VALORIZZARE DIFENDERE SALVAGUARDARE LA VAL DI SIEVE

L' Associazione Valdisieve persegue le finalità di tutelare l'ambiente, il paesaggio, la salute, i beni culturali, il corretto assetto urbanistico, la qualità della vita e la preservazione dei luoghi da ogni forma d'inquinamento, nell'ambito territoriale dei comuni della Valdisieve e limitrofi.

EVENTI 2

  • LABORATORIO RIUSO E RIPARAZIONE A LONDA 

Le attività e aperture del Laboratorio di Riparazione e Riuso di Londa 
sono il mercoledì e il sabato pomeriggio.

CALENDARIO

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martedì 20 settembre 2022

L'Agenda climatica di Fridays for Future Italia


5 punti per affrontare la crisi climatica e sociale. 

A partire da ora.


Fridays for Future è nato per chiedere alla politica e alle istituzioni di ascoltare la ricerca scientifica, indicando che le misure per contrastare la crisi climatica esistevano, erano solo da implementare. 

Nel 2020, con la campagna Ritorno al Futuro, abbiamo deciso di presentare le nostre soluzioni, di fronte all’incapacità della politica di agire in modo efficace. Quel documento è ancora in gran parte valido, ma l’attuale campagna elettorale ci obbliga a ripeterci, a dire che l’unica agenda possibile è quella climatica.

Ci troviamo in un momento di profonda crisi dei partiti e delle istituzioni. La partecipazione alla vita politica è ai minimi storici: l’unico momento in cui ci viene chiesto di esprimerci sono le elezioni. Arriviamo in cabina elettorale come davanti a una vetrina da cui scegliere il prodotto che più ci convince, già confezionato.

Volete il nostro voto ma ignorate la nostra voce. La politica dei partiti si è presa tutto il palcoscenico e la facoltà di scegliere cosa è meglio per il paese, ma è lontana dalle istanze e dalle preoccupazioni delle persone che dicono di rappresentare. Non potete rappresentarci se non ci ascoltate.

L’astensionismo in aumento lancia un segnale, ancora una volta i partiti non stanno centrando il bersaglio, si fanno tante promesse ma mancano risposte serie ai problemi più urgenti: crisi climatica, disuguaglianze, salari bassi e lavoro insicuro, accoglienza, disparità, etc. 

Promettono di occuparsi di un fantomatico “domani”, mentre le crisi imperversano già oggi. Si parla di gas come fonte di transizione, rimandando ancora una volta le soluzioni.

La crisi climatica è un fenomeno globale che si manifesta però a livello locale. Secondo lo slogan «Think global, act local»,  dobbiamo rivolgere lo sguardo verso quella grande fetta della popolazione che ricerca con fatica il suo diritto alla partecipazione attiva ogni giorno, per restituire il potere decisionale alle comunità territoriali e alla società civile.

Presentiamo quindi le nostre proposte su 5 temi, attuabili nell’immediato futuro, che avrebbero un enorme impatto nell’affrontare la crisi climatica e sociale in Italia. Non sono proposte esaustive: esistono molti altri ambiti, interconnessi tra loro, che si dovrebbero affrontare. Molti di essi sono presenti in Ritorno al Futuro: il settore agroalimentare, i MAPA (Most Affected People and Areas) del mondo e del nostro Paese, l’economia circolare, la gestione dei rifiuti, la tutela del territorio, solo per citarne alcuni. La crisi climatica è estremamente complessa e tocca ogni ambito economico e sociale.

Ma non ci si può nascondere dietro alla complessità, usandola come scusa per rimandare l’implementazione delle misure necessarie. Per questo vogliamo partire da queste proposte, con la consapevolezza che devono essere solo il punto di partenza.

1.    1 TRASPORTI E MOBILITÀ

      - Riduzione dei costi e potenziamento dei trasporti pubblici

·        - Riduzione dei costi e potenziamento dei trasporti pubblici

·        - Frequent Flyer Levy

2.     2 ENERGIA

·       - Pianificazione di 8000 comunità energetiche per auto-produzione locale del 50% di energia elettrica

·       - Tassa del 100% sugli extra-profitti delle aziende e tetto ai prezzi dell’energia non domestica

3.    3 LAVORO

·        - Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario Job Guarantee

·        - Fornitura di energia gratuita a tutte le famiglie per coprire i bisogni primari

4.     4 EDILIZIA E POVERTÀ ENERGETICA

·       - Isolamento di tutte le case popolari e di tutti gli edifici scolastici in Italia entro il 2025

5.     5 ACQUA

·        - Manutenzione rete idrica

·        - Acqua pubblica

ü  Appendice

 

ü  Tabella costi e coperture riassuntiva

ü  Scarica il documento in pdf


LEGGI TUTTO QUI:     https://fridaysforfutureitalia.it/lagenda-climatica/

mercoledì 14 luglio 2021

“Fatevi un favore, unitevi alla nostra lotta”: ecco perché stare coi 500 licenziati della Gkn

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su La Città invisibile, rivista del laboratorio politico perUnaltracittà – Firenze, a questo indirizzo [https://www.perunaltracitta.org/2021/07/12/fatevi-un-favore-unitevi-alla-nostra-lotta-ecco-perche-stare-coi-500-licenziati-della-gkn/] con licenza BY-NC-SA 3.0

“Fatevi un favore, unitevi alla nostra lotta”, scrive il Collettivo di Fabbrica dei Lavoratori Gkn di Firenze, 422 persone licenziate in tronco con una mail da Gkn Driveline, multinazionale che produce componenti per auto; “Chi vuole strumentalizzare questi licenziamenti vuole solo fare polemiche” dice Carlo Bonomi, presidente di Confindustria a cui l’azienda è associata. Serve altro per ribadire che la lotta di classe esiste ancora e che la stanno vincendo i ricchi? O vogliamo continuare a credere che lo “sgocciolamento” della ricchezza dalle imprese ai più poveri – vero mantra della “ripartenza” post Covid come dell’ultimo trentennio liberista – sia una cosa reale?

