VALORIZZARE DIFENDERE SALVAGUARDARE LA VAL DI SIEVE

L' Associazione Valdisieve persegue le finalità di tutelare l'ambiente, il paesaggio, la salute, i beni culturali, il corretto assetto urbanistico, la qualità della vita e la preservazione dei luoghi da ogni forma d'inquinamento, nell'ambito territoriale dei comuni della Valdisieve e limitrofi.

EVENTI 2

  • LABORATORIO RIUSO E RIPARAZIONE A LONDA 

Le attività e aperture del Laboratorio di Riparazione e Riuso di Londa 
sono il mercoledì e il sabato pomeriggio.

CALENDARIO

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giovedì 16 giugno 2022

Fridays For Future Italia - LE COMMISSIONI DELL’EUROPARLAMENTO VOTANO CONTRO GAS E NUCLEARE IN TASSONOMIA

14 Giugno 2022

Oggi due commissioni del Parlamento Europeo, ENVI (Ambiente) ed ECON (Economia) hanno votato contro l’inclusione di gas e nucleare nella tassonomia verde europea, con 76 voti su 62.

È una vittoria molto importante per la bocciatura della proposta, ma manca ancora il passo decisivo, il voto in plenaria a inizio luglio.

Per questo, tra il 3 e il 7 luglio saremo a Strasburgo insieme ad attivist3 da tutta Europa per farci sentire dagli ultimi europarlamentari indecisi e bloccare definitivamente questo enorme tentativo di Greenwashing.
Possiamo farcela! Intanto, festeggiamo questo passo importante🔥

venerdì 13 maggio 2022

GREEN-ME: I fiumi sono troppo caldi e la Francia potrebbe essere costretta a spegnere le centrali nucleari

Questo articolo è stato scritto da Germana Cirillo, ed è pubblicato su Green-Me a questo link https://www.greenme.it/ambiente/energia/fiumi-caldi-reattori-nucleari/?fbclid=IwAR1PX0aXmsuqmGIxKWH4oNyitqKH9WbQ3UHQtkqo8EcQeQS2xBp8XQkSqno 

Il luogo della centrale di Blayais - Google Maps

Il riscaldamento globale influenzerà la produzione nucleare? Con le temperature troppo elevate, le centrali nucleari potrebbero vedersi costrette a non utilizzare più l’acqua dei fiumi (calda) per raffreddare i loro circuiti. Come è già avvenuto pochi giorni fa in Francia. Cosa insolita in primavera.

È faccenda che normalmente si verifica in estate: i reattori nucleari tagliano la produzione per riuscire a mantenere stabili le temperature. Ma ora, in Francia, in piena primavera, la EDF, azienda produttrice e distributrice di energia, avverte che le temperature fluviali straordinariamente calde costringeranno il Paese a ridurre la potenza dei reattori nucleari. Di già.

Colpo duro, se si considera che già metà dei reattori francesi è fuori uso colpiti da problemi di corrosione.

Le nuove minacce alla sicurezza dell’approvvigionamento elettrico, insomma, sono il caldo estremo e la siccità, con buona pace di quanti sostengono che è col nucleare che si dà parte della soluzione alla crisi climatica. Pare, più che altro, un cane che si morde la coda.............................................Leggi tutto l'articolo su Green-Me 

https://www.greenme.it/ambiente/energia/fiumi-caldi-reattori-nucleari/?fbclid=IwAR1PX0aXmsuqmGIxKWH4oNyitqKH9WbQ3UHQtkqo8EcQeQS2xBp8XQkSqno 

giovedì 23 settembre 2021

Mercalli: “La crescita verde non esiste. Cingolani se ne faccia una ragione”

Intervista al climatologo Luca Mercalli. “La risposta dell’Italia in tema di contrasto ai cambiamenti climatici non è all’altezza della sfida. La questione ambientale è già oggi ben più grave della pandemia. Per il clima non esiste vaccino”.

“Bisogna cambiare paradigma economico: la crescita infinita in un mondo finito non è possibile. Questo, il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che è un fisico, dovrebbe saperlo. Però nelle sue politiche non vedo alcuna visione sistemica che metta insieme gli elementi per provare a costruire una svolta”. Luca Mercalli, climatologo e presidente della Società meteorologica italiana, non ha dubbi: la risposta dell’Italia in tema di adattamento e contrasto ai cambiamenti climatici non è all’altezza della sfida.
Il Sesto rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc, Intergovenrmental Panel on Climate Change), pubblicato il 9 agosto scorso, è stato più duro dei precedenti nell’imputare alle attività umane la responsabilità dei cambiamenti climatici in corso. Il documento ha inoltre illustrato la possibilità che le temperature aumentino fino a 5,7 gradi entro la fine del secolo in caso di emissioni inquinanti elevate, mentre nello scenario a basse emissioni, quello considerato più favorevole, porterebbe comunque a un incremento tra l’1 e l’1,8 gradi.

Giornali e opinione pubblica nei giorni successivi alla pubblicazione hanno lanciato l’ennesimo allarme. Il problema, però, è conosciuto da almeno trent’anni. Secondo lei, il dibattito in corso è all’altezza della fase geologica e biologica che la Terra sta attraversando?
Direi proprio di no, soprattutto se lo paragoniamo alla mobilitazione che c’è stata per il Covid19. Una pandemia è certamente un fatto grave, ma nel tempo sarà risolvibile e controllabile. Abbiamo già anche un vaccino. I cambiamenti climatici e ambientali, invece, sono di un ordine di grandezza superiore perché irreversibili e non saranno curabili nel momento in cui si manifesteranno in tutta la loro dimensione. Non c’è alcun vaccino per il clima, quindi se vogliamo dimensionare la reazione della politica e della società a questa sfida dovremmo quantomeno fare dieci volte tanto quanto stiamo mettendo in campo per la pandemia. In questo momento, il problema del cambiamento climatico e della perdita della biodiversità, che peraltro è una minaccia irreversibile, vengono trattati come problemi accessori, dei quali si occuperanno, forse, gli altri in futuro. Problemi per i quali basta organizzare qualche conferenza internazionale e introdurre qualche timido segnale di politica ambientale, come il Green deal europeo. Tutte iniziative che sulla carta sono corrette, ma che restano annunci e non corrispondono mai a qualcosa che entra nelle nostre vite, cambiando comportamenti, tecnologie ed economia.

