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mercoledì 2 marzo 2022

da IL FATTO ALIMENTARE: Plastica monouso: le criticità della legge italiana che fanno arrabbiare la Commissione Ue

Lo scorso 14 gennaio, con oltre sei mesi di ritardo rispetto alla data fissata dell’Europa (3 luglio), è entrata in vigore anche in Italia la direttiva europea sulla plastica monouso (SUP), grazie al decreto (196/21). Come abbiamo evidenziato, il nostro Paese ha recepito la misura discostandosi dal testo europeo, introducendo alcune esenzioni e deroghe ingiustificate sotto il profilo ambientale, che tuttavia non sono sfuggite all’Europa. Con un parere circostanziato inviato lo scorso dicembre, la Commissione europea ha, di fatto, bocciato la legge italiana: le difformità segnalate dal commissario europeo per il Mercato interno Thierry Breton riguardano i rivestimenti in plastica e le esenzioni per i prodotti in plastica biodegradabile e compostabile.

La prima segnalazione di Bruxelles riguarda il concetto stesso di ‘prodotto in plastica monouso’, che per le istituzioni europee è quello non riutilizzabile, composto ‘in tutto o in parte’ da polimeri: non viene fissata in pratica alcuna soglia sulla quantità di plastica presente nel prodotto. La strada intrapresa dall’Italia invece esonera dall’ambito di applicazione i prodotti che hanno rivestimenti in materiale plastico in quantità inferiore al 10% del peso complessivo dell’articolo. Una misura che la Commissione ritiene possa incidere e modificare arbitrariamente il mercato interno.

leggi il resto sul Il fatto Alimentare: https://ilfattoalimentare.it/plastica-monouso-le-criticita-della-legge-italiana-che-fanno-arrabbiare-la-commissione-ue.html

martedì 18 gennaio 2022

Stoviglie e articoli in plastica contenenti bambù: l’Italia si allinea alle indicazioni europee

Mettere polvere di Bambù nella plastica......forse la rendeva più BIO??
Ma sempre plastica era!

Dal Fatto Alimentare 22 Dicembre 2021
Per l'articolo integrale clicca QUI

bambù, bicchieri coloratiAttenzione alle stoviglie di plastica contenenti bambù e altre fibre vegetali: spesso sono vendute come ecologiche, ma rischiano di contenere sostanze pericolose e, soprattutto, non idonee all’uso con alimenti. A questo proposito, lo scorso luglio Commissione europea ha lanciato un piano d’azione per assicurare che questi articoli venissero respinti alle frontiere e non fossero più commercializzati sul territorio. Si tratta infatti di prodotti che, secondo le autorità, possono rappresentare un rischio concreto per la salute dei consumatori e sono da ritenersi illegali in quanto possono rilasciare sostanze pericolose, come la formaldeide, classificata dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come ‘cancerogeno certo’, e la melamina, tra i possibili cancerogeni. Il piano d’azione prevedeva un supporto da parte della Commissione, affinché nei vari Stati membri non si corresse più il rischio di trovare in vendita prodotti di questo tipo, in molte occasioni commercializzati (ingannevolmente) come ‘biodegradabili’, ‘ecosostenibili’ o ‘green’.

[...]

Oggi, finalmente, si è mossa anche l’Italia. Con una nota pubblicata a fine novembre 2021, il Ministero della salute ha messo al bando i materiali e gli oggetti destinati al contatto con gli alimenti (Moca) in plastica contenenti ‘polvere’ di bambù o sostanze simili. Una decisione che, come evidenzia il Ministero stesso, si è resa necessaria proprio: “In seguito alle recenti e ripetute allerte relative ai materiali e agli oggetti destinati al contatto con gli alimenti in plastica contenenti ‘polvere’ di bambù o sostanze simili (dal 2019 si sono registrate ben 77 notifiche; ndr) e in considerazione delle azioni preventive condivise con la Commissione europea e gli altri Stati membri al fine di impedire l’introduzione di tali materiali/oggetti sul mercato dell’Ue”.