Incontriamo i lavoratori sabato notte nello stabilimento di Campi Bisenzio quando il circo della politica e dei media è finito. All’una sono rimasti solo loro. Apre il cancello un uomo dei 422 che stanno occupando la fabbrica per evitare che la proprietà mandi i tir a smontare i macchinari. L’assemblea permanente ha tra i principali obiettivi quello di impedire che le linee di produzione, in parte automatizzate, vengano portate in un Paese dove i diritti vengono calpestati ancor più che in Italia. Sui tavoli sotto la tettoia della portineria ci sono cassette di frutta e casse di birra, segno tangibile della tanta solidarietà popolare che è arrivata in queste ore.

Stare dalla parte dei 422 licenziati, e degli altri 100 dell’indotto diretto Gkn, vuol dire quindi stare dalla “nostra” parte. Lo spiega bene Massimo mentre ci racconta l’esito della prima giornata di resistenza in fabbrica. Ha gli occhi stanchi e allo stesso tempo luminosi per l’adrenalina consumata nelle ultime ore quando afferma che “quello che è capitato a noi può succedere a chiunque altro già domattina. Le leggi attuali non proteggono più i diritti di chi lavora. Se licenziano in questo modo chi lavora per un’azienda che va bene, che non è in crisi, pensate cosa può succedere a chi subisce di più questa crisi”. Come dargli torto, questa cacciata di massa ha prodotto nuovi profitti solo agli azionisti del fondo Melrose, proprietario di Gkn, il cui titolo ha subito guadagnato il 4,55% in borsa. È questa la ricchezza che ci interessa difendere? È per questo che il ministro allo Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, definisce questi “licenziamenti inevitabili” auspicando in un futuro indistinto un miglioramento dell’azione di governo e imprese più responsabili?

“La solidarietà è importante, fondamentale, ma siamo stanchi delle tante dichiarazioni fatte da quelle stesse persone che si sono rese complici di questo disastro con le loro scelte politiche. Adesso servono atti, leggi nuove e non la solita retorica dei ‘tavoli’, dei ‘protocolli di intesa’, che è ormai evidente porta acqua soltanto al mulino della proprietà”, continua Massimo. Come dargli torto. Si contano sulle dita di un paio di mani le agenzie di stampa o i comunicati di solidarietà vergati da soggetti privi di responsabilità nella distruzione del tessuto industriale italiano e nell’erosione continua di quei diritti inscritti nello Statuto dei Lavoratori del 1970.

Al centro dell’invito “Fatevi un favore, unitevi alla nostra lotta”, diffuso dal Collettivo di Fabbrica, sta proprio la questione dei diritti. Per anni i partiti del Pensiero Unico Liberista (tutti, dalla destra alla sinistra istituzionale) hanno picconato in Parlamento pezzo dopo pezzo quanto conquistato nel decennio di massima espansione dei diritti sociali, gli Anni Settanta. A servizio degli imprenditori, e del conseguente mito dell’impresa panacea di tutti i mali, hanno devastato dal 1980 in poi un quadro normativo che tendeva al rispetto della Costituzione: quella della “democrazia fondata sul lavoro”, dei “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” e della “proprietà privata limitata allo scopo di assicurarne la funzione sociale”.

Si è puntato sulla competizione, sulle sole leggi del mercato e del profitto presentate come sacre e inviolabili. Hanno fatto credere ad una massa privata di strumenti di interpretazione che basta aprire una partita iva per svoltare e che è meglio delegare piuttosto che partecipare attivamente alle sorti della propria vita, depredando dei valori più alti il senso del fare Politica.

Scrive il Collettivo di Fabbrica: “Abbiamo le lacrime agli occhi, mille storie umane da raccontare ma oggi non è questo il punto. Non siamo i poveri operai che vanno a casa. Siamo dignità, orgoglio e resistenza. Siamo stati licenziati con una modalità atroce e con una violenza psicologica importante. Questo aiuta a farvi capire che abbiamo a che fare con persone senza scrupoli. Tuttavia chi si concentra solo sulla modalità con cui siamo stati licenziati, si concentra sulla forma e non sulla sostanza. Chi parla di “caso specifico” Gkn si mette quasi sullo stesso piano di chi ci vuole chiudere. Ma soprattutto mette in pericolo tutti i lavoratori di questo paese. Perché nega implicitamente che siamo gli ultimi di una lunga serie e i primi di una ulteriore serie di chiusure e delocalizzazioni. Siamo una grossa azienda e siamo organizzati. Immaginatevi cosa può succedere alle aziende piccole e meno organizzate. Se sfondano qua – concludono – sfondano da tutte le parti”.

Cristiano Lucchi

FONTE https://www.perunaltracitta.org/2021/07/12/fatevi-un-favore-unitevi-alla-nostra-lotta-ecco-perche-stare-coi-500-licenziati-della-gkn/


lunedì 24 maggio 2021

L'appello dell'ex Ministro dell'Ambiente SERGIO COSTA - NO inceneritori!

L’Unione Europea stabilisce la piramide gerarchica dei rifiuti. In sostanza afferma che per prima cosa gli Stati membri devono ridurre la quantità di rifiuti, poi sviluppare processi di riciclo e compostaggio, eventualmente valutare il recupero energetico ed infine ipotizzare il trattamento in discarica.

La Ue, nel pacchetto Economia Circolare, ha recentemente stabilito i nuovi target per la gestione dei rifiuti solidi urbani. Entro il 2035 massimo il 10% degli RSU potranno andare in discarica. Il che significa che tutto il 90% dei rifiuti dovrà essere gestito diversamente.

Oggi, per costruire un termovalorizzatore, tra autorizzazioni amministrative e tempi tecnici costruttivi occorrono non meno di 5 anni se va tutto bene. Un impianto medio da 450.000 mila tonnellate/anno costa non meno 400 milioni di euro. Esso, una volta in funzionamento, residua circa il 30% del bruciato sotto forma di ceneri (rifiuti speciali pericolosi) che chiaramente vanno smaltite in discarica, più 650 kg di acque per tonnellata di rifiuti bruciati da depurare successivamente e 25 kg per tonnellata di gesso.
Un termovalorizzatore ha un piano di ammortamento di almeno 20 anni.

