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giovedì 12 gennaio 2023

TAV AL PONTE AL PINO, UN ALTRO TASSELLO DEL CAOS FIORENTINO

 Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su La Città invisibile, rivista del laboratorio politico perUnaltracittà – Firenze, a questo indirizzo [https://www.perunaltracitta.org/homepage/2023/01/10/tav-al-ponte-al-pino-un-altro-tassello-del-caos-fiorentino/] con licenza BY-NC-SA 3.0.  

Quando si parla di tunnel TAV si dovrebbero sempre avere in mente due domande preliminari che non hanno risposta da venti anni:

  • perché realizzare due tunnel sotto la città così costosi, pieni di incognite, che provocheranno danni, dalla realizzazione lunghissima, quando si potrebbero avere maggiori benefici, senza questi problemi, restando in superficie?
  • Perché si continuano ad ignorare i tanti problemi tecnici che sono tacitati e non risolti, come la mancanza di VIA sulla stazione, l’impatto della falda, gli scavi delle gallerie? Un consulente del Comitato ha così commentato lo scavo delle gallerie: “il Ponte del Pino ha delle criticità che, se fossi il direttore dei lavori delle gallerie, non mi farebbero dormire la notte”.

Ma gli strateghi del TAV toscano, Giani e Nardella, si limitano a non rispondere e a definire quest’opera “strategica”; aggettivo molto di moda, affibbiato a tutti i pacchi di cemento sparsi in Italia. Eppure qualche problemino comincia a venir fuori, l’ultimo riguarda il Ponte del Pino che, secondo le Ferrovie, dovrà essere sostituito perché fragile e vecchio.

È vero che quel manufatto è datato e realizzato con un arco reticolare metallico, necessita di rigidità degli appoggi per cui risulta resistente e fragile allo stesso tempo; comunque fin’ora ha svolto il suo lavoro egregiamente, posto com’è in un luogo davvero strategico per il traffico fiorentino.

Nelle dichiarazioni sentite ultimamente la sua sostituzione non viene minimamente associata allo scavo delle gallerie TAV, Ferrovie e enti locali tacciono su questo, ma questo silenzio probabilmente vuol nascondere che lo scavo delle gallerie crea davvero problemi. Per fortuna un giornalista di Toscana Media News ha voluto vedere i documenti che questo Comitato aveva citato e ha confermato che la vicinanza delle due opere creerà problemi.

Il ponte del Pino è solo il primo manufatto impattato e, anche nel progetto fatto a suo tempo, si pensò bene di consolidare la spalla nord del ponte prima del passaggio della fresa. L’immagine al fondo di questa pagina, presente nel progetto, è molto chiara e il commento a questa, anche se con un linguaggio molto tecnico, dice chiaramente che lo scavo non sarà indolore:

“L’intervento [al ponte del Pino] consiste nelle realizzazione di micropali sub-verticali passanti la spalla e armati con tubi in acciaio. La soluzione prevista è di tipo “passivo” ossia i micropali tendono a caricarsi e quindi entrare in funzione gradualmente e unicamente a seguito di spostamenti indotti dalle operazioni di scavo sul terreno circostante. Una volta messo in funzione, il sistema di sottofondazione renderà gli spostamenti della spalla praticamente nulli e comunque indipendenti da quelli indotti sul terreno dallo scavo delle gallerie. I micropali vengono eseguiti prima dell’arrivo del fronte di scavo dalla sede stradale soprastante la spalla. Il funzionamento dell’intervento viene verificato con l’ausilio di un dettagliato sistema di monitoraggio, che fornisce in tempo reale i valori di spostamento della struttura. L’intervento di sottofondazione verrà eseguito in due fasi in modo da garantire sempre il transito viario sul ponte. Durante le perforazioni di sottofondazione si attuerà una parzializzazione della sede stradale con traffico a senso unico alternato, regolato mediante semaforizzazione”.

Nel documento si diceva chiaramente che la riduzione della carreggiata si farà per consolidare la spalla nord del ponte. Probabilmente, nel rivedere il vecchio progetto, i costruttori di oggi si sono resi conto che lo scavo provocherebbe sollecitazioni ben oltre quelle previste nell’ottimistico progetto del 2009, tali da danneggiare le cerniere su cui il ponte poggia; per questo pensano alla sua sostituzione.

Insomma i provvedimenti sul Ponte del Pino sono strettamente collegati al progetto TAV, mostrano come lo scavo di gallerie in ambiente urbano non è una attività molto semplice e anche gli addetti ai lavori hanno timori. Il silenzio di oggi, soprattutto di Nardella, Giani, Giorgetti, sui legami tra questi lavori e la realizzazione dei tunnel sono sempre nel solco di minimizzare o tacere i rischi esistenti, ma alla fine questo atteggiamento sa di presa in giro dei cittadini.

In RFI (Rete Ferroviaria Italiana) chi ha deciso la sostituzione del ponte parla di due anni necessari. Come possano pensare, Nardella e Giani, che gli scavi inizino a primavera non è dato sapere, ma ormai, chi è minimamente attento alle vicende TAV fiorentine, sa che le chiacchiere sono i più solidi sostegni di questo progetto.