La nota ministeriale, [....] introduce ora il divieto per l’intera categoria di materiali, dichiarandoli non idonei al contatto con gli alimenti: la polvere di bambù e sostanze simili, compreso il mais, non sono autorizzate dal Regolamento 2011/10/Ue per l’uso come additivi nella produzione di Moca in plastica. [...] 

FONTE ARTICOLO IL FATTO ALIMENTARE https://ilfattoalimentare.it/stoviglie-articoli-in-plastica-contenenti-bambu-litalia-indicazioni-europee.html


giovedì 11 giugno 2020

Riuso delle mascherine? Iss: possibile per quelle di comunità, non per quelle chirurgiche

FONTE ARTICOLO: http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/riuso-delle-mascherine-iss-possibile-per-quelle-di-comunita-non-per-quelle-chirurgiche/

L’Istituto superiore di sanità raccomanda un uso razionale e non smodato di imballaggi e stoviglie monouso. No anche all’uso eccessivo su strade e grandi superfici di disinfettanti contenenti ipoclorito di sodio
[4 Giugno 2020]
Tra guanti e mascherine per difenderci da Covid-19, l’Ispra stima che quest’anno produrremo fino a 440.000 tonnellate di rifiuti. Un ammontare che può essere in parte ridotto ricorrendo al riuso delle mascherine, ma solo in alcune condizioni, come spiegato oggi nella commissione parlamentare Ecomafie dall’Istituto superiore di sanità (Iss), rappresentato tra gli altri dal presidente Brusaferro.
Secondo quanto riferito, ad esempio, per quanto riguarda le mascherine chirurgiche «non ci sono al momento evidenze che consentano il loro ricondizionamento: qualora ci fossero nuove evidenze, queste verranno valutate» dall’Iss. Il riuso è invece un’opzione praticabile per le mascherine di comunità. Ovvero quelle mascherine che non devono essere considerate né dei dispositivi medici (Dpi), né dispositivi di protezione individuale, ma una misura igienica utile a ridurre la diffusione del virus Sars-Cov-2: hanno lo scopo di ridurre la circolazione del virus nella vita quotidiana e non sono soggette a particolari certificazioni.
Se fatte con materiali che resistono al lavaggio a 60 gradi con comune detersivo o altro indicato dal produttore, le mascherine di comunità possono essere lavate e riutilizzate, ma nel caso in cui compaiano sintomi riconducibili a Covid-19, le mascherine di comunità non vanno più bene: è necessario l’utilizzo di mascherine certificate come dispositivi medici. Un approccio valido anche, in parallelo, per le mascherine che devono avere caratteristiche di Dpi. Per la sicurezza di ambiente e salute l’importante, in ogni caso, è che guanti e mascherine non vengano diffusi nell’ambiente a causa di comportamenti incivili da parte dei cittadini.
Per quanto riguarda invece l’impiego di materiali e beni riutilizzabili anziché usa e getta, quali imballaggi e stoviglie, dall’Iss hanno spiegato che «laddove ci sono superfici adeguatamente igienizzate, il virus viene disattivato». Dunque nessun obbligo in merito di uso massicci di prodotto monouso, dove possibile.
Anche rispetto all’igienizzazione delle strade, l’Iss sottolinea la bontà di un approccio equilibrato: gli auditi hanno spiegato che «la disinfezione deve essere fatta in maniera appropriata e senza eccessi, allo scopo di scongiurare altri effetti negativi. Secondo quanto riferito, uno dei primi rapporti Covid dell’Iss ha sconsigliato l’uso eccessivo su strade e grandi superfici di disinfettanti contenenti ipoclorito di sodio, che possono risultare pericolosi».
Sul tema della raccolta dei rifiuti urbani, dall’Iss hanno dichiarato che non ci sono ancora studi sulla sopravvivenza del virus nei rifiuti, mentre per quanto riguarda la sterilizzazione dei rifiuti sanitari a rischio infettivo, gli auditi hanno riferito che sul tema è opportuna una riflessione anche legata alle prospettive future. Ad oggi, sappiamo dall’Ispra che vengono trattati ogni anno 143.530 tonnellate di rifiuti a rischio effettivo, di cui 95.815 tonnellate avviate a incenerimento e 47.715 a sterilizzazione.
«Ringrazio il presidente dell’Iss per il sul lavoro – commenta il presidente della commissione Ecomafie, Stefano Vignaroli – L’Iss ha espresso la sua disponibilità a collaborare con la commissione sulle criticità legate alla proliferazione dei rifiuti connessa all’emergenza Covid-19, in particolar modo stoviglie, guanti e mascherine usa e getta. Il tema merita grande attenzione considerando che al vertice della gerarchia europea dei rifiuti c’è proprio la riduzione e le evidenze scientifiche rivestono un ruolo di primo piano per tracciare un quadro in modo serio e preciso e individuare misure di prevenzione dei rifiuti. La corretta informazione dei cittadini e delle attività commerciali gioca un ruolo di primo piano e mettere insieme le forze è fondamentale».
Altrettanto fondamentale però è ricordare che quella europea è appunto una gerarchia, da rispettare nel suo complesso: al primo posto prevede la prevenzione, poi il recupero di materia, il recupero di energia, lo smaltimento finale. Dunque oltre a promuovere dove possibile il riuso delle mascherine, ad esempio, è altrettanto necessario garantire il buon funzionamento della filiera integrata di gestione dei dispositivi giunti a fine vita. Dai dati disponibili gli impianti (termovalorizzatori e discariche, in questo caso) attualmente presenti sul territorio appaiono sufficienti a fronteggiare l’emergenza, visto il contemporaneo calo di altre frazioni di rifiuti, ma questo non significa poter continuare a ignorare le criticità strutturali di sistema, che espongono il Paese a continue crisi nella gestione dei nostri scarti.
«La crisi – ha spiegato nei giorni scorsi sempre in commissione Ecomafie il vicepresidente di Utilitalia, Filippo Brandolini – ha evidenziato le vulnerabilità del nostro attuale sistema impiantistico di gestione rifiuti e ha dimostrato la necessità che venga elaborata a livello centrale una strategia nazionale, che definisca in una prospettiva di sistema Paese i fabbisogni regionali sulla base di criteri omogenei e di strategie gestionali affidabili».
L. A.