E’ stato calcolato che la filiera del riciclo, nel suo complesso consente performance ambientali migliori, in termini di energia, da 3 a 5 volte rispetto a un termovalorizzatore. Inoltre, l’occupazione lavorativa per la filiera delle 4R-riciclo, recupero, reimpiego e riutilizzo- consente un’occupazione lavorativa full time quattro volte superiore a quella assicurata dai termovalorizzatori.

Nel 2017, la Commissione europea ha raccomandato che “I processi di termovalorizzazione possono svolgere un ruolo nella transizione verso un’economia circolare a condizione che la gerarchia dei rifiuti della U.E. funga da principio guida e che le scelte fatte non ostacolino il raggiungimento di livelli più elevati di prevenzione, riutilizzo e riciclaggio”.

Allora, vi prego, parliamo di Economia Circolare e acceleriamo in quella direzione. Il resto è solo vecchio paradigma… solo vecchio.

Sergio Costa
Ex Ministro dell'Ambiente. Già generale Carabinieri Forestali. Sempre in prima linea nella lotta alle ecomafie e per la Terra dei Fuochi.

lunedì 30 marzo 2020

La Piana contro le nocività-Presidio Noinc Noaero//COMMISSARI E GRANDI OPERE PER IL "RINASCIMENTO DOPO LA PESTE"

Se ci fidiamo del fatto che Renzi non sia positivo al Coronavirus , temiamo, oltre al fatto che continua a imperversare in Senato, negli studi televisivi e nelle pagine dei maggiori quotidiani, che l’isolamento domiciliare gli abbia procurato una qualche megalomania, visto che va equiparando la peste del 1348 all’attuale epidemia, farneticando dell’opportunità di un secondo Rinascimento.
Rinascimento che tra l’altro dovrebbe poggiare le sue basi non sui valori dell’umanesimo, della cultura e delle arti, ma sul sostegno alle imprese e sulle grandi opere; non sulla valorizzazione e recupero del territorio e di una relazione positiva tra uomo e natura ma sull’esatto contrario.
Senza pensare poi che le misure che va proponendo adesso come “trampolino di lancio” verso questo nuovo Rinascimento sono esattamente le stesse di prima dell’emergenza Coronavirus: favori e sgravi alle imprese e un “commissario per le grandi opere”.
Tradotto: qualcuno che superi il vicolo cieco in cui si sono cacciate alcune grandi opere inutili e in particolare il progetto del nuovo aeroporto di Firenze, che ha subito lo stop del TAR e del Consiglio di Stato poche settimane fa.
Un vicolo cieco fatto di imprecisioni, valutazioni di rischio e di impatto ambientale mancanti, di percorsi partecipativi assenti e noncuranza delle opinioni e volontà delle popolazioni interessate.
Già era abbastanza incredibile che tutti gli organi prima dei giudici avessero dato il loro ok, ministeri compresi, nonostante le violazioni di legge presenti nell’iter percorso, figuriamoci l’istituzione di una figura che, dotata di poteri speciali, possa passar sopra a tutto questo in nome di un progresso (prima, adesso in nome di una “ripresa”!) che puzza di profitto per pochi, devastazione ambientale, inquinamento, morte. Non lo accetteremo!
Quello che serve veramente alla gente, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è la messa in sicurezza del territorio, il ritorno ad un sistema sanitario pubblico accessibile a tutti e che sia in grado di reggere in caso di epidemie come quella che stiamo vivendo, condizioni di lavoro e misure sociali che restituiscano la dignità ai lavoratori, trattati oggi come carne da macello.
Ma poi oh, si può sapere perché tutti dovremmo pendere dalle labbra di uno che continua a proporre le “soluzioni” che già la gente ha bocciato sonoramente pochi anni fa nel referendum costituzionale, e che adesso ha creato il suo partitino da 3 punti percentuali??!!



mercoledì 15 gennaio 2020

Il telefono cellulare può far venire un tumore, parola di Corte d’Appello

Rilevante pronuncia della Corte d’Appello di Torino, che ha confermato la sentenza di primo grado del Tribunale di Ivrea (aprile 2017) di riconoscimento di una rendita da parte dell’I.N.A.I.L. in favore di un tecnico della Telecom affetto da tumore a causa della lunga esposizione al campo elettromagnetico (1995-2020) derivante dall’uso abnorme del telefono cellulare (almeno 4 ore al giorno) per ragioni di lavoro.
La Sezione Lavoro della Corte d’Appello torinese ha affermato l’esistenza di un “nesso eziologico tra la prolungata e cospicua esposizione lavorativa a radiofrequenza emesse da telefono cellulare e la malattia denunciata”.
I giudici di secondo grado hanno, inoltre, riconosciuto che “buona parte della letteratura scientifica che esclude la cancerogenicità dell’esposizione a radiofrequenze … versa in posizione di conflitto d’interessi, peraltro non sempre dichiarato”.
Una materia, quella dell’inquinamento elettromagnetico, dove la ricerca scientifica ed epidemiologica va avanti da parecchi anni con risultati non risolutivi, dove pesano moltissimo gli interessi industriali ed economici di società energetiche, delle telecomunicazioni e telefoniche.