Con il governo Draghi, in Italia, il concetto di ‘transizione ecologica’ è però entrato a far parte del dibattito quotidiano. Il ministro Roberto Cingolani sembra voler puntare tutto su una risposta tecnologica. Secondo lei, le ricette messe in campo sono all’altezza della fase?
Più che a una transizione ecologica mi sembra che si stia parlando di transizione energetica. Il ministro Cingolani non mi dà l’impressione di avere una visione sistemica dei problemi ecologici che sono estremamente pressanti e che dovrebbero dettare l’agenda. Si tratta di una ricetta di tipo tecnico. Cingolani vuole garantire lo status quo dell’economia per evitare rischi di perdita di posti di lavoro o di aumento delle tasse e mantenere una sorta di pace sociale che non venga intaccata da scelte incisive in tema ambientale. Questa, quindi, non è una transizione ecologica, ma un tentativo di conciliare il business esistente, che poi è quello che crea i danni climatici, con qualche palliativo, un pannello solare qui, una pala eolica lì. Il nocciolo della questione è invece capire che le forze naturali che stiamo aizzando con le attività umane sono enormemente più grandi di noi e possono creare, soprattutto per le generazioni più giovani, un pianeta invivibile. La posta in gioco è alta e non può essere messa a confronto con un piccolo aumento delle tasse sull’energia fossile o con qualche posto di lavoro che si perde. Posti di lavoro che tanto si perderanno comunque, perché la spinta dell’economia di mercato è quella di ridurre sempre di più il lavoro umano a favore di quello delle macchine. In questo caso non viene detto nulla: va benissimo che la tecnologia automatizzi i processi mandando a casa le persone. Quando invece si mettono in gioco posti di lavoro per i settori che creano danni climatici, allora si levano i forconi. È chiaro che i governi devono compensare la perdita di posti di lavoro nei settori nocivi trasferendoli in altri virtuosi. Un esempio: l’Ilva di Taranto. Nel momento in cui è stato dimostrato che un processo produttivo danneggia l’ambiente e la salute, si chiude e si ristruttura. A questo punto lo Stato promuove la migrazione dei dipendenti in altri settori virtuosi che devono ancora nascere come, per esempio, le rinnovabili o la mobilità elettrica. Il ministero della Transizione ecologica dovrebbe, inoltre, avere il coraggio di fermare i processi che danneggiano irreversibilmente l’ambiente. Un altro esempio: la legge contro il consumo di suolo. Se non mettiamo un freno a questi processi, non basta mettere in atto una transizione tecnologica con le energie rinnovabili. Abbiamo bisogno di scelte forti anche sul blocco dei processi che creano danni all’ambiente e una riflessione su larga scala sull’economia, perché la crescita economica non è più sostenibile. L’ha detto anche l’Agenzia europea per l’ambiente, un ente istituzionale dell’Unione europea. Quindi bisogna cambiare paradigma economico: la crescita infinita in un mondo finito non è possibile. Cingolani, che è un fisico, questo dovrebbe saperlo, però nelle sue politiche non vedo alcuna visione sistemica che metta insieme questi elementi per provare a costruire una svolta. O si procede in questo modo, o saranno solo dei palliativi temporanei.

Ha anticipato i temi di due domande che avevo intenzione di porle. La prima è questa: possiamo pensare che, grazie alla tecnologia, sia possibile mantenere inalterato un modello economico basato sulla crescita infinita nonostante il pianeta abbia risorse finite?
Aggiungerei che non è semplice cambiare il sistema in un solo Paese, però un Paese si può fare promotore all’interno dell’Unione europea per cominciare a elaborare un modello economico che non sia costretto a crescere costantemente. Altrimenti non ne usciamo. Altrimenti significa solo dilazionare il problema di qualche anno. Come ha dimostrato anche l’Agenzia europea per l’ambiente, la crescita verde non esiste e il disaccoppiamento tra la crescita materiale e immateriale non è possibile. È un’illusione pensare che si possa crescere senza usare materie prime e riciclando tutti i rifiuti. Si può fare in parte, ma non è possibile arrivare al 100 per cento. Quindi bisogna agire sul modello economico e raggiungere un’economia che possa garantire benessere ai cittadini senza passare da una continua crescita nell’uso di materie prime e di energia. È chiaro che la tecnologia ci può aiutare, ma ci vuole anche un impegno etico e filosofico. Chiamiamolo un impegno culturale, a cominciare dalle persone che non possono continuare con questo tipo di aspettative verso il futuro. Ci vuole un senso del limite: è questa la grande rivelazione che andrebbe fatta alla popolazione. Questo non vuol dire che dobbiamo vivere in miseria, ma effettuare delle scelte. Invece a me sembra che si voglia fare la rivoluzione verde tenendo tutto così com’è, aggiungendo soltanto un po’ di vernice.