martedì 21 aprile 2020

L'UE respinge le richieste dell'industria per revocare il divieto di materie plastiche monouso

Le scadenze devono essere rispettate, afferma la Commissione europea in risposta alle richieste dell'industria di revocare un divieto a livello UE su alcuni articoli di plastica monouso a causa delle preoccupazioni per la salute e l'igiene sollevate durante l'epidemia di COVID-19.
"La posizione della Commissione continua ad essere che le scadenze nel diritto dell'UE debbano essere rispettate", ha dichiarato Vivian Loonela, portavoce della Commissione europea per le questioni ambientali.
"Gli Stati membri hanno ancora un anno per recepire la direttiva SUP nel diritto nazionale", ha risposto Loonela quando gli è stato chiesto di commentare le chiamate del settore per rinviare l'attuazione della direttiva sulla plastica monouso "per almeno un altro anno".
La direttiva sulla plastica monouso è stata adottata nel giugno dello scorso anno e ha introdotto il divieto su un numero selezionato di articoli da buttare via come posate, bicchieri per bevande, bastoncini per palloncini, cannucce e bastoncini di cotone.
L'obiettivo era ridurre i rifiuti marini, l'80% dei quali a terra, ha affermato la Commissione europea all'epoca, sottolineando che 4,6-12,7 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica si fanno strada negli oceani del mondo ogni anno.
Ma la pandemia di coronavirus ha gettato l'Europa in "un mondo completamente diverso in cui l'igiene e la salute dei consumatori saranno la priorità numero uno", ha affermato la European Plastics Converters (EuPC), un'associazione di categoria.
"La libertà di circolazione di questi beni è necessaria per mantenere l'igiene, la salute e la sicurezza nella fornitura di molti prodotti, come materiali a contatto con alimenti, dispositivi di protezione, dispositivi medici e medicinali", ha dichiarato EuPC in una lettera indirizzata alla Commissione europea lo scorso settimana.
"Il termine materie plastiche monouso è completamente sbagliato e non giustificato", ha sostenuto EuPC nella lettera, invitando la Commissione a "revocare tutti i divieti su alcuni degli articoli in plastica monouso" e rinviare le scadenze nella direttiva "per almeno un anno in più ”.
Tuttavia, la Commissione ha respinto l'argomentazione in materia di salute e sicurezza avanzata dall'industria europea della plastica.
"Per quanto riguarda gli argomenti sollevati da EuPC, le buone pratiche igieniche dovrebbero essere applicate a tutti i prodotti, compresi i sostituti dei SUP vietati", ha dichiarato Loonela a EURACTIV nei commenti via e-mail.
"Inoltre, la direttiva SUP prevede eccezioni per i dispositivi medici", ha affermato Loonela.
Separatamente, la Commissione ha inoltre emanato linee guida per gli Stati membri dell'UE al fine di garantire una gestione sicura della crescente quantità di rifiuti sanitari generati durante la pandemia.
Ma Loonela ha affermato che "è troppo presto per valutare l'impatto della crisi del coronavirus sulla quantità complessiva di rifiuti di imballaggi in plastica che verranno generati quest'anno".
"Nelle attuali circostanze in cui molte attività economiche essenziali, compresa la gestione dei rifiuti, sono sotto pressione, è ancora più importante continuare gli sforzi globali per ridurre i rifiuti", ha affermato.
[A cura di Benjamin Fox]