Gruppo d’intervento Giuridico onlus
ripetitore per telefonìa mobile


da Il Fatto Quotidiano, 14 gennaio 2020
Le 36 pagine rappresentano un verdetto storico, perché per la prima volta un lavoratore ha ottenuto due sentenze di merito favorevoli in casi simili: Roberto Romeo, ex dipendente Telecom, trascorreva almeno 4 ore al giorno al cellulare. Come accaduto in primo grado, nuovi consulenti hanno ribadito che esiste un “nesso eziologico tra la prolungata e cospicua esposizione lavorativa a radiofrequenza emesse da telefono cellulare e la malattia denunciata”. (Andrea Tundo)
Il tumore al nervo acustico dell’orecchio destro che ha colpito Roberto Romeo è stato causato dall’uso del cellulare. La Corte di appello di Torino ha confermato la sentenza del giudice Luca Fadda, che nell’aprile 2017 aveva condannato l’Inail a riconoscere una rendita da malattia professionale all’ex tecnico della Telecom per l’uso “abnorme” del telefonino, dovuto al suo lavoro, nel periodo 1995-2010.
“Letteratura scientifica in conflitto d’interessi”
E nelle motivazioni della sentenza, emessa lo scorso 3 dicembre, il collegio ribadisce anche i sospetti sull’imparzialità di alcuni studi ‘tranquillizzanti’: “Buona parte della letteratura scientifica che esclude la cancerogenicità dell’esposizione a radiofrequenze (…) versa in posizione di conflitto d’interessi, peraltro non sempre dichiarato”, scrivono i giudici della sezione Lavoro Rita Mancuso, Caterina Baisi e Silvia Casarino, sulla base delle conclusioni dei consulenti Carolina Marino e Angelo D’Errico, nominati per rianalizzare il materiale probatorio già soppesato dal ctu del giudice di Ivrea, Maurizio Crosignani.
“Solidi elementi” sul ruolo causale dell’uso
Le 36 pagine rappresentano un verdetto storico, perché per la prima volta un lavoratore ha ottenuto due sentenze di merito favorevoli in casi simili e la domanda di indennizzo da parte di Romeo – difeso dagli avvocati Stefano Bertone, Renato Ambrosio e Chiara Gribaudo dello studio Ambrosio&Commodo – nel corso del 2019 è stata accolta anche dal Tribunale di Monza. La Corte d’appello torinese non ha dubbi sul caso di Romeo dopo aver fatto rianalizzare dai nuovi periti tutto il materiale scientifico: Marino e D’Errico, si legge nella sentenza, hanno fornito “solidi elementi per affermare un ruolo causale tra l’esposizione dell’appellato alle radiofrequenze da telefono cellulare e la malattia insorta”.
“Elevata probabilità del nesso eziologico”
Ad avviso dei giudici, infatti, “esiste una legge scientifica di copertura che supporta l’affermazione del nesso causale secondo criteri probabilistici ‘più probabile che non’”. E nel “caso specifico in esame” è “dato ritenere che” con “criterio di elevata probabilità logica” si possa “ammettere un nesso eziologico tra la prolungata e cospicua esposizione lavorativa a radiofrequenza emesse da telefono cellulare e la malattia denunciata” da Romeo all’Inail.
“Solidi elementi” sul ruolo causale dell’uso
Le 36 pagine rappresentano un verdetto storico, perché per la prima volta un lavoratore ha ottenuto due sentenze di merito favorevoli in casi simili e la domanda di indennizzo da parte di Romeo – difeso dagli avvocati Stefano Bertone, Renato Ambrosio e Chiara Gribaudo dello studio Ambrosio&Commodo – nel corso del 2019 è stata accolta anche dal Tribunale di Monza. La Corte d’appello torinese non ha dubbi sul caso di Romeo dopo aver fatto rianalizzare dai nuovi periti tutto il materiale scientifico: Marino e D’Errico, si legge nella sentenza, hanno fornito “solidi elementi per affermare un ruolo causale tra l’esposizione dell’appellato alle radiofrequenze da telefono cellulare e la malattia insorta”.
“Elevata probabilità del nesso eziologico”
Ad avviso dei giudici, infatti, “esiste una legge scientifica di copertura che supporta l’affermazione del nesso causale secondo criteri probabilistici ‘più probabile che non’”. E nel “caso specifico in esame” è “dato ritenere che” con “criterio di elevata probabilità logica” si possa “ammettere un nesso eziologico tra la prolungata e cospicua esposizione lavorativa a radiofrequenza emesse da telefono cellulare e la malattia denunciata” da Romeo all’Inail.
Il legale: “Conferma sugli studi negazionisti”
“Ciò che ci interessava di più dal punto di vista legale – spiega l’avvocato Stefano Bertone – era la conferma che gli studi ‘negazionisti’ finanziati dall’industria non potessero andare a fondare, influenzandolo, il ragionamento dei consulenti dei tribunali nelle cause che riguardano la telefonia mobile”. La Corte d’Appello, aggiunge il legale, “ci dà ragione con un concetto tanto semplice quanto decisivo: siccome l’industria ha interesse all’esito degli studi, chi lavora per lei o con suoi soldi esprime pareri meno attendibili di chi fa ricerca senza tornaconto”.
Critiche anche all’Istituto superiore di sanità
I consulenti della Corte d’appello criticano anche lo studio pubblicato lo scorso agosto dall’Istituto superiore di Sanità, per il quale l’uso prolungato dei cellulari “non è associato” all’incremento del rischio di tumori. A loro avviso, lo studio “usa in modo inappropriato i dati sull’andamento dell’incidenza dei tumori cerebrali” e “non tiene conto dei recenti studi sperimentali su animali” né “ha diramato raccomandazioni più stringenti sui limiti di esposizione a radiofrequenze, in particolare per bambini e adolescenti”, nonostante si dichiari incerto sugli effetti associati in quell’età a un uso intenso.
Cagliari, Pirri (Is Bingias), il “palazzo dei ripetitori”
(foto da mailing list ambientaliste, per conto GrIG)