Un’ultima necessaria considerazione riguarda il caos fiorentino del traffico: nel viale Lavagnini ormai le code sono dall’alba a notte fonda con il restringimento della carreggiata, adesso si iniziano cantieri anche in viale Don Minzoni che nel frattempo è diventato una alternativa a Lavagini. Il senso unico alternato al Ponte del Pino devierà altro traffico sul ponte delle Cure e quindi sul viale Don Minzoni…

Ci sarebbe da capire se esiste un coordinamento nella realizzazione dei cantieri a Firenze. Tra la tramvia e adesso il Passante TAV Firenze è totalmente soggiogata agli interessi dei cementificatori. Se pensiamo che, sia per il trasporto urbano che per quello ferroviario, ci sarebbero soluzioni semplici, economiche, più efficienti e dalla velocissima realizzazione, viene da mettersi le mani nei capelli a vedere quanto sta accadendo ora e per chissà quanti anni.


Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su La Città invisibile, rivista del laboratorio politico perUnaltracittà – Firenze, a questo indirizzo [https://www.perunaltracitta.org/homepage/2023/01/10/tav-al-ponte-al-pino-un-altro-tassello-del-caos-fiorentino/] con licenza BY-NC-SA 3.0.  

mercoledì 7 dicembre 2022

CADE UN MITO: SOPPRESSI I TRENI MERCI SULL’ALTA VELOCITÀ. MA NESSUNO PARE ACCORGERSENE

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Di  TIZIANO CARDOSI (Comitato No Tunnel Tav di Firenze. Il presidente, Tiziano Cardosi, già capostazione delle Ferrovie dello Stato, è attivista di perUnaltracittà)

Una notizia non certo importante dal punto di vista trasportistico, ma sicuramente rilevante da quello politico e di immagine, è che qualche giorno fa il trasporto delle merci sulle linee alta velocità è stato soppresso.

Nel mondo del trasporto nessuno se ne è accorto, la quantità di merci movimentata era assolutamente irrisoria. Pare non se ne siano accorti nemmeno tutti quei sostenitori del mito TAV che avevano cantato l’inizio di quel servizio come una rivoluzione, come una nuova era di merci sempre più veloci e puntuali, il futuro che si faceva presente.

La realtà è stata molto più prosaica ed ha avuto il sapore stantio di propaganda con lo scopo di sminuire le critiche ad un progetto costosissimo e dedicato esclusivamente ad una frazione dei viaggiatori in treno. Da molti decenni si lamentava l’eccessiva presenza di trasporto merci su gomma anche a paragone con gli altri paesi europei, ma la scelta è stata quella di concentrare tutte le risorse di un decennio in una linea esclusivamente per treni veloci escludendone tutti gli altri; ovviamente anche i treni merci che, per il loro peso, danneggerebbero la delicata infrastruttura che consente velocità fino a 300 km/h.

Ma la fantasia – o la faccia tosta – della politica e dell’imprenditoria interessata, per giustificare l’insensato investimento, partorì l’idea dell’alta capacità, illudendo il popolo dei contribuenti che quella sarebbe stata la soluzione anche del trasporto delle merci. Ovviamente era solo una boutade propagandistica, era impossibile mettere un treno di 1000 o 1500 tonnellate, con un peso per asse di 22 tonnellate su quelle linee, ma la novella placò i dubbi dei media e fece dimenticare le critiche. Per far tacere quei testardi Valsusini che facevano notare come di merci ad alta velocità non ne esistevano, si inventò il servizio MERCITALIA FAST che, al di là della gran cassa mediatica che fu messa in moto, non era che un vecchio ETR 500 cui erano stati tolti posti a sedere e aria condizionata, aggiunte delle gabbie simili a quelle degli aerei cargo. Questo treno faceva la spola di notte tra Marcianise e Bologna trasportando piccole spedizioni perché le porte non consentivano grandi colli, non era previsto neppure il trasporto di refrigerati.

Il trasporto di collettame era molto diffuso nelle ferrovie del secolo scorso ed era utile perché la rete consentiva di raggiungere anche località dove non era economico far giungere merci, ma già negli anni ‘70 il servizio era in crisi e stava lasciando il posto alla rete di corrieri su gomma.

Far risorgere un tale tipo di trasporto dopo che le ferrovie ne avevano deciso lo smantellamento non aveva nessuna funzione economica, né trasportistica, era solo un messaggio propagandistico.

È interessante ricordare come il servizio iniziò in pompa magna nel 2018 con messaggi altisonanti; sulla stampa estera fu scritto trionfalmente: MERCITALIA FAST: the world’s first high-speed rail freight service.

È oggi illuminante rivedere la stampa di quattro anni fa con i titoloni sui giornali. Nei comunicati delle FSI e del Governo del 2018 è quasi tenero vedere la cartolina dell’inaugurazione del servizio a Marcianise con l’allora AD delle FSI Gianfranco Battisti, l’ad di Mercitalia Logistics Marco Gosso, i Sindaci del luogo e l’allora ministro Luigi Di Maio; sembra una cartolina sbiadita scattata in altra epoca, mentre sono passati solo quattro anni, pochi anni che hanno mostrato come dietro i grandi proclami che prevedevano “di togliere dall’autostrada A1 circa 9mila camion ogni anno, riducendo dell’80% le emissioni di anidride” c’era solo un treno riadattato dove si riempivano a malapena quattro delle dodici carrozze presenti, dove i costi erano assolutamente insostenibili; erano solo chiacchiere buttate in pasto ai media che ormai digeriscono tutto e ai cittadini ormai storditi dall’estraneità della politica ai loro bisogni.

