e ancora cemento. In Sardegna, in piena emergenza, la giunta regionale approva (e dieci giorni dopo ritira, travolta dalle critiche) la costruzione di un resort di 8340 metri cubi sul mare, accanto a un nuraghe. «Dovevamo aspettarcelo – ha commentato Sandro Roggio –. Il sentimento della destra sarda (più edilizia = più turisti) era esibito in campagna elettorale. E incoraggiato dallo smarrimento del centrosinistra isolano a guida PD, in gran parte ostile alle norme di tutela paesaggistica del 2006, e fautore di norme (un po’ meno peggio?) che hanno aperto la strada al sempre peggio». Questo è il punto: di fronte alla speculazione edilizia non c’è destra e non c’è sinistra, c’è il partito unico del cemento.
Anche la Toscana un tempo rossa appare oggi color grigio cemento. Il 23 marzo, già in piena pandemia, la Regione pubblica il progetto per un mega-impianto eolico sul crinale dell’Appennino, tra Vicchio e Dicomano, in Mugello: inizia quindi il conto alla rovescia di 60 giorni in cui cittadini e associazioni ambientaliste, tutti reclusi in quarantena, dovrebbero presentare le osservazioni. Di fronte all’indisponibilità del Governo regionale a incontrarli, i comitati dei cittadini hanno scritto: «Possiamo solo sperare che abbiate preso visione dei tanti documenti che dimostrano, dati alla mano, che questo tipo di impianti non risolvono nemmeno in minima parte la difficoltà energetica del paese, e anzi, sottraggono risorse e finanze pubbliche che potrebbero essere investite per migliorare la qualità di vita di un territorio già provato e disagiato come il nostro». Destino vuole che proprio a Dicomano sia la RSA su cui la Procura di Firenze ha aperto un’inchiesta per i quindici anziani morti per coronavirus: quasi ci volesse ricordare che ben altra è la cura di cui abbiamo bisogno. Non nuovo cemento sui crinali, ma nuova umanità nell’accudimento dei più fragili.
Gli esempi si potrebbero moltiplicare, perché non solo il virus non ferma le betoniere, ma rischia appunto di farle girare più veloci. Di fronte al crollo del ponte di Aulla, Matteo Renzi non invoca la manutenzione, o la ricerca delle responsabilità, ma il suo chiodo fisso, lo Sblocca Italia: «Se non ci mettiamo SUBITO a lavorare sui cantieri con il piano shock ‒ presentato ormai da molti mesi ‒ ogni anno andrà peggio. E se non lo facciamo in questa fase di crisi vuol dire che ci vogliamo del male. Apriamo questi benedetti cantieri, subito». Le bozze che girano di quel piano sono davvero da shock: ambientale. Vi si legge, per esempio: «In ogni caso tutti i commissari di cui al presente decreto possono anche esercitare, qualora ne ricorrano le condizioni di urgenza e necessità, i seguenti poteri: in caso di motivato dissenso espresso da un’amministrazione preposta alla tutela ambientale paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico o alla tutela della salute e della pubblica incolumità, la decisione […] è rimessa alla decisione del Commissario che si pronuncia entro 15 giorni, previa intesa con la Regione o le Regioni interessate». È il sogno proibito condiviso dai due Mattei (Renzi e Salvini), e da loro più volte esplicitamente ammesso: ridurre al silenzio le soprintendenze, cioè l’esausta magistratura del nostro territorio. Potrebbe mai passare una legge del genere in questo Parlamento? L’intervista concessa, qualche settimana fa, al Fatto Quotidiano dal viceministro alle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri non lascia molti dubbi. All’obiezione: «Voi del M5S siete sempre stati contrari alle grandi opere, e ora volete facilitarle», lo sventurato risponde: «Di fronte a un contesto politico e a un quadro economico totalmente diverso da qualche anno fa, è necessario cambiare l’agenda politica. La priorità adesso è creare lavoro, usando soldi pronti ma fermi». Come dire che ora non possiamo permetterci il lusso di mantenere gli impegni, di rispettare gli ideali, grazie ai quali si è arrivati al potere.
Viene da pensare che ci sia una maledetta linea d’ombra, nella vita pubblica italiana. Quella linea è l’elezione a una carica pubblica: quando la varca, il cittadino subisce una mutazione radicale nel linguaggio, nell’etica, nella scala delle priorità. Perfino nella logica. Non è più un cittadino, ormai: diventa il pezzo di un Potere immutabilmente uguale a se stesso, chiunque lo incarni. E a quel punto, niente: non c’è più modo nemmeno di intendersi con chi è rimasto di là, tra i cittadini comuni. E così, dopo tanti chiari segnali (si pensi alla ferita sanguinante dello Stadio della Roma, e all’incredibile testacoda sul TAV) anche i Cinque Stelle al potere hanno varcato la linea d’ombra. E si sono trovati così in compagnia di destra e sinistra. Un simbolo di questa continuità perfetta è stata la figura di Maurizio Lupi: assessore allo Sviluppo del territorio, edilizia privata e arredo urbano del Comune di Milano nella giunta di Gabriele Albertini e poi ministro delle Infrastrutture dei governi Letta e Renzi. La linea Lupi è quella della Legge Obiettivo di Berlusconi del 2001 che resuscita, peggiorata, nello Sblocca Italia di Renzi (e Lupi, appunto) nel 2014. Il motto delle due leggi era lo stesso: «padroni in casa propria». Parole che volevano solleticare i cittadini, ma che di fatto descrivevano perfettamente le figure di amministratori che si sentono padroni del territorio solo per svenderlo a interessi particolari. Insomma, pare proprio che nemmeno la pandemia abbia la forza di cancellare quella linea d’ombra.
Dobbiamo continuare a seppellirci vivi nel degrado «che qualcuno, neanche a dirlo, / vorrebbe ulteriormente perpetrare con la solita / accoppiata di cemento e asfalto: / con quel grigio da modernariato, / unico colore che il potere / riesce a immaginare». Sono versi di Franco Marcoaldi: drammaticamente più lucidi di ogni analisi politica.