giovedì 17 novembre 2016

I LAVORATORI NON DEVONO PAGARE PER UN PROGETTO SBAGLIATO LETTERA APERTA AI LAVORATORI DEI CANTIERI TAV

Care/i amiche/i e compagne/i,
ci rivolgiamo a voi prima di tutto per esprimervi la nostra solidarietà ed il nostro sostegno alla vostra giusta rivendicazione di tutelare il lavoro e il vostro salario.
Capiamo il vostro stato d’animo perché anche noi siamo lavoratori/trici, pensionati, precari o disoccupati. Vi siamo realmente vicini, non solo a parole.
Infatti, nella nostra lotta ad un’opera che riteniamo inutile e dannosa, abbiamo elaborato, con la collaborazione dell’Università di Firenze, un progetto alternativo di
potenziamento di tutto il sistema ferroviario del nodo. I lavori necessari ad attuarlo richiederebbero molti meno soldi, un bassissimo impatto sulla città, molti più posti di
lavoro sia in fase di cantierizzazione, sia a lavori ultimati.
Sappiamo che i dirigenti delle aziende per cui lavorate ci dipingono come coloro che non vogliono farvi lavorare, i vostri principali nemici. Invece non è così.
Che il progetto di Passante TAV fosse un’opera mal progettata lo abbiamo visto subito e lo abbiamo denunciato; che ci fossero problemi è emerso da subito con continue sospensioni dei lavori e anche a seguito di due inchieste della magistratura che hanno mostrato come ci siano state perfino truffe nella fornitura dei materiali di qualità scadente; addirittura la prima fresa è stata montata pur sapendo che non avrebbe potuto scavare perché priva di alcune parti!
Adesso pare che le Ferrovie stesse si accorgano che affrontare lo scavo sotto la città creerebbe molti più problemi di quanti ne risolverebbe e vorrebbero trovare una soluzione più semplice; questo non accade per causa nostra, ma perché il progetto a cui state lavorando ha enormi lacune progettuali.
Sono queste lacune del progetto le vere nemiche del vostro lavoro, non noi che le denunciamo da oltre 10 anni.
In alternativa a due buchi sotto Firenze noi proponiamo la creazione di nuovi tronchi ferroviari che garantiscano un efficiente trasporto regionale nell’area metropolitana, la risistemazione delle stazioni esistenti, la velocizzazione delle linee regionali. Queste opere creerebbero molti più posti di lavoro nel vostro settore.
Il vostro diritto ad un salario decente viene utilizzato dai costruttori (Condotte SpA, cioè Caltagirone) come arma di ricatto per garantirsi profitti altissimi creando molti pochi posti di lavoro!
Noi proponiamo da sempre una progettazione partecipata sia dai cittadini destinatari dell’opera, sia dai lavoratori stessi, togliendo di mano la gestione di enormi risorse finanziarie alla lobby delle grandi imprese di costruzione che impongono ad un meschino sistema politico solo i loro interessi.
I vostri interessi coincidono con i nostri: rivendichiamo lavoro con salari dignitosi, opere che siano utili alla collettività e non solo per il profitto di pochi.
Chi vi dice che siamo vostri nemici mente e vi prende in giro.

In solidarietà,
Alma, Sandro, Martina, Tiziano, Giovanna, Arrigo… il Comitato No Tunnel TAV

Firenze 18 novembre 2016
338 3092948 - 335 1246551
notavfirenze@gmail.com

martedì 24 maggio 2016

TTIP e posti di lavoro. Quanto ci perde l’Italia

by Stop Ttip Italia

La grande retorica della Commissione Europea e del Ministro Carlo Calenda sui presunti benefici del TTIP al nostro Paese si scontrano davanti a un report della DG Internal Policies commissionato dal Parlamento Europeo.
Secondo il rapporto "TTIP and Jobs" la conclusione del trattato transatlantico "porterà ad una sostanziale riallocazione di posti di lavoro", con un impatto negativo nel breve termine e un ipotetico impatto positivo sul lungo termine, ma in realtà ancora da definire e contabilizzare. L'ipotesi di impatti negativi nel lungo termine si scontra con gli effetti che troppe volte le liberalizzazioni dei mercati hanno portato nella ristrutturazione delle economie, con interi settori che collassano e altri che, pur espandendosi non sono in grado di riassorbire le persone espulse dal mercato del lavoro. Il TTIP avrà impatti diversi a seconda dei Paesi, e l'Italia pare subire gli effetti più pesanti. A pagina 40 del rapporto si vede come l'Italia è seconda solo alla Germania per la perdita di posti di lavoro (quasi 300mila), con guadagni di reddito procapire che non superano lo 0.5%.
TTIPandJOB
Quali saranno i settori più colpiti? In particolar modo l'industria  come la produzione di macchinari elettrici, metalmeccanica, servizi finanziari (pag 38 e 39).
Per far fronte alla perdita di posti di lavoro il documento è chiaro: "programmi speciali di assistenza per gli aggiustamenti legati al commercio, nella forma ad esempio dell'European Globalization Adjustment Fund (EGF), potrebbero essere necessari per ragioni di politca economica considerato che le riallocazioni indotte dal commercio sono percepite come particolarmente ingiuste". Potrebbe essere necessario "strutturare un programma speciale per affrontare le ripercussioni negative dovute al TTIP".
Quanto l'Europa non sia pronta a tutto questo, lo dimostra il taglio dell'EGF da 500 milioni di euro a 150 milioni per il periodo 2014 - 2020. Proprio mente gli Stati Uniti hanno aumentato lo stanziamento a 2.3 miliardi di dollari lo scorso maggio 2015, proprio per contrastare gli effetti negativi del TPP (la Transpacific Partnership) e del TTIP.
Insomma, il combinato disposto degli effetti negativi del TTIP con i piani di austerità e di taglio dei costi sociali potrebbe far diventare il trattato transatlantico ancor più indigeribile di quantò già non sia.
Stop Ttip Italia | 23 maggio 2016 alle 22:07 | Categorie: Blog | URL: http://wp.me/p4obC5-MV

lunedì 24 novembre 2014

Lettera aperta a Juncker sull'Economia Circolare



Jean-Claude Juncker
President
European Commission,
Rue de la Loi 200
1049 Brussels

CC: Vice President Timmermans, Commissioner Vella

Brussels, 19
November 2014,
Dear President Juncker,

We, the undersigned, are writing to express our deep concern about the potential withdrawal
of the Circular Economy Package from the Commission’s 2015 Work Programme. Given its
potential for green job creation, resource security, environmental protection and economic
growth, combined with the strong support from a wide variety of stakeholders, we condemn its
possible withdrawal.

Since its release in July, the political process has begun in earnest, and we stress that this must
be allowed to continue. During October’s Environment Council Meeting, Member States
explicitly recognised that a transition towards a resource efficient circular economy is essential
for our future competitiveness and long-term sustainable development. The Committee of the
Regions has already issued a draft opinion, and the European Parliament has also begun its
work, demonstrating the strength of interest in this proposal.

Numerous studies have highlighted the significant environmental, economic and social benefits
of moving towards a circular economy. In addition to clear environmental benefits, the impact
assessment shows that full implementation of current EU waste legislation together with more
ambitious waste policy would create over 580,000 jobs, increase the annual turnover of the EU
waste management and recycling sector by €42 billion and would save €72 billion a year in
waste management costs. As such it is a cornerstone for Europe’s future competitiveness.