Oggi la notizia della morte del treno merci veloce ha meritato poco più di un trafiletto nei notiziari di ferrovieri affezionati e qualche sparuto e giusto commento critico in qualche blog.

Rimane la amara soddisfazione di chi denunciava la bufala anni fa di dire “avevamo ragione”, ma è una soddisfazione inutile perché la retorica dell’alta velocità continua sulle bocche dei politici e di chi ha molto da guadagnare dalle decine di miliardi del PNRR destinati a nuove linee veloci; tutto mentre i pendolari sono obbligati ad un servizio ferroviario che non migliora e i ceti più poveri a spostarsi su Flixbus in viaggi interminabili.

È bene ricordare che questi problemi insiti del modello TAV adottato non sono frutto di errori di pianificazione, ma sono scelte funzionali agli interessi dei gruppi costruttori e del sistema finanziario che li sostiene.

Il progetto TAV e le seguenti grandi opere inutili non nascono da vere esigenze di trasporto o non ne sono la risposta giusta; nascono dalla necessità di trovare forme di profitto in un mercato ormai saturo di merci, dove i capitali accumulati trovano difficoltà di investimento. La grande opera, spessissimo inutile, sempre sovradimensionata, è caratteristica tipica, con privatizzazioni e finanziarizzazione, della crisi sistemica in cui siamo immersi e che sta accelerando. È bene ricordarlo sempre: non ci sono mele marce, è marcito il frutteto.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su La Città invisibile, rivista del laboratorio politico perUnaltracittà – Firenze, a questo indirizzo [https://www.perunaltracitta.org/homepage/2022/12/06/cade-un-mito-soppressi-i-treni-merci-sullalta-velocita/] con licenza BY-NC-SA 3.0.  

giovedì 16 giugno 2022

ODEON, UN LUOGO SPECIALE CHE MERITA UN FUTURO MIGLIORE

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su La Città invisibile, rivista del laboratorio politico perUnaltracittà – Firenze, a questo indirizzo [https://www.perunaltracitta.org/homepage/2022/05/31/odeon-un-luogo-speciale-che-merita-un-futuro-migliore/] con licenza BY-NC-SA 3.0.  

Di Francesca Conti - 31 Maggio 2022

L’annunciata trasformazione del Cinema Odeon in una sorta di spazio libreria polivalente con il cinema ridotto alla sola galleria diventando di fatto un’attività secondaria è qualcosa che a Firenze purtroppo non stupisce. Conferma l’assenza di qualsiasi ripensamento sia delle politiche culturali che dell’inevitabile trasformazione del centro storico.

Come in un tetris inesorabile l’operazione Odeon-Giunti è l’ennesimo mattoncino che contribuisce all’espulsione non solo dei residenti, ma anche di chi si ostina a frequentare il centro per le poche iniziative culturali dedicate a chi la città la vive. L’Odeon grazie alla programmazione dei film in lingua originale e anche di classici del cinema ha continuato ad attrarre fruitori e amanti del rito della proiezione. Sicuramente la decisione, presa diversi anni fa da parte della Regione Toscana, di spostare la 50 giorni di cinema internazionale al Teatro della Compagnia non ha aiutato la frequentazione del cinema Odeon, i cui titolari, dopo le chiusure dovute al Covid, hanno messo in piedi una programmazione stanca e piuttosto ripetitiva. Nonostante tutto questo l’Odeon ha continuato finora ad essere frequentato da un pubblico molto fidelizzato e affezionato. L’appello, firmato in pochi giorni da più di 6.000 persone ne è stata la dimostrazione.

Cinema Odeon FirenzeIl progetto presentato nel corso di una conferenza stampa organizzata dopo l’uscita della petizione ha soltanto confermato i sospetti di chi aveva fin dall’inizio criticato il progetto. Una libreria con palco per i concerti, con uno schermo a scomparsa e con merchandising vario e, ciliegina sulla torta avvelenata, qualcosa legato al cibo, ma ancora molto fumoso.

Eppure in quella zona le librerie simili sono già tre; Red, Melbooks e Feltrinelli. A che scopo una nuova libreria? Ma soprattutto per quali clienti? Non solo, il progetto presentato suona come qualcosa di già sentito. Viene in mente la catena FNAC che in Italia chiuse diversi anni fa perché evidentemente quel tipo di operazione non incontrava una clientela numerosa. Alla luce di tutto questo, il sospetto che si possa puntare tutto sulla ristorazione è sacrosanto. In quel caso il target sarebbe chiaro: i turisti.