giovedì 14 maggio 2020

Di Paolo Celebre: Conviene finire le tramvie?

Mancano un’analisi costi benefici, una VIA che mostri il reale impatto ambientale, una utenza che permetta il pareggio di bilancio e resta aperto un contenzioso con le ditte costruttrici. 
La lettera dell’architetto Paolo Celebre al Corriere Fiorentino (10/5/2020)



Egregio Direttore, nel dibattito ‘Firenze dopo il virus’, aperto sul suo giornale il 10 aprile, ha preso la ribalta l’intervista radiofonica del Sindaco, esaurientemente riportata e commentata da Marzio Fatucchi, che annuncia il congelamento dei cantieri in particolare della discussa Linea 2, Variante al Centro Storico, per Fortezza, Libertà, S. Marco e ritorno: le nuove linee si faranno – dice – ma vanno rivisti piani finanziari, organizzazione e gestione. 

In realtà sembra solo un rinvio. Sgombriamo perciò il terreno da alcuni luoghi comuni, ricordando qualche presupposto e qualche cifra. Nell’ intervista a Repubblica del 9 aprile, il Sindaco Nardella già diceva che, in seguito all’emergenza Covid-19, il Comune dovrà riformulare, in accordo con la Regione, tutti i piani economico finanziari contratti con i partners privati che gestiscono tramvia, bus toscani ed aeroporto, rivedendo i modelli gestionali e chiedendo loro di fare altrettanto. Aggiungeva anche che il pareggio di bilancio è stato raggiunto soltanto grazie all’apporto di turisti. “Ora cambia il mondo e dovremo ridiscutere tutto”, concludeva. 

Dunque niente di nuovo salvo la temporanea sospensione della T2 VACS e forse l’anticipazione della linea di Rovezzano rispetto a quella per Bagno a Ripoli “arenata” nelle osservazioni e nei contributi di Arpat e Soprintendenza. Siamo a “la progettazione continua” di quasi badogliana memoria. 

I dati del Comune, tuttavia, ci dicono che nel 2019 la tramvia è stata frequentata da 34,5 milioni di passeggeri, cifra pertanto inferiore ai 40 milioni l’anno necessari per raggiungere l’equilibrio economico, anche senza Covid. Nel dopo Covid, con 40 passeggeri per convoglio (su una capienza di 270) si calcola che ci saranno la metà dei passeggeri, se non peggio. E’ dunque ben più che un modesto incidente di percorso. Per limitarsi ad un rinvio e a qualche revisione della convenzione bisognerebbe che il Covid sparisse e che tutti i soggetti avessero le spalle ben larghe: il Comune per sostenere un debito maggiore, mascherato magari in una convenzione prolungata, la Gest nelle più lunghe attese delle entrate da esercizio, la Tram Firenze nell’aumentare il credito al Comune accettando un pagamento più dilazionato. 