With broad stakeholder support across Europe, we call on the European Commission to respect
the will of European citizens, municipalities, politicians, academics, NGOs and businesses by
supporting the continued discussion and adoption process for the Package.

Yours sincerely,
Anastasia Roniotes, Head Officer, Mediterranean Information Office for Environment, Culture
and Sustainable Development (MIO-ECSDE)
Anja Leetz, Executive Director, HealthCareWithoutHarm
Antigone Dalamagas, President, RREUSE
Dr. Arthur ten Wolde, Coordinator Circular Economy, IMSA Amsterdam
Cory Edelman, Director of Programmes, ClientEarth
Franco Zanata, President, Contarina (Public Waste company Priula and TV tre)
Gilles Assenjo, President, Surfrider Foundation Europe
Dr. Heather Leslie, Institute for Environmental Studies VU University Amsterdam
Janko Kramžar, Director, Snaga (Public Waste company of Ljubljana)
Jan Willem Goudriaan, General Secretary, EPSU
Jeremy Wates, Secretary General, European Environmental Bureau
Jorgo Riss, Director, Greenpeace EU
Josep Maria Tost, President, ACR+
Josu Juaristi Abaunz, Member of the European Parliament
Lasse Gustavsson, Senior Vice President and Executive Director, Oceana Europe
Laura Degallaix, Secretary General, ECOS
Magda Stoczkiewicz, Director, Friends of the Earth Europe
Martine Postma, Founder/Director, Repair Café Foundation
Martin Garitano, Diputado General, Diputación Foral de Gipuzkoa
Dr. Monica Verbeek, Executive Director Seas At Risk
Nadine De Greef, Secretary General, FEAD
Norman MacDonald, Senior President, KIMO International
Paolo Di Croce, Secretary International, Slow Food
Professor Richard Thompson, School of Marine Science and Engineering, Plymouth University
Ray Georgeson, Chief Executive, Resource Association
Rossano Ecolini, President, Zero Waste Europe
Vanya Veras, Secretary General, Municipal Waste Europe

FONTE:  http://acrplus.org/index.php/fr/2013-06-11-10-23-55/actualites-de-l-acr/412-open-letter-to-president-juncker-to-save-the-circular-economy-package  

Zero rifiuti: Italia recepisce comunicazione UE



Laura Puppato
La Commissione del ha dato il via libera, all’unanimità, ad una risoluzione positiva sulla nuova Comunicazione dell’Ue dal titolo Verso un’economia circolare: programma per un’Europa a zero .
Lo rende noto la relatrice, la senatrice democratica Laura Puppato, che non esista a definire «storica» la nuova Comunicazione dell’Ue sui rifiuti.
La Comunicazione della Commissione Europea definisce l’obiettivo dell’Europa a zero rifiuti, inserendolo in quello più ampio della promozione di un’economia circolare.

I rifiuti, considerati come materie prime secondarie, sono l’unica opportunità di ripresa di competitività per il nostro continente. L’ottica è di pensare ai rifiuti come risorsa fin dalla progettazione degli oggetti, con l’obiettivo di ridurre gli scarti ed incrementare il riciclo di materie prime. Ciò consentirebbe, entro il 2030, la creazione di due milioni di posti di lavoro e di soddisfare la domanda di materie prime, in modo autonomo.

«La politica italiana – ha dichiarato Puppato – deve spostare la tassazione dal lavoro al consumo di materie prime e all’inquinamento, evitando di incentivare anche in modo indiretto l’incenerimento e il collocamento in discarica. Sei sono gli obiettivi di ampio raggio: aumentare la percentuale di riciclo; diminuire del 50% lo spreco di cibo, come prevede già Expo; sostenere anche a livello internazionale il contrasto della speculazione finanziaria sulle materie prime alimentari; migliorare la gestione di rifiuti pericolosi; applicare deroghe al trasporto rifiuti destinati al recupero; aumentare fino al 70% entro il 2020 la differenziata dei rifiuti organici».

FONTE:  http://www.ambienteambienti.com/news/2014/11/news/zero-rifiuti-italia-recepisce-comunicazione-ue-127799.html






venerdì 5 luglio 2013

Rifiuti, i Comuni Virtuosi: «Soldi al riciclo e non agli inceneritori»



L'associazione ha presentato un dossier per un nuovo accordo quadro Anci-Conai

Rifiuti, i Comuni Virtuosi: «Soldi al riciclo e non agli inceneritori»

Abbiamo intervistato i promotori dell’iniziativa Ezio Orzes (assessore ambiente del Comune di Ponte nelle Alpi del direttivo dell'associazione) e Attilio Tornavacca (direttore di Esper)
[5 luglio 2013]
Nel vostro dossier sull’accordo ANCI-CONAI sostenete che il contributo che il Conai riconosce ai Comuni per i costi di raccolta differenziata dei rifiuti è il più basso di Europa e comunque non in linea con i costi effettivi sostenuti. Quindi pensate che il lavoro svolto da Anci al tavolo di contrattazione in fase di accordo non ha favorito i propri associati? «Pensiamo che i Comuni italiani non siano interessati ad assistere a polemiche sul lavoro svolto dai rappresentanti dell’ANCI per stabilire insieme al Conai le condizioni dell’ultimo accordo stipulato nel 2009. Quello che interessa ai Comuni virtuosi ed anche a tutti i Comuni che vogliono raggiungere elevati livelli qual-quantitativi di riciclo è di capire come uscire da una situazione che appare ormai insostenibile soprattutto quando si scopre che, mentre i Comuni spesso non riescono ad erogare i servizi essenziali a causa dei continui tagli di bilancio, il sistema Conai ha chiuso i propri bilanci con un utile di esercizio complessivo di 166 milioni di euro nel solo 2011 ed ha accumulato riserve per ben 317 milioni di euro nello stesso anno. Questi utili hanno consentito al sistema Conai di poter vantare il “merito” di aver ridotto di un ulteriore 30 % l’importo del Contributo Ambientale Conai a carico delle imprese nel 2012 rispetto al 2011 ma tali mancate spese non sono state ottenute grazie allo sforzo delle aziende che producono imballaggi (il Corepla sostiene ad esempio che “le plastiche miste sono in costante aumento e sono la frazione più critica da riciclare”) ma grazie allo sforzo enorme di tanti Comuni che, nonostante i tagli di bilancio, hanno continuato ad investire e sviluppare la RD domiciliare degli imballaggi e delle altre frazioni. Sarebbe quindi stato doveroso, da parte del sistema Conai, ridistribuire tali maggiori utili agli enti locali invece che penalizzarli oltre ogni limite tollerabile con l’ulteriore restringimento delle % di impurità tollerate per accedere ai corrispettivi stabiliti con l’ultimo accordo».