La prospettiva peggiore è che la nuova libreria-cinema-bar non funzioni, chiuda i battenti e dopo qualche anno l’ormai ex-Odeon diventi l’ennesimo vuoto che poi verrà colmato con una struttura ricettiva o con l’ennesima mangiatoia. Sono tante le ferite aperte in città e per questo la reazione da parte di molti è stata di rabbia e critica feroce. Si pensi al Cinema Universale che prima è stato trasformato in un locale e poi in appartamenti, oppure al Gambrinus, sempre di proprietà della famiglia Germani, trasformato in un Hard Rock Cafè. Per non parlare dell’Apollo, del Supercinema, del Teatro Nazionale e dell’Astra due, altra proprietà Germani.

Cinema OdeonOltre al tema dell’espulsione dei residenti e degli amanti del cinema, l’altro tema centrale è quello della cultura. Molte delle voci che si sono schierate a favore dell’operazione Giunti-Odeon hanno sottolineato il fatto che lo spazio è privato e che in fondo il privato può fare quel che vuole. Ma la cultura di una città non è una questione privata, è questione pubblica che riguarda tutti e tutte. Dovrebbe riguardare prima di tutto l’amministrazione che potrebbe e dovrebbe dire la sua su un’operazione di questo genere. Scontato che non sarà da questa amministrazione che arriverà un’inversione di tendenza, anzi.

Il Cinema Odeon ha certamente una proprietà, ma appartiene al tempo stesso alla città e ai suoi frequentatori. La bellissima sala realizzata da Alfonso Coppedè e Marcello Piacentini, le prime che ha ospitato, la programmazione in lingua originale, i classici restaurati. Su tutto questo non si può tirare una linea senza coinvolgere chi ha promosso e firmato l’appello. L’appello è stato in qualche modo un atto di amore, amore che sembra mancare a chi presenta per un luogo speciale un progetto stanco, figlio dell’altro ieri. Sarebbe bello che l’Odeon venisse affidato a qualcuno che è pronto ad una sfida verso il futuro e a investire soldi, intelligenza, preparazione e cultura in uno dei luoghi simbolo di Firenze.

Francesca Conti 

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mercoledì 26 gennaio 2022

PNRR A FIRENZE #3: COME VA LA SALUTE?

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su La Città invisibile, rivista del laboratorio politico perUnaltracittà – Firenze, a questo indirizzo [https://www.perunaltracitta.org/2022/01/24/pnrr-a-firenze-3-come-va-la-salute/] con licenza BY-NC-SA 3.0.  

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La sesta “missione” del PNRR è dedicata al tema “salute”. Sicuramente tra gli ambiti più carichi di aspettative da parte dei cittadini e delle cittadine, la sezione lascia a dir poco interdetti per l’insufficienza sia degli obiettivi perseguiti che delle risorse messe in campo.

Non è con la pandemia che abbiamo scoperto che la sanità italiana soffre di gravi carenze, ma da due anni a questa parte l’argomento è ogni giorno sulla bocca di tutti. Fin dall’inizio, quello della gestione della pandemia si è dimostrato essere un tema estremamente divisivo. Ci sono però delle critiche, o rivendicazioni, che sembrano accomunare molte persone, e che emergono ogniqualvolta riusciamo a svincolarci dal miope tentativo di costringere al vaccino pochi milioni di persone ancora restie.

Quando l’allora epidemia si è abbattuta con violenza sull’Italia ci siamo resi conto (più di prima) di quanto sia stato sbagliato tagliare negli ultimi quindici anni le spese legate alla sanità. Con le differenze territoriali che conosciamo, le strutture adibite alla prevenzione e alla cura, già ridotte all’osso, hanno ceduto di fronte ad un improvviso sovraccarico; gli operatori sanitari, in alcuni casi già sottoposti ad un lavoro usurante, hanno dovuto affrontare una situazione insostenibile, pagandone il prezzo, anche loro, in termini di salute. Nei mesi successivi l’epidemia si è diffusa in tutto il mondo, ricordandoci che i confini nazionali sono un’invenzione (peraltro molto recente) degli esseri umani, e che il sistema dei brevetti non è in grado di tutelare la salute delle persone ma solo i profitti delle aziende farmaceutiche e dei loro azionisti.

Stretti tra l’esigenza di un salario e quella di non ammalarci e contagiare i nostri cari, abbiamo visto a più riprese la nostra vita ridotta a mera forza lavoro. Abbiamo dovuto resistere e spesso adeguarci ad una ragione sanitaria riduzionista e sotto certi aspetti violenta, talmente tesa a tutelare l’“economia” e a far vaccinare tutti (ma solo in Italia) da dimenticare di combattere il sistema dei brevetti, di concedere pensioni anticipate ai lavoratori più a rischio, di permettere ai lavoratori dei settori non essenziali di restare a casa a parità di salario, di evitare che il carico di lavoro riproduttivo e di cura (in assenza di servizi e misure di sostegno) ricadesse totalmente sulle spalle delle donne, di implementare un adeguato sistema di messa in sicurezza e tracciamento dei contagi anche sui luoghi di lavoro, di potenziare strutturalmente i mezzi pubblici, di garantire mascherine e tamponi gratis per un maggiore automonitoraggio, di adeguare le scuole, le università, le biblioteche, i cinema e i teatri ad un’indesiderata convivenza con la pandemia. E ovviamente la sanità, non solo per far fronte all’”emergenza” pandemica, ma anche a tutti i controlli e gli interventi lasciati indietro e alla salute mentale, soprattutto dei giovani.