Mantenendo inalterati gli interessi economici. Forse è più semplice convincere i cittadini?
Non ne sono sicuro, è una questione culturale. I cittadini potrebbero convincersi se lo Stato investisse pesantemente sulla loro informazione. Va fatto capire che è meglio rinunciare a qualcosa di non indispensabile oggi per garantirci il necessario domani. Mantenendo tutto inalterato, o perseguendo una finta sostenibilità ambientale, rischiamo di perdere tutto tra qualche anno perché a sottrarcelo saranno i disastri naturali generati dal cambiamento climatico contro i quali, poi, non potremo più negoziare. Oggi abbiamo ancora questa possibilità, ma dobbiamo scegliere. Si tratta di rinunce marginali rispetto alla qualità della vita, perché riguardano più il prestigio sociale. Per esempio, il ministro Cingolani ha più volte difeso l’industria automobilistica di lusso sostenendo di non voler sacrificare la Motor Valley. Le auto di lusso consumano molto, non sono necessarie e sono solo una convenzione sociale. Possiamo anche rinunciarvi. La cosa importante è avere una mobilità sostenibile per tutti, non dobbiamo di certo muoverci a cavallo.

La seconda domanda riguarda la legge per fermare il consumo di suolo. C’è una proposta ferma da tempo in Parlamento e non viene approvata nonostante sarebbe a costo zero. Quanto inciderebbe sugli obiettivi di riduzione delle emissioni e di tutela della biodiversità?
Il consumo di suolo in Italia è una tragedia. Stiamo sacrificando un bene non rinnovabile, che è fondamentale per gli equilibri naturali, per la biodiversità, per il clima, per difenderci dalle alluvioni, per la sicurezza alimentare. Il suolo è la nostra assicurazione sul futuro. I benefici della sua salvaguardia sono immensi, ma si contrappongono agli interessi dell’industria delle costruzioni, delle grandi opere, a quelli legati ai valori fondiari, inclusi i vantaggi per i comuni che incassano gli oneri di urbanizzazione. Questa situazione la cambi solo con una legge. Oggi i comuni si nutrono di oneri di urbanizzazione per le spese correnti, quindi incentivano la costruzione. Un governo, però, non dovrebbe nascondersi dietro al fatto che a mandare avanti i comuni sono questi oneri e che quindi è necessario continuare a sacrificare il suolo. È come vendere un rene per andare a fare la spesa. Dopo cosa fai? Vendi anche l’altro? Questo è il classico esempio in cui bisogna avere il coraggio politico di sacrificare alcuni interessi per portarne avanti un altro assolutamente superiore, che tra l’altro travalica le generazioni perché nuovo suolo non può essere fabbricato. Anzi, con il cambiamento climatico e l’aumento del livello del mare assisteremo a una riduzione del suolo nazionale a disposizione. L’edilizia, inoltre, può spostarsi sulla ristrutturazione e sulla manutenzione del patrimonio e delle infrastrutture già costruite. Pensiamo, per esempio, alla riqualificazione energetica degli edifici favorita dall’Ecobonus. Un buon provvedimento che può compensare quello che si perde smettendo di costruire nuovi capannoni in mezzo ai campi.

Lei ha scritto un libro intitolato ‘Salire in montagna’, nel quale racconta la sua scelta di trasferirsi in una baita sulle Alpi Cozie, ristrutturata rispettando tutti i criteri di sostenibilità ambientale, come strategia di adattamento ai cambiamenti climatici. Da qualche decennio la maggior parte dell’umanità vive in contesti urbani. Secondo lei, è arrivato il momento di iniziare a ragionare su un progressivo abbandono delle città? Ovviamente senza distruggere anche la montagna.
Io penso che in Italia il trasferimento in zone montane possa rappresentare una scelta per una parte della popolazione, ovviamente non per tutti. Non esistono bacchette magiche. Quindi a chi mi dice che non è possibile far trasferire 60 milioni di persone in montagna rispondo che non ho mai sostenuto questo. Dico solo che può rappresentare una possibilità per quella fascia di popolazione per la quale, per mille motivi, è più facile realizzare questa strategia: chi può usufruire del telelavoro, chi ha già una casa in montagna, diroccata o utilizzata solo per le vacanze. Rivitalizzare i borghi permette già di riequilibrare la situazione, che oggi va dall’eccesso delle città sovrappopolate a quello delle zone interne desertificate. Senza creare nuovo pendolarismo, ovviamente, perché sarebbe assurdo. La regola principale, inoltre, deve rimanere quella dello stop al consumo di suolo di cui abbiamo parlato prima: si ristruttura ciò che c’è e non si costruisce nulla di nuovo.

Chiudiamo tornando sulla transizione ecologica italiana. Lei è d’accordo con l’allarme in merito ai suoi possibili costi?
Avverto il gioco a spaventare le persone in merito al fatto che la transizione ecologica costerà un sacco di soldi. Io penso che non tutto si misura con i soldi e che la sofferenza che ci procurerà il cambiamento climatico non potrà nemmeno essere quantificata. Basta chiedere a chi, quest’estate, ha avuto la casa incendiata o travolta da un’alluvione come è accaduto in Germania. Ragionando a posteriori, molta gente si direbbe disponibile a pagare dieci centesimi in più la corrente per evitare domani di avere un fiume che entra in salotto.

(credit foto ANSA/STEFANO PORTA)

Fonte: https://www.micromega.net/mercalli-crescita-verde-cingolani/  

giovedì 16 settembre 2021

La stangata sulle bollette apre la strada al nucleare?