venerdì 24 maggio 2019

Plastica, tra Elba e Corsica un’isola di rifiuti lunga decine di km. Legambiente: “Oltre la metà sono oggetti monouso”


Il biologo francese François Galgani ha confermato a France Bleu RCFM il fenomeno ormai noto determinato dalle correnti. E gli effetti sui fondali, che sono nell'area del santuario dei cetacei, sono devastanti.
di  | 22 Maggio 2019

Una nuova isola di rifiuti di plastica, lunga qualche decina di chilometri, sta andando alla deriva nel Mediterraneo, portata dalle correnti nelle acque tra l’Elba e la Corsica. Lo ha confermato a France Bleu RCFM François Galgani, biologo e responsabile dell’Institut français de recherche pour l’exploitation de la mer (Ifremer) di Bastia, sottolineando che si tratta di un fenomeno ormai noto, causato all’accumulo di plastica e da una certa disposizione delle correnti, che porta a un’alta concentrazione di rifiuti nell’area in questione. A ilfattoquotidiano.it Umberto Mazzantini di Legambiente Arcipelago Toscano spiega che si tratta di “una striscia di rifiuti che periodicamente si forma, quasi sempre quando si verificano forti piogge e che arriva dalle coste e dai fiumi, in modo particolare l’Arno, a Nord dell’Elba”. Il resto lo fanno le correnti, come descritto da Galgani: “Quelle del nord-ovest del Mediterraneo sono direzionate in maniera tale che l’acqua risalga lungo la costa italiana” ma, arrivata all’altezza dell’isola di Elba, non potendo più passare, si accumula nel canale della Corsica. Una situazione che preoccupa. Tant’è che anche la sezione Mare dell’Arpat, Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana, i cui monitoraggi riguardano aree più vicine alla costa, ha riferito a ilfattoquotidiano.it l’intenzione di monitorare comunque l’evolversi della situazione.
LA SITUAZIONE ALL’ELBA – Si tratta di un fenomeno diverso, aggiunge ancora Mazzantini di Legambiente, rispetto alla “zuppa di plastica che permane tra l’Elba, la Corsica e Capraia, la cui presenza è stata confermata un paio di anni fa da uno studio del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr)” e composta da frammenti più piccoli di due millimetri. Altra cosa anche rispetto alle isole di plastica nel Pacifico o nell’Atlantico. In quel caso all’origine ci sono “correnti permanenti che provocano sempre degli accumuli negli stessi luoghi – ha spiegato Galgani – mentre nel Mediterraneo queste sono zone di accumulo dell’ordine di qualche giorno o qualche settimana, al massimo di due o tre mesi, ma mai permanenti”.
GLI EFFETTI DEVASTANTI – Alcuni effetti sono evidenti, altri sono sul fondo del mare, dato che in superficie resta solo il 15 per cento dei rifiuti di plastica. L’equipaggio franco-italiano di Expedition MED ha realizzato le ricerche scientifiche del progetto Pelagos Plastic Free per ridurre l’inquinamento marino da plastica e proteggere le diverse specie di cetacei che vivono nel Santuario Pelagos, conosciuto anche come “santuario dei cetacei”. Anche perché le biopsie effettuate su balenottere comuni del Mar Mediterraneo indicano concentrazioni di composti chimici e additivi della plastica, tossici e persistenti, più elevate rispetto a quelle effettuate su esemplari della stessa specie che vivono in aree meno inquinate. “La scorsa estate – ricorda Mazzantini – nell’ambito del progetto Vele Spiegate abbiamo trovato una situazione preoccupante, con rifiuti accumulati anche nelle piccole spiagge nascoste, persino nell’area protetta”.