Gli investimenti previsti dal PNRR per risolvere questo nocivo stato di tensione ammontano a 15,63 miliardi di euro. Tuttavia, non sarebbe giusto, dopo una simile carrellata di problemi, isolare la missione “salute” dal Piano più ampio. Questo prevede in effetti corposi investimenti sulla rete ferroviaria (missione 3, componente 1 – 24,77 miliardi) e di meno corposi sui “servizi di istruzione: dagli asili nido all’università” (M4C1 – 19,44 mld), su “infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore” (M5C2 – 11,17 mld) e sulla “coesione territoriale” (M5C3 – 1,98 mld). 

Sommando i fondi in questione otteniamo una cifra apparentemente sostanziosa: 72,99 miliardi di euro su un totale di 191,5 prestati dalla Banca Centrale Europea. Purtroppo, scavando (per quanto ad oggi possibile), sotto la superficie di queste voci generiche, emerge ben presto tutto l’inganno della retorica e della propaganda.

Dei quasi 25 miliardi destinati all’ammodernamento in ambito ferroviario, l’investimento più massiccio è in effetti destinato alle “linee Alta Velocità nel nord che collegano all’Europa” (8,57), mentre una serie di interventi minori riguarda il Sud, i nodi ferroviari metropolitani (il sottoattraversamento TAV a Firenze beneficerebbe di questi finanziamenti), riorganizzazione e messa in sicurezza. Per il potenziamento delle linee regionali, le più utilizzate e affollate, non si arriva neanche al miliardo di euro per tutto il territorio nazionale (0,94).

Per quanto riguarda il mondo della formazione, gli investimenti rivolti alle urgenze di cui sopra sono ben inferiori rispetto al totale. Quello più rilevante è destinato ad “asili nido e scuole dell’infanzia e servizi di educazione e cura per la prima infanzia”, per cui sono previsti 4,6 miliardi di euro, a cui si aggiungono gli 0,96 per l’estensione di tempo pieno e mense e gli 0,3 per il potenziamento delle infrastrutture per lo sport nelle scuole. Alla constatazione che queste briciole non potranno in alcun modo rilanciare un settore così tanto lasciato a se stesso (o meglio, a coloro che se ne fanno carico: il più delle volte le madri), si aggiunge quella che potrebbe sembrare quasi una provocazione, se non fosse che chi ha redatto il PNRR intende spacciarla per normalità: l’aiuto alle famiglie dovrebbe passare per l’incoraggiamento della “partecipazione delle donne al mercato del lavoro”. Un bel modo di trovarsi un padrone anche fuori casa, oltre che al suo interno. L’inganno è presto svelato se si pensa che per favorire questa operazione il governo sta attualmente finanziando le imprese piuttosto che le donne stesse. 3,9 miliardi di euro saranno poi investiti per la messa in sicurezza e la riqualificazione dell’edilizia scolastica, che per quanto necessarie e benvenute non prevedono né un incremento degli spazi e degli insegnanti, né l’implementazione degli impianti di aerazione necessari per rendere più sicure le scuole anche a livello sanitario. Nessun tipo di investimento simile è previsto nemmeno per le università.

Nell’ambito delle infrastrutture sociali invece, sul totale di 11,17 miliardi di euro, se ne prevedono 2,8 per edilizia residenziale pubblica, 1,45 per “servizi sociali, disabilità e marginalità sociale”, 0,27 per il “superamento degli insediamenti abusivi per combattere lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura” e 0,7 per “sport e inclusione sociale”. Una vera rivoluzione insomma. A fare la parte del leone saranno cinquanta sfumature di gentrificazione, operazioni stimolate da ben 5,75 miliardi di euro. Sotto la voce “coesione territoriale” troviamo infine 0,83 miliardi per il potenziamento di servizi e infrastrutture sociali di comunità e per finanziare servizi sanitari di prossimità.

A seguito di questa scrematura l’ammontare dei prestiti che esulano dalla missione “salute”, ma che comunque tenteranno di rispondere alle aspettative dei cittadini si sono notevolmente ridotti: dei 72,99 miliardi di euro che avevamo inizialmente individuato ne rimangono solo 12,85. Fortuna che rimane ancora da analizzare la sesta missione del Piano.

La sezione salute prevede un investimento totale di 15,63 miliardi di euro, divisi tra le due componenti “reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale” (7) e “innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale” (8,63). Di nuovo: apparentemente un sacco di soldi, ed era l’ora. Di nuovo: approfondendo emerge che le spese rivolte alla maggior parte dei cittadini sono solo una minima parte. La prima componente, ad esempio, prevede 3 miliardi per le Case della Comunità e per gli Ospedali di Comunità (assistenza sanitaria intermedia), ma in maniera apparentemente sproporzionata destina gli altri 4 alla telemedicina, un servizio certamente utile, ma che non rientra sicuramente tra le priorità delle persone, soprattutto in un momento come questo in cui abbiamo capito quanto sia importante (ripristinare) il contatto umano anche per l’assistenza sanitaria (con le dovute precauzioni, ovviamente). La seconda è quasi interamente dedicata all’aggiornamento tecnologico e digitale ospedaliero (7,36 – ben venga), con buona pace della ricerca e di tutto quanto non è stato nemmeno preso in considerazione.