 Di Lorenzo Misuraca14 Settembre 2021 articolo pubblicato su IL SALVAGENTE

NUCLEARE

La notizia è rimbalzata su tutti i media a partire da una dichiarazione del ministero della transizione ecologica, Roberto Cingolani: “Lo scorso trimestre la bolletta elettrica è aumentata del 20%, il prossimo trimestre aumenta del 40%”. Cingolani ha aggiunto: ” “Tutto questo succede perché il prezzo del gas a livello internazionale aumenta. Ma succede anche perché aumenta il prezzo della CO2 prodotta”. Ma sono solo queste le cause? E soprattutto, a fronte di un aumento così pesante, è lecito immaginare che il ministro e il governo lo usino per forzare il passaggio da un sistema energetico centrato sui combustibili fossili a un altro basato sul nucleare? Un dubbio non campato in aria, se si considera che recentemente lo stesso Cingolani ha aperto alla tecnologia messa da parte dopo un referendum nel 1987,  sostenendo che “nell’interesse dei nostri figli è vietato ideologizzare qualsiasi tipo di tecnologia. Stiamo ai numeri, quando saranno disponibili prenderemo le decisioni”, e attaccando: “Il mondo è pieno di ambientalisti radical chic ed è pieno di ambientalisti oltranzisti ideologici. Loro sono peggio della catastrofe climatica verso la quale andiamo sparati se non facciamo qualcosa di veramente sensato”.

Tabarelli (Nomisma): Il sistema così non funziona

Ma ripartiamo dall’ultimo dato scioccante: l’aumento delle prossime bollette. Secondo  Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, “Quello che ha detto Cingolani in realtà è che potenzialmente la bolletta aumenterà del 40%, ma che il governo sta lavorando per contenere l’aumento al 20%, come avevano fatto a luglio. Il punto però è che dovranno trovare le risorse. L’ultima volta le hanno prese dal fondo delle aste per le compensazioni delle emissioni, che sarebbero destinate almeno per il 50% alle compensazioni per le aziende, ma che in quel caso sono servite soprattutto per bloccare l’aumento delle bollette. È chiaro però che quando le bollette dell’energia crescono non dell’1-2% ma del 10-20% significa che il sistema non funziona, e che il governo deve trovare un’alternativa”.

Le cause degli aumenti

Secondo Tabarelli, infatti, la causa del costo delle materie prime più alte non è dovuta soltanto alla progressiva disincentivazione dei combustibili fossi, ma “C’è molta speculazione anche se non se ne parla molto. Detto questo – continua il presidente di Nomisma – è vero che c’è meno gas. L’Europa ha scorte bassissime a causa dell’inverno che è stato lungo, è finito a maggio. La Russia ne ha consegnato meno, e fortunatamente abbiamo la Tap e quello che arriva dalla Libia, per esempio. A questo va aggiunto che non si riesce a sfruttare il gas presente nel nostro territorio, a causa delle posizioni No Triv. Faccio presente che il gas oggi vale 65 euro per MW/h, mentre produrlo in Italia costerebbe 2 euro per MW/h, dunque sarebbe comunque molto conveniente”.

Balzani (Lincei): Cingolani frena il passaggio alle rinnovabili

Secondo Vincenzo Balzani,  professore emerito dell’Università di Bologna e accademico dei Lincei, invece, il problema è il comportamento di Cingolani, visto come quello “di chi dovrebbe incoraggiare la transizione energetica ma non lo sta facendo. Anzi con dichiarazioni come queste disincentiva il cittadino intenzionato a cambiare. Cingolani non ha forse in mente la giusta proporzione tra le conseguenze del cambiamento climatico e l’aumento della bolletta. L’uso dei combustibili fossili ogni anno comporta la morte di 1,5 milioni di persone in Cina, 600mila in Europa, e 80mila in Italia. E questo solo per le conseguenze legate all’inquinamento. Recenti studi dicono che negli ultimi 4 decenni, i cambiamenti climatici hanno portato a 2 milioni di morti e a danni per 3mila miliardi di dollari”. Secondo Balzani, non è il momento di tornare indietro, “l’unico modo è abbandonare la via dei combustibili fossili e mettere in atto provvedimenti che sviluppino le rinnovabili. Oltretutto gli economisti concordano sul fatto che il passaggio alle rinnovabili sarebbe vantaggioso dal punto di vista economico e occupazionale. Cingolani invece – continua l’esperto – è preoccupato che la nostra motor valley, con i marchi come Ferrari e Lamborghini, vada in crisi se si passa all’elettrico. Ma loro devono passare all’elettrico, Volkswagen lo sta già facendo”.

L’ipotesi nucleare non scalda

Non fa breccia tra gli esperti che abbiamo consultato, l’ipotesi nucleare. Per Tabarelli, “è una cosa che in Italia non si potrà mai più fare, nemmeno quello di quarta. Nel resto del mondo è già importante, senza aspettare nuove soluzioni. Abbiamo 450 centrali nucleari, di cui un centinaio di Europa. in Francia 56, di cui tre lavorano solo per noi, Infatti noi siamo i più grandi importatori di elettricità in Europa e tutto viene dalla Francia. Se venisse a mancare il nucleare francese l’Europa rimarrebbe al buio, altro che bollette alle stelle”. E se Tabarelli, pur riconoscendo che il contesto italiano è del tutto avverso al nucleare, sottolinea gli effetti positivi di questa tecnologia laddove già esiste, il professor Balzani ha una posizione ben più netta: “Il ritorno al nucleare è una cosa assurda. C’è chi ha già fatto i conti, e in Italia, considerando che adesso si parla di mini-centrali, ce ne vorrebbero decine. Dove si mettono? Sarebbe troppo costoso, nessuno le vorrebbe nel suo territorio, e non si saprebbe come smaltire le scorie, visto che ancora non abbiamo deciso dove mettere quelle vecchie”.

La fusione è quasi un miraggio

Anche i riferimenti del ministro agli studi sulla fusione nucleare per Balzani sono poco più che chimere: “Ma chi ci lavora dice che se realisticamente avremo un prototipo tra vent’anni, mentre noi abbiamo bisogno di risolvere il problema del cambiamento climatico entro le date stabilite del 2030 e del 2050. Senza contare che solo pochi paesi se lo potrebbero permettere, lasciando ai paesi più poveri un fardello pesante”. Per Balzani, “Si dovrebbe puntare su fotovoltaico e eolico, che sono al contrario soluzioni democratiche”. E non considera fondate le proteste degli ambientalisti riguardo l’impatto delle rinnovabili sul territorio, a livello paesaggistico: “Sono sciocchezze. In Italia ci sono diversi terreni non utilizzati. Secondo una stima, per produrre il fabbisogno di fotovoltaico necessario al paese basterebbe coprire l’1 per cento delle superfici non utilizzate”.