Per il Comune questa dovrebbe essere l’occasione per valutare l’opportunità di proseguire con un investimento che produce debito, che rappresenta più del 60% del piano di investimenti triennali e che, realizzando tutte le estensioni previste, avrebbe un costo che sfiora i 2 miliardi per il 70% coperti da finanziamenti pubblici. 

Ci sarebbero ancora da fare la Variante al Centro Storico per S. Marco, la T 3.2 per Bagno a Ripoli, la T 4 per Le Piagge, oltre al ramo per Rovezzano sottopassante la ferrovia alle Cure e alle due estensioni della T 2 per Sesto e della T 4 per Campi Bisenzio, per un totale di quasi 32 km da aggiungere ai 16,8 attuali. 

E non sappiamo come si concluderà il contenzioso di 280 milioni ancora in corso con le ditte costruttrici, ma sappiamo di non sbagliare aggiungendo ai preventivi di spesa una maggiorazione prudenziale del 20/25%. Così, in sintesi, la spesa residua che dovrà affrontare la città per completare l’opera corrisponderebbero al 60/70% del costo. 

Non essendo mai stato verificato in una analisi costi benefici l’interesse pubblico dell’opera, né in una VIA il reale impatto ambientale, proseguire in questa direzione è un lusso che ci possiamo ancora permettere? 

Nella Fase 2 il dirottamento degli investimenti previsti per le estensioni tranviarie a favore di soluzioni più flessibili potrebbe essere una via d’uscita obbligata per allentare, quanto meno, il nodo scorsoio economico. 

Insomma non è questo il momento di riaprire vecchi cantieri o di inaugurarne di nuovi; è cambiato il mondo, appunto. Occorre invece adottare misure veloci in direzione della nuova mobilità, elettrica, autonoma, leggera, con le risorse a disposizione. 

Potrebbe essere il rilancio di un bike sharing a pedalata assistita, accompagnato dalla riapertura del Duomo ad alcune linee bus, ad una nuova gara per il servizio di car sharing, risollevandolo dal fallimento. Torna ad essere cruciale il decollo di un vero Servizio ferroviario metropolitano (di tipo S-Bahn), coordinandolo con la rete bus, con le attuali linee tramviarie e inserendolo in un piano della mobilità a livello urbano e comprensoriale. 

Per questo, oltre alla riduzione temporanea del numero dei treni Alta velocità per permettere il potenziamento dei regionali, come già propone qualcuno, perché non pensare ad una riduzione della velocità di Frecce e Italo (come già si fa in Germania) che aumenterebbe la capacità delle tratte più critiche come quella del Valdarno? 

Insomma bisogna rifondare un nuovo rapporto, questa volta paritario e collaborativo, dei soggetti gestori del trasporto tra loro e verso i diversi soggetti pubblici; il modo più giusto questo per ridurre il paventato assedio di automobili e motocicli privati e inquinanti e fronteggiare le attuali incognite nel campo della mobilità. 

Distinti saluti Paolo Celebre, architetto


giovedì 30 aprile 2020

Fernando Spina, ISPRA: "forse siamo stati noi a tenere gli animali in lockdown per decenni”

In queste settimane di quarantena, si vedono ovunque scene di animali che si riappropriano di spazi urbani. Cervi nei centri abitati, delfini nei porti e così via.
A tal proposito, Ferdinando Spina, dirigente di ricerca dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) è intervenuto ai microfoni di RaiNews24. “La comparsa degli animali attorno a noi in modo così evidente ci dovrebbe far riflettere al fatto che forse siamo stati noi a tenere gli animali in lockdown per decenni. Abbiamo colonizzato il pianeta in una maniera molto invasiva con rumore, confusione, distruzione e deframmentazione dell’ambiente, deforestazione, uccisione e commercio degli animali selvatici. Adesso che noi ci siamo ritratti nelle nostre abitazioni, gli animali hanno modo di mostrarci quello che vorrebbero fare se noi li lasciassimo in grado di poterlo fare e quindi si avvicinano a noi molto più di quanto potessimo immaginare”.
Secondo Spina la riduzione del disturbo causato dal traffico, dai rumori e dalla nostra presenza, riavvicina gli animali selvatici poiché il pianeta Terra non è solo nostro. “Dobbiamo riflettere sul fatto che il Pianeta è anche casa degli animali, dovremmo avere maggior consapevolezza e rispetto di questo. Questi sono i messaggi che gli animali, con la loro presenza ci stanno dando in questi giorni e spero che noi non lo dimenticheremo”. Prosegue e conclude così lo studioso “dobbiamo ripensare al nostro rapporto con la natura nel senso di comprendere che il Pianeta non è tutto nostro e ci sono ambiti di rispetto che noi dobbiamo alla natura sia perché merita rispetto da parte nostra in quanto tale sia perché questa è la cosa migliore per noi. Non dobbiamo dimenticare che se noi non avessimo distrutto gli equilibri che la natura ha reso possibili in milioni di anni, avessimo lasciato questi virus nelle foreste, dove vivevano in animali selvatici adattati a conviverci, noi non ci troveremo in questa situazione.”
L’augurio è quello che in futuro non si torni alla vecchia normalità, ma che si parta da questa esperienza per poter migliorare la nostra vita e quella degli abitanti di tutta la Terra.