Il Conai sostiene che interviene con risorse proprie per garantire  il ritiro degli imballaggi su tutto il territorio e per creare piattaforme di riciclo laddove non esistevano. Non credete che questi interventi dovrebbero rientrare tra i compiti del CONAI?
«Il Conai deve obbligatoriamente intervenire per garantire il ritiro dei materiali conferito da parte dei Comuni ma questo, anche secondo l’autorevole e vincolante parere dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, non implica che per poter svolgere tale ruolo il sistema debba continuare a godere di una posizione di monopolio nel proprio settore che risulta in contrasto con la decisione della Commissione CE del 20 aprile 2001, COMP D3/34493 dove si evidenzia che “la possibilità per produttori e distributori di ricorrere a sistemi alternativi ai consorzi di filiera attualmente esistenti potrebbe apportare migliori efficienze nei risultati complessivi della raccolta e del recupero”. A tale conclusione era giunta anche la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse (XIV legislatura) nella relazione finale del 15 febbraio 2006 dove si legge (p.44) che “un esame complessivo del sistema induce a registrare, accanto ad indubbie positività, alcune inefficienze dovute, probabilmente, alla posizione monopolistica dei consorzi”.
Va poi rammentato che il sistema Conai  non “interviene con risorse proprie” ma con risorse garantite dallo stato che, dopo aver reso obbligatoria la costituzione del Conai ed il versamento del Contributo Ambientale Conai, invece di incamerare tale contributo ha deciso di affidare il compito di gestire tale risorse al mondo delle imprese produttrici di imballaggi per tramite del Conai. Il Governo si è però riservato il diritto di vigilare sul reale raggiungimento degli obiettivi previsti da parte del Conai e di intervenire allorquando l’ANCI ed il Conai non riescono a trovare un accordo (era già successo nel 1999 per il vetro).
Rispetto alla doverosa attività di verifica dell’operato del sistema Conai bisogna infine evidenziare che l’ISPRA, a 15 anni dall’istituzione del Conai, è ancora costretta a scrivere nell’ultimo rapporto che a causa “dell’incompleta e parziale informazione fornita dal Consorzio Conai… l’ISPRA non è in grado di monitorare in maniera efficace il ciclo di gestione dei rifiuti di imballaggio, validando i dati trasmessi dal CONAI, e soprattutto di verificare il raggiungimento degli obiettivi di riciclaggio fissati, oltre che dalla direttiva 94/62/CE, anche dall’articolo 11 della direttiva 2008/98/CE”».

Nella vostra proposta si dice che il CAC “deve essere commisurato in base alla effettiva riciclabilità degli imballaggi penalizzando fortemente le frazioni perturbatrici del riciclaggio e favorendo gli imballaggi totalmente riciclabili con bassi costi ambientali energetici ed economici”. Da parte sua il Conai risponde che ha abbassato i costi per non mettere in difficoltà le aziende in questo periodo di crisi e che altrimenti i costi sarebbero stati spalmati sui consumatori finali. Del resto il CONAI rivendica anche il lavoro svolto per la “prevenzione” sugli imballaggi, che è un ruolo che devono svolgere per legge.
«Rispetto alla tesi secondo cui un aumento del CAC sarebbe negativo perché verrebbe poi spalmato sui consumatori finali, bisogna evidenziare che se il CAC  venisse commisurato in base alla effettiva riciclabilità degli imballaggi (penalizzando fortemente le frazioni perturbatrici del riciclaggio), le uniche aziende che potrebbero veder salire leggermente i costi di produzione sono quelle che immettono in commercio imballaggi difficilmente riciclabili. Considerando che anche un CAC triplo rispetto a quello dell’attuale inciderebbe sul prezzo finale per una percentuale irrisoria (da 0,07 allo 0,21 % per gli alimentari e dallo 0,04 allo 0,12 % per quelli non alimentari) l’aumento, se opportunamente declinato secondo il modello francese, consentirebbe di avviare almeno un percorso di graduale introduzione del principio europeo “chi più inquina, più paga”. Le aziende e i consumatori che continueranno quindi a preferire imballi ad elevato impatto ambientale subiranno una leggero penalizzazione. Al contrario le aziende che già oggi stanno investendo risorse per rendere più facilmente riciclabili i propri imballaggi (e di conseguenza i consumatori che scelgono tali prodotti) con questo sistema riusciranno finalmente ad ottenere anche un parziale riconoscimento economico ai propri sforzi (grazie alla riduzione del CAC) mentre, con il sistema attuale, non vengono incentivate a sviluppare tali attività virtuose. Rispetto al lavoro svolto dal Conai per la prevenzione si deve registrare che i risultati ottenuti sono stati veramente deludenti visto che dal 2000 al 2011 gli imballaggi immessi al consumo sono aumentati del 4% (e perfino del 9 % per quanto riguarda gli imballi più problematici secondo l’UE cioè quelli in plastica). Alcuni operatori del settore hanno infatti evidenziato che la scelta del legislatore di porre in capo al Conai l’elaborazione ed applicazione del Programma generale per la prevenzione della formazione dei rifiuti di imballaggio non poteva produrre effetti diversi da quelli poi ottenuti poiché si affidava l’organizzazione delle iniziative per la riduzione del consumo degli imballaggi a perdere proprio ad un Cda composto quasi totalmente da rappresentanti delle imprese che producono imballaggi a perdere e che non potevano quindi evitare di tutelare innanzitutto gli interessi delle aziende che li avevano nominati. Non è probabilmente un caso se il Conai si è subito dichiarato contrario anche solo all’ipotesi di introdurre anche in Italia l’obbligo del cauzionamento per le bevande».