 Di Lorenzo Misuraca14 Settembre 2021 articolo pubblicato su IL SALVAGENTE https://ilsalvagente.it/2021/09/14/133158/?inf_contact_key=992d519bdb14adf758ebf1ff193c7a1b7e470d92b8b75168d98a0b8cac0e9c09

giovedì 3 giugno 2021

Marco Travaglio ha candidato Roberto Cingolani al “ 𝐏𝐫𝐞𝐦𝐢𝐨 𝐀𝐭𝐭𝐢𝐥𝐚 𝟐𝟎𝟐𝟏. Ad imperitura memoria dei nostri figli peggiori.”

FONTE NEWS DI https://www.rete-ambientalista.it/

·  Cingolani, il grande equivoco “verde” nel governo Draghi. Ognuno può dare il giudizio che vuole sull’operato dei Migliori, ma nessuno potrà negare che i fatti del ministro della Transizione ecologica sono quantomeno sfasati, incongruenti, contraddittori rispetto alle promesse con cui Cingolani è stato catapultato al governo. Doveva essere il protagonista della svolta, la novità radicale, il mutamento epocale, la rivoluzione verde. È stato la giustificazione del sostegno dei Cinquestelle a Draghi. Clicca qui.      

·  Idrogeno, rinnovabili e nucleare: Cingolani ha idee poco “green” Ambientalisti, movimenti e qualche politico segnalano sempre più  le contraddizioni del ministro e del Piano Nazionale di Resilienza e Resilienza.  I macro-temi di contrasto sono ricorrenti. Clicca qui.                                  

·  I decreti di Cingolani sui pozzi sono illegittimi. Enrico Gagliano, cofondatore del Coordinamento nazionale No Triv e docente di Diritto ambientale presso l’Università di Teramo, all’indomani dall’approvazione, a firma del ministro , di ulteriori perforazioni nei nostri mari: “Fino a quando il Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai), atteso per il 30 settembre 2021, non verrà approvato, il ministero della Transizione ecologica può fare solo alcune cose, non certo quelle che sta facendo”. L’idrogeno? “Il ‘cavallo di Troia’ piazzato dai soliti noti e dal governo all’interno di un Piano che dovrebbe dettare l’agenda della transizione verde”. Clicca qui l’intervista.                                                    

·  Ambiente, siamo tornati ai disastri del Berlusconi  premier. Il PNRR è costruito per proteggere i ritardi dell’industria automobilistica e dell’industria petrolifera le cui assenze di strategie rallentano la conversione ecologica dell’economia verso la mobilità elettrica e le rinnovabili, facendo pagare un duro prezzo all’Italia in termini di competitività industriale sui mercati globali e per il raggiungimento degli obiettivi sul clima. Clicca qui.                                                                              

·  Ilva e le altre: bonifiche farsa sui terreni agricoli inquinati
Le bonifiche dei siti inquinati in Italia, come tutti sanno, non si fanno quasi mai. E allora, avranno pensato al ministero della Transizione ecologica, perché non trovare il modo di non farle per legge o di farle un po’ meno difficili o magari solo in parte? Clicca qui.






ALTRO

Soprintendenza Unica, colpo di grazia alla tutela paesaggistica.

Gli ingranaggi del Recovery Plan faranno strame della natura, della cultura, della storia e dell’identità, di quello che a pieno titolo, ma ancora per poco, possiamo chiamare il Bel Paese. La capillare diffusione delle “rinnovabili”, così come prevista, per la nostra Italia, non è sostenibile: non è possibile spargere sul territorio nuovi impianti di estensione dieci volte maggiore di quanto già orrendamente impiantato negli ultimi quindici anni. Sarà un massacro e l’ultimo insulto al paesaggio. Clicca qui Italia Nostra.

Dopo la sentenza il governo ancora non decide la chiusura dell’aerea a caldo dell’Ilva.

La sentenza è la  grande vittoria della cittadinanza attiva che con le sue lotte e le sue denunce ha saputo raccogliere le prove del disastro ambientale. E ancora una volta la domanda al governo è: per la chiusura servono ulteriori certezze sull’impatto che questa industria ha avuto e avrebbe in futuro sulla salute della popolazione tarantina? 

La “punizione” per il crollo del ponte Morandi garantisce miliardi ai Benetton.

Sullo  sfondo dei 43 morti del crollo del ponte Morandi, la vicenda Autostrade si chiude con l’uscita dei Benetton, cioè con il pasticcio del governo  che risolve di  premiare anziché punire la gestione targata Atlantia responsabile del disastro secondo gli stessi  esperti del ministero oltre che per la Procura di Genova e i familiari delle Vittime che protestano vivacemente. Clicca qui.

Acqua pubblica e No nucleare: non si torna indietro di 10 anni.

Manifestazione nazionale per il rispetto dei referendum nel Recovery Plan.

Draghi ci allontana dall’Onu.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) è finito sotto la lente d’ingrandimento di 800 esperti che fanno riferimento alle oltre 300 organizzazioni e reti aderenti all’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASVIS), la quale  ha presentato il rapporto “Il Pnrr e l’Agenda 2030”, manifestando allarme per l’allontanamento dell’Italia dagli obiettivi previsti dall’agenda dell’Onu per la sostenibilità su scuola d’infanzia, reti idriche, disuguaglianza del reddito e trasporto pubblico. Clicca qui.

 Fuori le grandi navi dalla laguna.