Covid-19: che fine farà la mobilità sostenibile?

Con la fase 2 riprenderanno gli spostamenti di milioni di persone. Per evitare che l’auto privata sia l’unica soluzione, occorre potenziare la mobilità a piedi e in bicicletta e innovare trasporto pubblico e sharing mobility. E puntare su riduzione del traffico, orari della città e servizi di prossimità.
Dal mese di maggio partirà la fase due “convivere con il virus” che durerà molti mesi, per poi arrivare a una fase tre di lunga e incerta durata.
Uno dei punti critici è la mobilità quotidiana dei cittadini/e: il distanziamento fisico impone grandi cautele e rischia di rappresentare il colpo di grazia definitivo per il trasporto collettivo, mentre l’auto potrebbe avere un vero rilancio. Anche la mobilità attiva a piedi, in bicicletta e con la micromobilità è un pezzo fondamentale della soluzione, se adeguatamente sostenuta e incoraggiata come mai abbiamo fatto in passato in Italia. I problemi di mobilità sono in discussione in tutti i Paesi e si stanno prendendo decisioni utili per rafforzare la mobilità alternativa all’auto: ad esempio a Parigi, Berlino, Budapest, Vienna, Londra si punta con decisione sulla mobilità ciclabile e il bike sharing. Allo stesso modo, in diverse altre città si ragiona su come potenziare i servizi di trasporto collettivo per servire in modo distanziato ingenti quantità di persone.
Il dibattito è aperto e per niente scontato. In Italia le amministrazioni comunali hanno avviato riflessioni interessanti, e gli ambientalisti insieme ad associazioni per la bicicletta ed esperti stanno facendo sentire la loro voce con proposte concrete. Le aziende e associazioni del trasporto pubblico e privato sono in grande difficoltà, ma stanno organizzando anch’esse una reazione. Mentre il mondo dell’auto sembra muoversi in prevalenza per un ritorno al passato, chiedendo incentivi al diesel, il rinvio dell’auto elettrica a dopo il 2025 e la proroga dei limiti alle emissioni di CO2 dei veicoli. Le scelte pubbliche che verranno adottate nelle prossime settimane a tutti i livelli di governo – Comuni, Regioni, Stato e Unione Europea – determineranno in modo decisivo se aumenterà l’insostenibilità del sistema di trasporti o, invece, se questa sarà una buona occasione per cambiare e accelerare la giusta transizione verso la sostenibilità.
Non dimentichiamo che l’“allarme clima” resta attuale a livello globale e dai tempi di cambiamento urgenti. Le scelte che faremo nelle prossime settimane, le risorse pubbliche che destineremo al sistema economico e produttivo, gli incentivi e i vantaggi fiscali dovranno essere condizionati alla logica del green deal, perché impegneranno notevoli risorse e genereranno effetti nei prossimi anni su tutto il sistema. Non avremo per molto tempo una seconda possibilità.

Come si sono spostati gli italiani durante il lockdown?