Come ritenete possibile aumentare il CAC alle aziende senza far ricadere i costi sui cittadini al momento dell’acquisto delle merci?
«Se fosse vero che un aumento del CAC determina automaticamente un aumento dei prezzi al consumo sarebbe vero anche il contrario e cioè che l’applicazione in Italia del CAC più basso a livello europeo avrebbe dovuto garantire al consumatore italiano un costo dei beni di consumo inferiore alla media europea (anche se questo si è tradotto inevitabilmente in costi più elevati della bolletta rifiuti a carico dei consumatori). Ma nonostante questo innegabile vantaggio per le imprese italiane, l’Italia è diventata uno dei paesi europei con l’Indice di Livello dei Prezzi (PLI) più elevato in Europa secondo Eurostat[1].
I motivi che hanno determinato questa situazione paradossale che smentisce quanto sostenuto dal Conai sono due:
  1. il CAC incide sui prezzi al consumo in Italia per una % irrisoria e cioè per lo 0,07% sui prodotti alimentari e per lo 0,04 % per i prodotti non alimentari;
  2. i prezzi al consumo sono determinati essenzialmente dalle politiche di vendita decise dalla grande distribuzione e dagli intermediari e quindi non ci si deve stupire se lo stesso prodotto italiano imballato in tetrapak (o altro materiale) costa di più in Italia (dove il CAC è di 6 € a tonnellata di imballaggio utilizzato) rispetto a quanto costa in Francia (dove il CAC è di 164 €/tonnellata cioè quasi 30 volte di più) poiché questa industria preferisce investire quello che risparmia in Italia (grazie al CAC quasi nullo) per essere più competitiva su un mercato estero (con buona pace delle aspettative dei nostri consumatori).
Per quanto riguarda la necessità di aumentare il CAC va innanzitutto rammentato che è stato lo stesso Conai, nell’audizione tenutasi il 14 settembre 2006, ad affermare che “… Negli ultimi anni quasi tutti i CAC delle diverse filiere sono rimasti sostanzialmente invariati … ma è evidente che, se la raccolta differenziata continua a crescere a buoni ritmi e soprattutto con un miglioramento dei risultati al Sud, andrà messo in preventivo un sostanziale incremento dei costi variabili con la conseguente necessità di aumentare i contributi per farvi fronte”».
Pensate a degli standard per commisurare il CAC alla effettiva riciclabilità?
«In relazione alla necessità di introdurre un nuovo sistema di classificazione dell’effettiva riciclabilità di un bene si deve evidenziare che, partendo dal presupposto che è il riciclatore il soggetto più qualificato per indicare quali sono gli imballaggi in plastica più (o meno) idonei al riciclo, EuPR (European Plastic Recyclers) ha avviato un progetto denominato Recyclass™ che verrà presentato alla Fiera Interpack 2014 di Düsseldorf. Si tratta di un sistema di classificazione, in prima battuta su base volontaria, utilizzabile in tutta Europa che attribuisce una classe di riciclabilità a un qualsiasi packaging in plastica tramite lettere dalla A alla G, sulla falsariga delle sette classi di efficienza energetica dell’UE per gli elettrodomestici. Oltre a venire adottato da Designers, Industria e Grande Distribuzione volontariamente tale sistema potrà essere a disposizione degli enti che gestiscono su base nazionale la gestione degli imballaggi (quali il Conai in Italia) che potranno disporre di un modello di riferimento utile per determinare quote differenziate di contributi ambientali per le aziende utilizzatrici di packaging: basse per gli imballaggi facilmente riciclabili, elevate per imballaggi meno riciclabili e molto elevate per quelli non riciclabili affatto[2].»
“Estendere e riconoscere ai comuni i contributi per tutti i materiali plastici effettivamente riciclabili”. Questa è una proposta che potrebbe essere molto ben compresa dai cittadini, che non capiscono perché un imballaggio o un bicchiere di plastica possa andare a riciclo e una forchetta o un giocattolo no. Credete che il sistema di selezione sia pronto per sostenerla?
«Alcune iniziative (in particolare in Veneto ed in Toscana) hanno già dimostrato la fattibilità tecnica del riciclo di tali materiali che va però sostenuta anche con lo sviluppo degli acquisti verdi non solo nella pubblica amministrazione, ma anche presso i privati. Proprio partendo dall’analisi degli oggetti che già i cittadini conferiscono “per errore” con gli imballaggi di plastica, il sindaco di New York ha recentemente esteso la raccolta della plastica a beni di plastica rigida come giocattoli e articoli casalinghi che verranno processati in un impianto di riciclo che si sta ultimando in città».
“Eliminare qualsiasi contributo del CONAI destinato all’incenerimento, e destinare i contributi a sostegno di cicli chiusi di recupero della materia con particolare attenzione alle frazioni plastiche residue”. Questa è una proposta che è molto in linea con la nostra linea editoriale, in quanto riteniamo che il sostegno al riciclo deve essere almeno di un euro/ton superiore a ciò che costa il recupero energetico (incentivi GSE compresi) e almeno del 50% di ciò che viene destinato alle RD (come da obiettivi di direttiva e di legge). Credete che sia verosimile ottenere questa proposta nel prossimo accordo?
«Se si considera che le risorse economiche necessarie a bruciare gli scarti dell’attività di selezione degli imballaggi (circa 26 milioni di euro all’anno) vengono attualmente destinate quasi esclusivamente ad impianti di incenerimento ed a cementifici collocati oltreconfine, si può ben comprendere che ormai anche in Italia si è sviluppato un largo consenso sulla proposta di avviare attività e tecnologie in ambito nazionale che possano consentire di creare nuovi e qualificati posti di lavoro invece di mandare letteralmente “in fumo” tale ingenti risorse».


[1] Fonte http://www.agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=284
[2] Fonte http://www.plasticsrecyclers.eu/news/today-plastic-packaging-design-threatens-new-eu-recycling-targets