Il 5 giugno le grandi navi torneranno a passare per il canale della Giudecca e per il bacino di San Marco, e con la nostra manifestazione, sedendoci lungo la fondamenta o venendo in barca, noi risponderemo mettendo in pratica un’altra idea di Venezia: quella fatta a misura di chi la vive, dove non c’è spazio per il gigantismo navale e dove i campi si animano di discussioni, di bambini che giocano, di piccoli eventi sparsi per tutta la città.


mercoledì 6 gennaio 2021

Pubblicato l’elenco dei siti idonei al deposito unico delle scorie radioattive.

Gran Bretagna, deposito scorie radioattive

Prosegue la lunga procedura complessa prevista dal Governo per l’individuazione del sito unico nazionale per le scorie radioattive, dove i circa 95 mila metri cubi di materiali radioattivi (residui del ciclo energetico delle centrali nucleari dismesse, rifiuti industriali, residui di attività mediche, ecc.) devono esser custoditi a lungo termine in estrema sicurezza.

La Commissione VIA/VAS ha espresso il proprio parere ambientale (n. PRR-2577-12122017 del 12 dicembre 2017) nell’ambito della procedura di valutazione ambientale strategica (V.A.S.) relativa al Programma Nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi.

Predisposto, poi, il progetto preliminare, tolto il segreto di Stato, è stata pubblicata la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (CNAPI) ed è stata avviata (5 gennaio 2021) la fase di consultazione pubblica.

Seguirà un seminario nazionale e poi la decisione definitiva.

Decisione non semplice per la quale sarà necessaria la (difficile) massima condivisione, seppure emergono indicazioni poco comprensibili, come quelle di vari siti nella Tuscia, area a forte rischio sismico (terremoto di Tuscania, 1971), e senza dimenticare che sono comunque emerse opposizioni preventive, come in Sardegna, dove sussistono fortissime ragioni di ordine ambientale, sociale, economico e dove la popolazione si è già espressa (2011) in maniera netta contro ogni ipotesi di ubicazione di centrali nucleari e siti di deposito delle scorie radioattive.

Gruppo d’Intervento Giuridico odv


qui la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (CNAPI)

CNAPI NAVIGABILE

Sono, inoltre, disponibili le tavole in formato pdf

DNGS00195 – Proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee Tav 1
DNGS00195 – Proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee Tav 2
DNGS00195 – Proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee Tav 3
DNGS00195 – Proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee Tav 4
DNGS00195 – Proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee Tav 5
DNGS00195 – Proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee Tav 6​​

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CNAPI, aree potenzialmente idonee (Sardegna)

A.N.S.A., 5 gennaio 2021

Deposito nucleare, pubblicata la Carta delle aree potenzialmente idonee.

Via libera dei ministeri dello Sviluppo e dell’Ambiente.

E’ arrivato il via libera, con il nulla osta del ministero dello Sviluppo e del ministero dell’Ambiente, alla Sogin per la pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), del progetto preliminare e dei documenti correlati per la costruzione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi che permetterà di conservare in via definitiva i rifiuti radioattivi italiani di bassa e media attività. La Sogin è la società statale responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi.

Sono 67 i luoghi potenzialmente idonei (non sono tutti equivalenti tra di essi ma presentano differenti gradi di priorità a seconda delle caratteristiche) a ospitare il deposito nazionale di rifiuti radioattivi individuati in sette regioni: Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata, Sardegna e Sicilia. Nella Tavola generale allegata alla Cnapi sono indicati anche i Comuni interessati nelle sette regioni.

Con il via libera alla Carta, “parte la fase di consultazione dei documenti per la durata di due mesi, all’esito della quale si terrà, nell’arco dei quattro mesi successivi il seminario nazionale”. Sarà questo “l’avvio del dibattito pubblico vero e proprio – spiega il ministero dell’Ambiente – che vedrà la partecipazione di enti locali, associazioni di categoria, sindacati, università ed enti di ricerca, durante il quale saranno approfonditi tutti gli aspetti, inclusi i possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione delle opere”.

Il deposito nazionale e il Parco tecnologico saranno costruiti in un’area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al deposito e 40 al Parco, come spiega il ministero dell’Ambiente. Il deposito avrà “una struttura a matrioska”; all’interno ci saranno “90 costruzioni in calcestruzzo armato, dette celle”, in cui “verranno collocati grandi contenitori in calcestruzzo speciale, i moduli, che racchiuderanno a loro volta i contenitori metallici con all’interno i rifiuti radioattivi già condizionati”. In totale saranno “circa 78mila metri cubi di rifiuti a bassa e media attività” a essere ospitati. L’investimento complessivo è di circa 900 milioni di euro e si stima che genererà oltre 4.000 posti di lavoro l’anno per 4 anni di cantiere, diretti (2.000 fra interni ed esterni), indiretti (1.200) e indotti (1.000). 

deposito unico scorie radioattive, progetto preliminare

da Il Sole 24 Ore, 5 gennaio 2021

Svelata la mappa del deposito nucleare. Da Nord a Sud, ecco le zone idonee. (Jacopo Giliberto)
Arriva una nuova mappa. La mappa del deposito atomico da costruire. Mentre gli italiani vengono spaventati dalla mappa che divide le regioni rosse, arancio, gialle secondo gli andamenti del contagio virale, il Governo ha tolto il segreto e ha pubblicato la Cnapi, sigla improbabile di Carta nazionale delle aree più idonee sulle 67 selezionate.

Anche qui i colori, ma diversi da quelli sanitari; verde smeraldo (punteggio più alto), verde pisello (buono), celeste (isole) e giallo (zone possibili ma meno adeguate).