L’Osservatorio Audimob di ISFORT ha stimato con un’indagine specifica i comportamenti di mobilità dei cittadini durante il regime di restrizioni compreso tra l’11 marzo e il 10 aprile. Sono stati resi pubblici molti dati che, usando le SIM telefoniche, hanno dimostrato il calo poderoso della mobilità (e dell’inquinamento).
Questa ricerca spiega anche con quale mezzo di trasporto siano avvenuti gli spostamenti. In sintesi, nei primi 30 giorni di lockdown c’è stata una drastica riduzione della domanda di mobilità, con una diminuzione del 35% di quanti sono usciti di casa. Gli spostamenti complessivi sono diminuiti del 60% e i passeggeri*km (somma dei km percorsi dai cittadini) è diminuita di ben il 90%. Si è registrata una certa sostituzione di spostamenti più lunghi, strutturati e sistematici con tragitti molto brevi, a piedi, nel quartiere con la “mobilità di prossimità”. Infatti, la lunghezza media dei viaggi si è ridotta di oltre un terzo.
Guardando alla condizione professionale si sono registrate rilevanti differenze di comportamento: i pensionati sono rimasti a casa in larghissima parte, studenti, casalinghe e disoccupati hanno ridotto drasticamente viaggi e tragitti, mentre all’opposto chi ha un lavoro in due casi su tre ha effettuato almeno uno spostamento giornaliero.
Rispetto all’uso dei mezzi di trasporto, il confinamento ha prodotto un riposizionamento modale, nell’ordine di 5 punti percentuali di share, a favore della mobilità non motorizzata (a piedi in particolare) e a scapito della mobilità collettiva e della mobilità intermodale, il cui peso si è più che dimezzato.
L’analisi Audimob sembra mostrare che il maggiore ricorso all’auto, che molti analisti prospettano per il futuro di breve e medio termine, non sia avvenuto in regime di lockdown, anche se segnali preoccupanti in questo senso già si colgono, soprattutto guardando ai territori urbanizzati del Nord. Ma con la riapertura di fabbriche, uffici e servizi commerciali e poi a settembre delle scuole – contestualmente ai contingentamenti prospettati per il trasporto collettivo – il rischio dell’esplosione del traffico privato è più che concreto.

Accelerare le innovazioni e i cambiamenti strutturali

Oltre alle proposte in discussione su ogni tavolo locale e nazionale, vanno fissati alcuni elementi comuni – coerenti con la strategia europea “Avoid, Shift, Improve” – che sono essenziali per governare la mobilità e che, anche se da attualizzare, restano imprescindibili per il futuro.
1. Risparmiare traffico e spostamenti con smart working e prossimità. Di questi tempi abbiamo imparato in tanti come lavorare da remoto anche in modo collegiale. Serve spingere e mantenere il lavoro agile per riorganizzare il lavoro dell’amministrazione pubblica e delle imprese private, sostenendo quelli che scelgono di andare in questa direzione, anche studiando vantaggi fiscali. Secondo Legambiente, ad esempio, i vantaggi fiscali di cui oggi beneficiano le auto aziendali possono essere estesi anche a mezzi e investimenti organizzativi per il lavoro a distanza, ai mezzi pubblici, alla condivisione e alla mobilità elettrica o muscolare in tutte le sue forme. Un altro elemento importante è promuovere il commercio, i servizi e gli spostamenti di prossimità, riducendo quindi la lunghezza dei viaggi.
2. Piano degli orari della città. Vanno ampliati e differenziati gli orari di ingresso al lavoro, nelle scuole, nei servizi pubblici e privati, nei servizi commerciali, nel tempo libero e nella fruizione della cultura, nei parchi e nei giardini, in modo da ridurre le ore di punta e utilizzare al meglio gli spazi e i servizi disponibili, in particolare quelli della sharing mobility e del trasporto collettivo. Devono essere inoltre strutturate e armonizzate le richieste da parte delle imprese e dei lavoratori tramite la pianificazione dei trasporti locali: il ruolo dei Mobility Manager diventerà quindi essenziale nelle fasi 2 e 3.
3. Sostenere e allargare la sharing mobility. Bike sharing, scooter sharing e micromobilità elettrica sono servizi essenziali per spostarsi in autonomia e rispettare un regime di distanziamento. Ovviamente questi servizi andranno adeguati alle misure vigenti, adottando precauzioni d’uso e procedure di sanificazione: elementi fondamentali, questi, soprattutto per la ripresa del car sharing. Serviranno risorse pubbliche per sostenere e potenziare il servizio anche in luoghi e realtà di periferia e delle aree metropolitane, dove i servizi di trasporto collettivo sono e saranno molto scarsi.
4. Elettrificazione dei veicoli e dei servizi. È abbastanza sorprendente che gli stessi che indicano l’auto come unico mezzo sicuro per i nostri spostamenti futuri, non chiedano l’elettrificazione di massa e incentivi massicci in questa direzione. L’allarme clima resta un problema essenziale e immediato e puntare sull’elettrificazione è necessario, per la sharing mobility, la bicicletta, il trasporto collettivo, per i motoveicoli e l’auto privata. È importante andare avanti anche su questo obiettivo, senza tornare indietro sugli investimenti per gli autobus già programmati o sulla quota che il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (Pniec) ha fissato come obiettivo al 2030, che in qualche webinar sembrano rimessi in discussione in nome dell’emergenza Covid-19.
5. Non cancellare ZTL e Low Emission Zone. Qua e là nel dibattito viene proposto di sospendere anche per tutta la fase due ZTL e Low Emission Zone nelle città: strategia insostenibile proprio perché l’auto tenderà a crescere e quindi il sistema andrà regolato e controllato, evitando che la fase due produca l’incremento dell’inquinamento dell’aria e della congestione da traffico. E anche perché, se davvero si vuole dedicare spazio alla mobilità a piedi, in bicicletta e far circolare in modo fluido il trasporto collettivo, abbiamo bisogno di avere città libere da milioni di auto in circolazione almeno nelle zone centrali e più dense.