Il PNRR, a pandemia ancora in corso, risponde alle nostre necessità di prevenzione e cura della salute con poco più di 20 miliardi di euro per i prossimi cinque anni. In Toscana, mentre mancano i tamponi, con le Asl intasate e i medici di base estenuati, i sindacati sono costretti a minacciare uno sciopero per chiedere nuove assunzioni, salvo poi i confederali ritirare lo stato di agitazione di fronte alle prime fumose promesse della Regione. Quest’ultima peraltro ha recentemente stilato e diffuso il proprio piano d’azione: 173,5 milioni di euro, a cui si aggiungono i 20 già deliberati di fondo complementare, da investire in sanità territoriale.

Fortunatamente ammettono in chiosa di essere consapevoli che servirebbero ben altri investimenti; sfortunatamente non siamo in grado di trovare pace nel più classico dei rimpalli istituzionali.

FONTE: https://www.perunaltracitta.org/2022/01/24/pnrr-a-firenze-3-come-va-la-salute/

Eugenio Conti, laureato in Antropologia culturale ed etnologia all’Università di Bologna.

giovedì 28 gennaio 2021

Lucca insorge contro lo scippo della ex Manifattura Tabacchi

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su La Città invisibile, rivista del laboratorio politico perUnaltracittà – Firenze, a questo indirizzo [ https://www.perunaltracitta.org/2021/01/25/lucca-insorge-contro-lo-scippo-della-ex-manifattura-tabacchi/] con licenza BY-NC-SA 3.0.

Lucca è una città che insorge, alza la testa e reagisce ad un progetto scellerato di privatizzazione e trasformazione del complesso monumentale della ex Manifattura Tabacchi in condominio di lusso, con corredo di parcheggi e impropriamente collegato alle Mura Urbane con una passerella sopraelevata. È quanto previsto dal Project Financing presentato dalla COIMA SGR spa, sostenuto dalla locale Fondazione Cassa di Risparmio (CRL) e avallato dall’Amministrazione comunale, contro il quale un articolato fronte di cittadini si è attivato per bloccarne la realizzazione e proporre alternative socialmente ed ecologicamente adeguate al sito e al contesto.

L’ex Manifattura Tabacchi, di proprietà del Comune, è sottoposta dal MIBACT al Vincolo diretto di Tutela (n. 530/2013) che ne riconosce lo straordinario valore proprio a partire dalla sua unitarietà architettonica e urbanistica: esso “mantiene importanti porzioni del tessuto urbano storico di Lucca, strutture architettoniche di notevole valore. […] Nel suo insieme e nelle originarie parti che lo compongono, riveste particolare interesse storico e architettonico”. Il Codice dei Beni culturali e le prescrizioni della Soprintendenza sono il contesto normativo entro cui far ricadere gli interventi di recupero dell’area.

Da tempo, il complesso monumentale ha attirato le attenzioni speculative della COIMA SGR spa di Manfredi Catella, noto personaggio della finanza immobiliare meneghina, cresciuto all’ombra di don Totò, il tanto discusso Salvatore Ligresti da Paternò. Attenzioni promosse dalla Fondazione (CRL) e purtroppo sostenute da una debole Amministrazione comunale, sindaco Tambellini, che, in nome di un’errata idea di rigenerazione urbana, si avventura sul terreno scivoloso della cosiddetta urbanistica contrattata.

La proposta, formulata da COIMA/Fondazione CRL, consiste nel Project Financing per la progettazione, realizzazione e gestione dei parcheggi pubblici del comparto sud dell’area, peraltro già esistenti e proficuamente gestiti dalla Metro srl del Comune. Il Project in realtà è un pretesto per poter accedere alla proprietà degli edifici del comparto sud della Manifattura, da valorizzare secondo le collaudate logiche di profitto delle finanziarie immobiliari: frammentazione dell’unitarietà del complesso monumentale in una novantina di appartamenti circa, per di più in una città con un alto numero di case vuote, sono circa 57 mila, una su quattro, una delle percentuali più alte della Toscana. Non può mancare il solito corredo di alberghi, negozi, uffici e centri commerciali con ampia disponibilità di parcheggi gestiti dal proponente: pratiche da periferia urbana che ormai investono anche i centri storici.

Non è un caso che un ampio fronte di associazioni, comitati, studiosi e cittadini manifesti la propria opposizione al progetto, in difesa delle prerogative pubbliche e storiche dell’area. Non ultimo il gruppo “Uniti per la Manifattura” che nei giorni scorsi ha promosso un appello “No alla vendita della Manifattura” che invitiamo a sottoscrivere.

A integrazione della quarantennale concessione per la gestione dei parcheggi (fino al 2063), COIMA & C. chiedono che, per far fronte agli investimenti previsti, il Comune contribuisca, guarda caso, proprio con la cessione della proprietà degli immobili dell’intero complesso monumentale sud della Manifattura ad un Fondo immobiliare denominato “COIMA Urban Regeneration Fund II”, finanziato dalla Fondazione, che, come sappiamo, non naviga proprio in acque tranquille, visti gli 80 milioni di disavanzo patrimoniale. Il Fondo sarà gestito dalla stessa COIMA (partner il locale Studio ReP Rocco e Puccetti Architetti).