IN ITALIA SEI CAPODOGLI SPIAGGIATI DALL’INIZIO DELL’ANNO – Dall’inizio dell’anno sono ben sei i capodogli spiaggiati sulle coste italiane. L’ultimo caso a Palermo, pochi giorni prima un altro esemplare è stato trovato a Cefalù con lo stomaco pieno di plastica. A fine marzo, a Porto Cervo era stata trovata una femmina di capodoglio gravida con ben 22 chili di plastica nello stomaco. Come documentato dal Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione dell’Università degli Studi di Padovane negli ultimi dieci anni nel 33 per cento degli spiaggiamenti  che hanno riguardato i capodogli, questi animali sono stati ritrovati con frammenti di plastica nello stomaco e nel 4 per cento dei casi avvolti dai resti di reti abbandonate. Lo ha ricordato Greenpeace, dopo l’ultimo episodio di Palermo, impegnata insieme a The Blue Dream Project in una spedizione di ricerca, monitoraggio e documentazione sull’inquinamento da plastica appena presentata, che si concentrerà nel Mar Tirreno Centrale, anche nell’Arcipelago Toscano.
IL PROBLEMA DEL RECUPERO – A France Bleu RCFM lo scienziato francese Galgani ha evidenziato un problema legato alle difficoltà di ripulire il mare da oggetti e materiali che non sempre conviene economicamente recuperare. “Se stai cercando reti da pesca sul fondo – ha sottolineato – si tratta di oggetti che sono molto costosi, possono essere riparati, riutilizzati e quindi riciclati. Si possono ripulire anche le spiagge perché danno un valore patrimoniale al luogo a attraggono più turisti. In mare, al contrario, il problema è che i rifiuti galleggianti non possono essere riciclati. Sono molto degradati, ci sono materiali molto eterogenei. Ci sono diversi tipi di plastica” e quindi il riciclo costerebbe molto di più”.
OLTRE LA METÀ DEI RIFIUTI È PLASTICA MONOUSO – Secondo l’esperto di Legambiente oltre la metà dei rifiuti è rappresentato da plastica monouso “quindi la nuova direttiva europea appena approvata dal Consiglio dell’Unione Europea – commenta – darà un aiuto notevole”. Da questo punto i vista all’Elba i tempi sono stati anticipati. Dopo Marciana MarinaCampo nell’Elba e Porto Azzurro anche il Comune di Capoliveri, all’inizio del 2019 ha detto no alla vendita di prodotti di plastica monouso tra campeggi, alberghi e negozi, aderendo così alla campagna Palagos Plastic Free lanciata proprio da Legambiente e Parco Nazionale Arcipelago Toscano. Il resto l’hanno fatto i pescatori di Livorno e il progetto sperimentale ‘Arcipelago Pulito’ lanciato a marzo 2018 dalla Regione Toscana. Un’idea sposata dall’Europa nella direttiva sugli impianti portuali di raccolta per il conferimento dei rifiuti delle navi, approvata a marzo scorso dal Parlamento di Strasburgo.