Avanti tutta con la mobilità attiva a piedi e in bicicletta

Tutte le principali associazioni della mobilità ciclabile e ambientaliste – tra cui Salvaiciclisti, FIAB, Legambiente, Cittadini per l’aria, Fondazione Michele Scarponi, Kyoto Club, Bikeitalia.it – hanno inviato un appello a Governo e Comuni per chiedere misure straordinarie di promozione della bicicletta.
Le associazioni chiedono la creazione di corridoi per la mobilità di emergenza con corsie dedicate alle forme di mobilità alternative all’auto lungo tutte le principali direttrici urbane, in modo da convogliare su di esse le quote di mobilità che si perderanno dal trasporto pubblico, almeno nelle parti più congestionate delle città. Si tratta di una soluzione già proposta per Parigi, dove si stanno programmando 650 nuovi chilometri di corsie dedicate alla bicicletta, e a cui stanno lavorando le principali capitali europee e del mondo, insieme al potenziamento del bike sharing. Inoltre, queste associazioni propongono un pacchetto di misure per la gestione sostenibile della mobilità nelle fasi due e tre della ripartenza. Si tratta di misure immediatamente realizzabili, a basso costo e che costituiscono una soluzione stabile anche a regime, tra cui:
  • Realizzazione di nuove regolamentazioni e/o infrastrutture “soft”, a basso costo e rapida attuazione, per la mobilità attiva (pedonale e ciclabile) e la micromobilità, in deroga al Codice della strada.
  • Introduzione, già dal prossimo “decreto aprile”, di forti incentivi economici e finanziamenti per il potenziamento della mobilità attiva con un Fondo interventi urgenti mobilità sostenibile dei Comuni, bonus-mobilità per acquisto bici elettriche, servizi di bike sharing e micromobilità.
  • Pieno mantenimento delle misure di equilibrio del sistema della mobilità, come le ZTL, la sosta regolamentata, le corsie preferenziali, indispensabili ancor oggi più che mai per gestire il traffico.
  • Contenimento della domanda e dei picchi di mobilità lavorativa e commerciale, promuovendo in modo diffuso lo smart working come modalità facoltativa di lavoro con priorità per i pendolari extraurbani, la differenziazione degli orari di attività economiche e uffici, e i sistemi di consegna a domicilio, privilegiando e incentivando quelli su bicicletta e cargo-bike.
Sulla base di questo appello qualcosa si sta muovendo, se anche la Ministra De Micheli parla di bicicletta nelle sue interviste. E se molte città come Milano, Roma, Firenze, Palermo, Napoli, Torino, Bologna stanno immaginando soluzioni di potenziamento della ciclabilità e hanno aperto tavoli di confronto con le associazioni e i tecnici. Interessante il caso della Provincia di Bolzano, che vuole che il 20% degli altoatesini si sposti abitualmente in bicicletta entro il 2030. Infatti, in vista della fase due, il Dipartimento infrastrutture e mobilità sta lavorando a un pacchetto di misure sia per l’ampliamento della mobilità ciclabile che per sgravare i mezzi pubblici. Quindi: non solo emergenza pandemia, ma un progetto stabile di mobilità ciclistica per il futuro.
È pur vero, d’altra parte, che dalle principali città arrivano per ora proposte timide: per esempio, Milano punta a 35 chilometri di nuove reti ciclabili, che a confronto con i 650 di Parigi sono davvero poca cosa. C’è da sperare che dai tavoli escano soluzioni concrete da realizzare immediatamente, così come dalle misure, regole e risorse da parte del Governo.