Stupisce dover constatare che il valore attribuito da COIMA all’intero complesso immobiliare, e accettato dal Comune, è di soli 3,2 milioni di euro, quando invece lo stesso Comune di Lucca nel febbraio 2017 aveva messo all’asta il solo edificio A (pari a 1/3 circa della superficie dell’intero complesso) per ben 5 milioni di euro. Perché il Comune non reagisce a questa svendita?

Ns. elaborazione da tavole progetto

Gli immobili della Manifattura, quindi, corrono il rischio di essere trasformati in anonimi casermoni che galleggiano su un mare di automobili private, a dispetto delle più recenti e appropriate politiche di contenimento della mobilità privata e di miglioramento delle condizioni ambientali, soprattutto in una città come Lucca, che in Toscana detiene il primato della pessima qualità dell’aria. Risibile l’ostentata promozione delle piazze pubbliche, in particolare di quella sopraelevata (F1) sul parcheggio a due piani, che, non potendo ospitare alberature significative, corre il rischio di trasformarsi, durante la stagione estiva, in una arroventata piastra in cemento armato con relativo effetto sauna sugli incauti avventori ed edifici circostanti. Per non farsi mancare nulla, i proponenti del project, per incamerare il valore aggiunto della vicinanza delle Mura Urbane e del Bastione San Paolino, prevedono di collegarli alla piazza rovente F1 con una passerella sopraelevata su Via del Pallone, in corrispondenza di un varco terrazzato nell’edificio C1, in spregio dei Vincoli di tutela storica e artistica del complesso monumentale delle Mura Urbane.

Ns. elaborazione da tavole progetto

Tutto questo potrebbe accadere nonostante il già citato Vincolo di tutela del MIBACT e le successive prescrizioni del Segretariato Regionale, con le quali l’alienazione è autorizzata (n. 210/2016 e n. 148/2019) a condizione che, per “garantire la conservazione dell’immobile e la permanenza materiale di tutti gli elementi originari”, siano ammessi solo interventi di manutenzione ordinaria e di restauro e siano escluse le destinazioni d’uso residenziali e/o ricettive, mentre gli usi, anche temporanei, dovranno essere compatibili con il carattere storico e artistico del complesso architettonico.

E invece COIMA/Fondazione e la stessa Amministrazione comunale, negli atti ufficiali, prevedono, secondo noi contra legem, la frammentazione del Complesso monumentale in appartamenti e negozi, che ne alterano la sostanziale unitarietà e coerenza. Evidente quindi la manomissione architettonica che verrebbe consentita dai previsti interventi di ristrutturazione e sostituzione edilizia, ben più permissivi degli unici consentiti dalle attuali norme, quelli di manutenzione e di restauro conservativo.

Come siamo giunti all’attuale svilimento delle norme di tutela dell’intera area della ex Manifattura? In questo senso l’azione del Comune è stata decisiva avendo approvato a settembre del 2020, dopo lunga e controversa gestazione, una Variante urbanistica che in gran parte aderisce alle istanze dei proponenti mentre, come abbiamo visto, si schiera in aperto conflitto proprio con il Vincolo di Tutela del MIBACT e delle relative prescrizioni. Non solo, ma è la stessa amministrazione Tambellini che si fa interprete dei desiderata dei proponenti presentando proprio al MIBACT, in ben due occasioni (giugno e agosto 2020), una richiesta di “rimodulazione” delle prescrizioni, ossia di revisione delle stesse prescrizioni in modo favorevole al project. A giustificazione della richiesta denuncia lo stato di degrado dell’immobile, di cui però è responsabile lo stesso Comune, e la sopraggiunta “proposta di project financing” che non può essere disattesa. L’applicazione da parte del Comune della procedura semplificata della Variante e l’esclusione della Valutazione Ambientale Strategica (VAS) rendono ancor più pesante il quadro della situazione. Queste procedure avrebbero garantito un’effettiva partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, il Comune si è guardato bene dall’attivarle.

In questa vicenda ad essere messo sotto tutela è proprio il Comune di Lucca. Le prescrizioni capestro che COIMA & C. pongono all’accettazione della loro proposta ledono profondamente la dignità dell’istituzione pubblica, e ne espropriano le prerogative di autonomo governo della casa comune. Nei prossimi 40 anni il Comune sarà costretto, se accetta la proposta del project, a concordare con i proponenti le nuove politiche della mobilità cittadina, non potrà limitare l’accesso all’area (es. ZTL), non potrà rilasciare nuove concessioni per la realizzazione di parcheggi entro un raggio di 500 metri da quelli della Manifattura, non potrà approvare tariffe inferiori a quelle (piuttosto alte) della concessione, dovrà ridurre del 70% gli oneri di urbanizzazione, non potrà riscuotere la COSAP, dovrà intraprendere, in caso di opposizione sociale al progetto, lo “sviluppo di studi e attività finalizzate a far comprendere i risparmi a beneficio della collettività in modo tale da far emergere l’utilità pubblica dell’opera”.