Il 30 dicembre la Sogin, la società pubblica di gestione del nucleare, ha ricevuto il nullaosta del Governo e nella notte tra il 4 e il 5 gennaio ha pubblicato sul sito web https://www.depositonazionale.it/ la documentazione completa, il progetto e la carta segretissima, attesissima e temutissima per anni, tenuta dal 2015 sotto riservatezza assoluta con minaccia di sanzioni penali per chi ne rivelasse dettagli.

Le “aree potenzialmente idonee” delineate sulla carta Cnapi sono le aree idonee a ospitare lo spauracchio agitato da tutti i comitati nimby, dagli ecologisti di risulta e da gran parte dei Governi che si sono alternati dal 2003: è la carta delle zone fra cui sarà scelto il luogo in cui costruire con 1,5 miliardi il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, rifiuti che oggi sono distribuiti dal Piemonte alla Sicilia in una ventina di depositi locali.

La carta non dice il punto in cui bisognerà costruire il deposito.

Delinea invece tutti i 67 luoghi in cui ci sono le condizioni tecniche per costruirlo e assegna i voti con una graduatoria.

E c’è già chi insorge in via preventiva contro l’ipotesi di entrare nella mappatura, come la reattiva Sardegna.  

Le 23 zone più interessate: Viterbo, Alessandria e le altre

La carta non dice il punto in cui bisognerà costruire il deposito.
Delinea invece tutti i 67 luoghi in cui ci sono le condizioni tecniche per costruirlo e assegna i voti con una graduatoria.

Ne emerge una mappa di 12 zone “verde smeraldo” con candidature molto solide che si concentrano in Piemonte (due in provincia di Torino e cinque in provincia di Alessandria) e nel Lazio (cinque in provincia di Viterbo).
Due delle cinque aree alessandrine sono state le uniche che hanno conseguito il punteggio pieno con lode.

Altre 11 zone “verde chiaro” comprendono altri lotti molto buoni per localizzarvi un deposito ma meno interessanti.

Nel dettaglio, fra le 23 zone “verde smeraldo” (ottime) e “verde chiaro” (buone) due aree sono state selezionate in provincia di Torino (l’area di Carmagnola e un’area fra Calusio Mazze e Rondissone), 6 nella provincia di Alessandria (Alessandria-Castelletto Monferrato-Quargnento; Fubine-Quargnento; Alessandria-Oviglio; Bosco Marengo-Frugarolo; Bosco Marengo-Novi Ligure; Castelnuovo Bormida-Sezzadio), un’area a Siena (in val d’Orcia fra Pienza e Trequanda) e una a Grosseto (Campagnatico).
Molto interessata la provincia di Viterbo con 7 aree idonee; la zona a cavallo tra le Murge e la provincia di Matera è molto coinvolta: un territorio in provincia di Bari (Gravina), due vaste aree tra Bari (Altamura) e Matera, una nella provincia di Matera e altre due zone ampie fra Matera e Taranto (Laterza).  

Le altre aree nella lista di 67 ma meno interessanti

Nella prima selezione di 67 aree idonee erano entrate, ma hanno una votazione molto bassa con colore celeste o giallo, anche alcune zone in provincia di Potenza e nelle due grandi isole Sicilia (in provincia di Caltanissetta, Trapani e Palermo con i comuni di Calatafimi-Segesta, Petralia Sottana e Butera) e la Sardegna (4 aree idonee in provincia di Oristano e 10 nella provincia del Sulcis, tutte sulle ondulazioni che circondano il Campidano: Siapiccia, Albagiara, Assolo, Mogorella, Usellus, Villa Sant’Antonio, Nuragus, Nurri, Genuri, Setzu, Turri, Pauli Arbarei, Tuili, Ussaramanna, Gergei, Las Plassas, Villamar, Mandas, Siurgus Donigala, Segariu, Guasila, Ortacesus),

Fra tutte quelle in provincia di Viterbo (fra cui alcune sono in zona “verde”) ci sono Ischia di Castro, Canino-Cellere-Ischia di Castro, Montalto di Castro 1, Montalto di Castro 2, Canino 1 e 2, Tessennano-Tuscania, Arlena di Castro-Piansano-Tuscania, Piansano-Tuscania, Tuscania, Canino-Montalto di Castro 1 e 2, Arlena di Castro-Tessennano-Tuscania, Arlena di Castro-Tuscania 1 e 2, Tarquinia-Tuscania, Soriano nel Cimino, Soriano nel Cimino-Vasanello-Vignanello, Gallese-Vignanello, Corchiano-Vignanello, Corchiano-Gallese, Corchiano.

In Basilicata sono ricomprese nella mappa delle candidature diverse località a Genzano di Lucania (Potenza), Acerenza, Oppido Lucano (Potenza) e Irsina (Matera).

Infiammazioni politiche e allergie sociali

Da decenni il Governo pianifica la realizzazione di un deposito nazionale temporaneo ad alta sicurezza in cui riunire i materiali radioattivi meno pericolosi che l’Italia continua a produrre. (Per i materiali più pericolosi è verosimile il ricorso a un deposito sotterraneo consortile fra più Paesi europei).
Lo snodo fra questo bisogno e la sua realizzazione è avvenuto nel 2003, ai tempi del Governo Berlusconi 2. In autunno il generale Carlo Jean, commissario del Governo, avviò la procedura per costruire un deposito sotterraneo, definitivo, geologico per rifiuti ad altissima radioattività nel sottosuolo salino della piana di Metaponto, dove la provincia di Matera è lambita dallo Ionio.
Comune di Scanzano Ionico, località Terzo Cavone.
Esplose una mezza rivoluzione, anticipatrice dei fenomeni simili che poi si videro in Valsusa contro l’alta velocità e nel Salento contro il metanodotto Tap.