Il trasporto pubblico, la vera incognita del futuro

Essendo trasporto di massa, il trasporto collettivo è quello che risentirà di più della pandemia da coronavirus. La ripartenza con la fase due si preannuncia lenta, difficile da gestire. Nella fase uno di blocco totale il servizio è stato ridotto in modo drastico mediamente dell’80% su autobus, metropolitane, tram e treni, e gli utenti sono diminuiti del 90%. Con l’imminente riavvio di diverse attività, l’offerta dovrà essere aumentata in condizioni di sicurezza per lavoratori e utenti. Ricordiamo che a livello nazionale, nell’Italia ante Covid-19, in un giorno medio feriale si registravano circa 100 milioni di spostamenti e si percorrevano 1,1 miliardi di chilometri. L’85,8% degli spostamenti motorizzati veniva effettuato con auto e moto, la quota del trasporto pubblico si fermava al 14,2%. Quindi, gli spostamenti gestiti attraverso la mobilità pubblica erano oltre 14 milioni al giorno, per un totale complessivo annuo di quasi 5,4 miliardi.
Comuni e Regioni stanno ragionando su come far ripartire gradualmente il trasporto pubblico. ASSTRA, l’associazione delle aziende del trasporto pubblico locale (Tpl), ha presentato un documento relativo alle fasi 2 e 3 al fine di individuare le misure operative delle imprese di Tpl per la gestione della ripartenza, con l’obiettivo primario di garantire la sicurezza sanitaria dei clienti e del personale e di evitare il più possibile un insostenibile incremento nell’utilizzo dell’auto privata. Il documento descrive una fase 2 in avvio dal 4 maggio – con una riapertura limitata di commercio e attività produttive e una ripresa graduale dei servizi di trasporto pubblico locale – e una fase 3, con inizio eventuale a settembre, caratterizzata dalla riapertura delle attività didattiche e una ripresa massiccia di tutto il tessuto produttivo, commerciale e professionale. Sarà questo il vero banco di prova del sistema.
Dal punto di vista operativo le fasi 2 e 3 poggiano su sei pilastri di azione, a loro volta legati a tre precondizioni: smart working, ridefinizione orari delle città e del lavoro, regole di sicurezza e distanziamento. Secondo ASSTRA, nel corso della fase 2 ci si attende un utilizzo del mezzo di trasporto pubblico per motivazioni legate al lavoro e a situazioni di necessità. Alla luce dei dati a disposizione si prevede che nelle fasi emergenziali la domanda di mobilità pubblica potrebbe subire una riduzione di circa il 50%. Sul fronte dell’offerta di servizi, in vista della graduale riapertura dal 4 maggio, si è discusso del distanziamento con diverse opzioni: il rispetto della distanza di due metri tra le persone, oppure un distanziamento di un metro, in entrambi i casi con l’obbligo di indossare la mascherina, la terza con il solo obbligo di indossare la protezione individuale. In concreto, la prima opzione comporta un’offerta massima media del 20% di posti, mentre nel secondo caso l’offerta può arrivare al 30% per autobus urbani/extraurbani e circa del 50% per treni regionali rispetto ai livelli di offerta pre-Covid.
Il presidente di ASSTRA Andrea Gibelli in diverse interviste e webinar ha richiesto con forza la terza opzione, anche sulla base di analoghe misure di altri paesi come la Germania. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha deciso nelle nuove Linee guida del settore per l’avvio della fase 2 emanate il 26 la distanza di un metro tra gli utenti, obbligo di mascherina, rafforzamento del servizio negli orari di maggiore afflusso per consentire il distanziamento, ingressi e uscite differenziate, massiccio uso di app, sistemi di prenotazione e pagamenti online dei biglietti. Secondo ASSTRA la “rigida applicazione di questa regola, oltre a non essere compatibile con la conformazione dei mezzi di trasporto pubblico, determinerebbe, pur in presenza di una domanda sensibilmente ridotta, l’insufficienza della offerta di trasporto.” È probabile che la sperimentazione che si avvierà dal 4 maggio, la reazione e l’uso del TPL da parte degli utenti, la graduale riapertura di ulteriori attività prevista dal 18 maggio, l’andamento della curva del contagio, richiederanno ulteriori verifiche che potranno o meno allentare l’attuale distanza di un metro per gli utenti.