Il mancato rispetto delle clausole consentirà a COIMA & C. il diritto di riequilibrio del piano economico finanziario a loro favore e di risoluzione del contratto per colpa del Comune, cui verrebbero addebitate penali salatissime. Sono condizioni arroganti e inaccettabili che prefigurano un vergognoso ribaltamento dei ruoli con l’Amministrazione comunale che, dalla multinazionale meneghina, vedrebbe limitata pesantemente la propria azione di governo della città.

È quanto dobbiamo purtroppo constatare in questo periodo di crisi pandemica: l’azione delle finanziarie immobiliari è diventata molto più aggressiva rispetto ai mesi passati. Non solo saccheggiano il patrimonio pubblico a prezzi di realizzo ma, ponendo condizioni irrevocabili, si candidano al governo privato della città. Le deboli amministrazioni comunali stanno a guardare se non ad assecondare e promuovere le iniziative di gestione privatistica della nostra casa comune.

Non è un caso quindi che in città si sia creato un fronte molto ampio di opposizione a questo esproprio che è innanzitutto di carattere culturale ma anche affettivo, visto che la storia della comunità locale si identifica in gran parte con la storia sociale ed economica della Manifattura Tabacchi, e visto che si perderebbe anche una significativa occasione di ripensamento della città in chiave post-pandemica. Gruppi di studio, di ascolto dei bisogni della città e di formulazione di proposte alternative alla privatizzazione sono curati dalla rete “Manifatturiamo”, recentemente costituitasi.

La verifica della convenienza economica dell’affaire è passata al setaccio dagli approfondimenti curati da “Libera Manifattura”, visti i mancati introiti che il Comune subirà con la cessione della gestione degli attuali parcheggi, con la mancata riscossione dei tributi locali e con la cessione della proprietà degli immobili.
Le Associazioni ambientaliste hanno diffidato formalmente il Comune dal mettere in atto questo progetto, non ottenendo alcun riscontro, mentre in una “memoria partecipativa” dello scorso dicembre, invitano il MIBACT a confermare il diniego della trasformazione residenziale della ex Manifattura e a vigilare attentamente sulle prospettive di riqualificazione del sito. Critiche esplicite, nel metodo, provengono dall’interno della stessa Fondazione, mentre si fa strada anche l’ipotesi di un ricorso alla magistratura.

Insomma l’Amministrazione Tambellini deve prendere atto del suo sostanziale isolamento.

Il prossimo 24 febbraio scadrà il termine utile per l’accettazione della proposta di project presentata da COIMA e partners. Sarà proprio questa l’occasione che il Comune avrà o per lasciarla decadere del tutto o per continuare a sfidare le prescrizioni del Codice dei Beni Culturali, del MIBACT e la volontà di partecipazione democratica espressa dai cittadini.

Tertium non datur!

*Antonio Fiorentino

FONTE: https://www.perunaltracitta.org/2021/01/25/lucca-insorge-contro-lo-scippo-della-ex-manifattura-tabacchi/

mercoledì 23 dicembre 2020

“A chi fa gola Firenze” di Antonio Fiorentino, è uscito il nuovo ebook perUnaltracittà

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su La Città invisibile, rivista del laboratorio politico perUnaltracittà – Firenze, a questo indirizzo [https://www.perunaltracitta.org/2020/12/22/a-chi-fa-gola-firenze-di-antonio-fiorentino-e-uscito-il-nuovo-ebook-perunaltracitta/] con licenza BY-NC-SA 3.0.

DI  · 22 DICEMBRE 2020

“A chi fa gola Firenze” è un’inchiesta (prefazione di Lucia Tozzi) che indaga e rende trasparente quel mondo costituito da società multinazionali, holding finanziarie e immobiliari, fondi pensione, banche e assicurazioni, società di intermediazione, nelle cui mani sono state consegnate le chiavi della comunità urbana, in assenza di una qualsivoglia forma di politica pubblica delle trasformazioni urbane capace di difendere gli interessi collettivi.

L’inchiesta è stata curata da Antonio Fiorentino, architetto che vive e lavora tra Pistoia e Firenze dove rischia la pelle girando in bici tra bus, auto e cantieri. Attivo in perUnaltracittà, dove è impegnato nel Gruppo urbanistica, è tra i fondatori de La Città Invisibile. Il libro è scaricabile gratuitamente in formato pdf, mobi, epub nella Biblioteca di perUnaltracittà.

Le logiche degli investimenti di cui si dà conto in “A chi fa gola Firenze” sono quelle dello sfruttamento neocoloniale: accaparramento e banalizzazione delle ricchezze storiche collettive, dell’anima sociale dei luoghi e dell’ambiente di vita degli abitanti, in cambio di una illusoria partecipazione al banchetto dello sviluppo e della modernità. Ad essere colpiti i diritti di chi abita, vive e lavora a Firenze, tramite la trasformazione e lo svilimento di alcuni dei pezzi più pregiati della città tra cui l’Ospedale militare, la Manifattura Tabacchi, il Teatro Comunale, il Monte dei Pegni, la sede della Cassa di Risparmio.

FONTE: https://www.perunaltracitta.org/2020/12/22/a-chi-fa-gola-firenze-di-antonio-fiorentino-e-uscito-il-nuovo-ebook-perunaltracitta/