Oltre a una parte della cittadinanza, che attorno alla contestazione ritrovò quei legami sociali e quell’identità che il cambiamento della società andava dissolvendo, la contestazione contro il progetto concentrò tutti i politici in cerca di visibilità elettorale, le associazioni in cerca di adesioni, i gruppi di contestazione sociale non solamente italiani.
Il progetto venne accantonato e condizionò il sentimento dei governanti per la costruzione del meno impegnativo ma obbligatorio deposito nazionale: da allora, tutti i Governi ebbero il terrore di confrontarsi con il tema.
(Nota a margine: in Valsusa il contenzioso continua mentre si sta costruendo la linea ferroviaria; in Puglia il gasdotto Tap è finito da alcuni mesi e da alcuni giorni sta consegnando il metano).

Las Plassas, ruderi del castello giudicale (XII sec.), in questa zona è stato individuato un sito potenzialmente idoneo

Per esempio, ecco la Sardegna

Una regione dalla reattività alta è la Sardegna. Prima ancora che la Sogin potesse aver pubblicato qualsiasi carta, con un tempismo imbarazzante alcuni politici sardi lunedì 4 gennaio avevano già messo le mani avanti con una dichiarazione dalla pelle sensibile. Ecco la nota congiunta del segretario del Pd sardo, Emanuele Cani, e del capogruppo Pd in Consiglio regionale, Gianfranco Ganau: «Apprendiamo che sarebbe prossima la pubblicazione della relazione tecnica predisposta dalla Sogin, per l’individuazione delle aree idonee allo smaltimento di scorie nucleari sul territorio nazionale. In attesa dell’ufficializzazione e che siano quindi pubblicati i risultati dello studio che potrebbe vedere la Sardegna come sede idonea, ribadiamo con forza la contrarietà ad accogliere il deposito di scorie nucleari sul nostro territorio regionale». E poi «l’unanime posizione più volte ribadita dall’intera popolazione sarda», e ancora «una seria mobilitazione in difesa dei sardi», perché la Sardegna «ha già dato tanto al Paese in materia di servitù militari e non solo».

Un percorso fermo dal 2003

La normativa per il futuro deposito nucleare nazionale impiegò sette anni per essere scritta. Nel 2010 (decreto legislativo numero 31) furono stabilite le regole ma la carta Cnapi venne rinviata di anno in anno, ritoccata, sospesa, rifatta e così via. Finalmente il 2 gennaio 2015 la Cnapi fu consegnata in modo ufficiale e formale e in contemporanea venne sepolta in cassaforte, coperta dal segreto. Ogni tanto qualche ministro ha annunciato l’imminente pubblicazione della carta Cnapi, come fece nel marzo 2018 Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico del Governo Gentiloni.

Come sono stati scelti i luoghi potenzialmente idonei? Nel 2014 l’Ispra dettò i criteri di selezione: dovranno essere luoghi poco abitati, con una sismicità modesta, senza vulcani né rischi di frane e alluvioni. Non a quote troppo elevate (non oltre i 700 metri sul livello del mare), non su pendenze eccessive. Non troppo vicine al mare. Non molto vicine a autostrade e ferrovie, ma abbastanza vicine ad autostrade e ferrovie per poter essere raggiunte comodamente dai carichi di materiale da stoccarvi.

Ma i comitati di opposizione avranno un’arma facilissima per dire no alla collocazione del deposito, ovunque sia: il criterio di approfondimento numero 11 afferma che per la scelta del luogo bisogna valutare con attenzione le zone con «produzioni agricole di particolare qualità e tipicità e luoghi di interesse archeologico e storico». Cioè in Italia: ovunque.

Italia, siti potenzialmente idonei per il deposito unico delle scorie radioattive

Il deposito nazionale non riguarda le scorie più pericolose, quelle con radioattività più alta per le quali la soluzione sarà individuata in modo congiunto con altri Paesi.

Il problema che il deposito vuole risolvere sono i rifiuti radioattivi a media e bassa attività, quelli che si producono ogni giorno: reagenti farmaceutici, mezzi radiodiagnostici degli ospedali e terapie nucleari, radiografie industriali, guanti e le tute dei tecnici ospedalieri, controlli micrometrici di spessore delle laminazioni siderurgiche, il torio luminescente dei vecchi quadranti degli orologi. Perfino i parafulmini e i rilevatori di fumo che lampeggiano sul soffitto di cabine di nave e camere d’albergo contengono americio radioattivo.

In Italia conserviamo 31mila metri cubi di scorie irraggiate. Una parte di queste scorie perde pericolosità perché la radioattività decade con il passare del tempo, ma ogni anno ne aggiungiamo molte di più.

Si stima che fra una cinquantina d’anni i nostri figli e nipoti dovranno gestirne 45mila metri cubi in più rispetto a quelli di oggi, per un totale di 75mila-80mila metri cubi.

L’Europa dice giustamente che ogni Paese deve avere un suo deposito nazionale per i rifiuti irraggiati meno pericolosi. In genere è un capannone strablindato e superprotetto dentro al quale ci sono celle multibarriera. La stima dei costi complessivi si aggira sugli 1,5 miliardi, comprese le infrastrutture, anche se l’esperienza internazionale dice che impianti con ottime caratteristiche tecniche possono costare assai meno, anche un terzo.

Le norme adottate nel 2010 dicono che, pubblicata la Cnapi e sottoposta al parere dei cittadini, si terrà un seminario nazionale per esaminare il tema.

Si cercherà di convincere i Comuni ricompresi nella mappatura a farsi avanti: ci sono incentivi, occasioni di crescita, prospettive di lavoro e di benessere, soprattutto nelle aree marginali che si stanno spopolando.

I vantaggi saranno più forti della paura del deposito?

scorie nucleari

(cartografia e rendering progettuali da https://www.depositonazionale.it/, foto da mailing list ambientaliste, S.D., archivio GrIG)

FONTE: https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2021/01/06/pubblicato-lelenco-dei-siti-idonei-al-deposito-unico-delle-scorie-radioattive/