Essenziali per la mobilità regionale e metropolitana sono i servizi ferroviari locali, che dovranno gradualmente riaprire, ovviamente con regole di distanziamento, controllo degli accessi nelle stazioni, sanificazione e protezioni personali per utenti e lavoratori. Pensando agli assembramenti su molti treni regionali nelle ore e giornate di punta, si sta pensando addirittura a un sistema di prenotazione del posto.
La Regione Toscana ha annunciato che “nella fase 2 i treni in circolazione passeranno dal 30% al 55% del servizio ordinario”, con un aumento di 100 treni rispetto alla fase uno del numero dei treni in transito su tutto il territorio regionale. A dirlo è l’Assessore ai Trasporti Vincenzo Ceccarelli al termine di una video-riunione con i vertici regionali di Trenitalia. Nella Regione Lazio l’Assessore ai Trasporti ha dichiarato che “Cotral ha già pronto un piano operativo per portare il servizio dal 50% all’80% con la fase 2. Trenitalia Lazio si è impegnata a superare il 50% della sua operatività per la fase di riapertura. Al fianco di questo è chiaro che serviranno misure di alleggerimento del traffico dei pendolari come l’utilizzo dello smart working e un Piano Regolatore degli orari delle attività”.
In Lombardia la società Trenord ha annunciato di poter trasportare nella fase due il 30-40% dei passeggeri che venivano veicolati prima dell’emergenza Coronavirus, ma questa utenza deve essere spalmata nell’arco della giornata. Trenord trasportava nella fase pre-Covid 820mila pendolari al giorno, ma 350mila di questi, il 42,7% del totale, si concentravano in sole 4 ore di servizio: dalle 6 alle 8 e dalle 17 alle 19. Tutto ciò nella fase 2 non potrà avvenire, bisognerà valorizzare le fasce di morbida, come quella tra le 10 e le 16, con un piano concordato degli orari di imprese e servizi e con gli utenti.
Ma tutto questo potrebbe non bastare: vanno immaginati servizi dedicati e flessibili, promossi ed elaborati dai Mobility Manager aziendali, scolastici, di area, che mettano in relazione il numero di spostamenti e la loro distribuzione temporale con una gestione condivisa dell’auto privata e promuovendo al contempo l’istituzione di servizi di trasporto collettivi dedicati ai dipendenti, soluzione a cui le aziende di trasporto stanno già pensando come risposta alla situazione corrente.
Da queste prime considerazioni è evidente che il trasporto collettivo, già debole in Italia, subirà un duro colpo e la preoccupazione dei cittadini per il contagio resterà a lungo. Andranno messi in sicurezza nell’immediato i conti delle aziende per evitare fallimenti e perdita di posti di lavoro, poi si dovrà investire nell’adeguamento e potenziamento del servizio per le fasi due e tre. Anche in questo campo non si deve rinunciare in prospettiva a rafforzare il servizio, ad adeguare il parco mezzi in direzione dell’elettrificazione, a innovare i servizi di mobilità e a integrarli con le altre modalità di trasporto, a puntare sui pagamenti online e nuovi servizi flessibili, innovativi e dedicati.

mercoledì 22 aprile 2020

RIFIUTI ZERO: Mascherine Generiche MA riciclabili e compostabili!

Pubblichiamo volentieri la notizia della nuova mascherina (non chirurgica, solo generica, al pari di tante altre che però finiscono nell'indifferenziato.....se va bene, altrimenti le troviamo per terra), che è nata da una collaborazione con il Centro di Ricerca Rifiuti Zero di Capannori e @grafica77.


Questo il post di Rossano Ercolini sulla sua pagina facebook:

Eccola: mascherina in cellulosa mista a cotone #riciclabile e/o #compostabile prodotta da @grafica77 e oggetto di una collaborazione con il Centro di Ricerca Rifiuti Zero Capannori - www.rifiutizerocapannori.it usabile non per scopi specialistici (in ospedale e sul lavoro) ma per fare spesa ed andare in giro. Bello poterla battezzare nella #GiornatamondialedellaTerra

Segue il comunicato Stampa: