VALORIZZARE DIFENDERE SALVAGUARDARE LA VAL DI SIEVE

L' Associazione Valdisieve persegue le finalità di tutelare l'ambiente, il paesaggio, la salute, i beni culturali, il corretto assetto urbanistico, la qualità della vita e la preservazione dei luoghi da ogni forma d'inquinamento, nell'ambito territoriale dei comuni della Valdisieve e limitrofi.

EVENTI 2

  • LABORATORIO RIUSO E RIPARAZIONE A LONDA 

Le attività e aperture del Laboratorio di Riparazione e Riuso di Londa 
sono il mercoledì e il sabato pomeriggio.

CALENDARIO

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lunedì 19 gennaio 2026

𝙁𝙐𝙉𝙕𝙄𝙊𝙉𝘼𝙍𝙄 𝘽𝙊𝙉𝙄 𝙑𝙄𝙍𝙄, 𝙎𝙊𝙋𝙍𝙄𝙉𝙏𝙀𝙉𝘿𝙀𝙉𝙕𝘼 𝘼𝙐𝙏𝙀𝙈 𝙈𝘼𝙇𝘼 𝘽𝙀𝙎𝙏𝙄𝘼

FONTE https://italianostrafirenze.wordpress.com/wp-content/uploads/2026/01/cementificiopelago_articoloperfq_claudiocantella.pdf

Palazzina Cementificio
Dopo le tante e sciagurate vicende che hanno martoriato e che stanno continuando a martoriare Firenze negli ultimi tempi - si pensi, solo per citarne alcune di un elenco lunghissimo: all’ex Panificio Militare in Via Mariti, distrutto per far posto a un supermercato che però è crollato in fase di costruzione (facendo peraltro cinque morti); alla ex Succursale FIAT in Viale Belfiore, distrutta per far ospitare al massiccio Social Hub; all’ex Teatro Comunale distrutto (in gran parte) per costruire l’ormai tristemente famoso “Cubo Nero”; alle tante parti interne degli isolati di matrice medievale dell’ex Ospedale Militare in Via San Gallo, distrutte per erigere due massicci “pacchettoni di sigarette” edilizi; allo Stadio Franchi di Pier Luigi Nervi (tutelato culturalmente), fatto oggetto di un'operazione dagli esiti di assai dubbio valore, per il calcio e per la città, - si profila all’orizzonte l’attuazione dell'ennesimo scempio, per responsabilità della pressoché sconosciuta CO.RE.PA.CU. (Commissione Regionale per il Patrimonio Culturale) che opera in Toscana per conto del MiC (Ministero della Cultura). 

È dunque la conferma che, ahimé, la storia e la memoria culturale, per la Soprintendenza di Firenze, non sono un bene da proteggere, conservare e trasmettere. Anzi se ne può fare a meno e pertanto via con decisioni dubbie, che implicano demolizioni e ricostruzioni indiscriminate (e l’UNESCO dove lo mettiamo?). 

È la storia, questa, di un opificio dove dal 1910 si produceva il cemento, a San Francesco di Pelago, accanto Pontassieve, a dodici chilometri da Firenze, contado produttivo della capitale toscana. 
Infatti, a quanto si apprende dagli atti ufficiali consegnati dalla Soprintendenza di Firenze a Italia Nostra (prot. SABAP-FI n. 36030 del 12/12/2025), la CO.RE.PA.CU. della Toscana - composta dall'arch. Antonella Ranaldi (Sop. ABAP Firenze), dall'arch. Valerio Tesi (Sop. ABAP Pisa), dall'arch. Gabriele Nannetti (Sop. ABAP Siena), dalla dott.ssa Angela Acordon (Sop. ABAP Lucca), dal dott. Stefano Casciu (Direzione Regionale Musei) - ha respinto la proposta avanzata dall'arch. Emanuele Masiello, funzionario decano della Soprintendenza di Firenze, di assoggettare a tutela culturale - ai sensi dell'art. 10, comma 3, lettera a) e lettera d) del vigente Codice dei Beni Culturali (D.Lgs. n. 42/2004) - il complesso industriale dismesso ex Monsavano poi ex Italcementi e infine Colacem, nel Comune di Pelago (FI), in quanto da egli ritenuto di interesse "particolarmente importante", sia per la storia della cultura industriale in Toscana e in Italia, sia per l'apporto fornito alla sua edificazione dal noto architetto Gherardo Bosio, autore di molti edifici e piani urbanistici in Albania e in altri Paesi legati all'Italia durante gli anni '30 del Novecento, nonché di tante altre opere in Firenze e dintorni, tra cui la pregevole Club House del Golf dell'Ugolino. 

La proposta dell’arch. Masiello, di per sé doverosa, appare peraltro giusta e motivata anche per l'assenza, sull'area dello stabilimento, di tutele paesaggistiche, la qual cosa espone di fatto il vetusto Cementificio dismesso, di cui sono evidenti i molteplici e documentati pregi, alla pressoché certa e totale demolizione, a meno che il Comune di Pelago non la impedisca con suoi atti. Pertanto, quella assunta dai componenti della CO.RE.PA.CU. è una decisione molto grave, che parrebbe evidenziare l'esistenza di una realtà allucinante, nella quale il massimo organo ministeriale che in Toscana dovrebbe provvedere alla tutela del patrimonio culturale, nei fatti si rende responsabile della sua distruzione. 
Uffici e Silos
Nel verbale della riunione tenutasi il 16/11/2025 (e che si rende pubblico insieme alla presente nota), si legge infatti che “la commissione, all’unanimità (sic!), non ravvede motivi tali da dichiarare di interesse particolarmente importante il bene (sic!) in oggetto, sia considerato lo stato conservativo attuale, sia verificato che il progetto originario del Bosio non risulta riconoscibile, se non in maniera del tutto frammentaria nella Palazzina dirigenziale, presentandosi l’intero complesso fortemente trasformato nello stato attuale”. 
Si tratta però di una motivazione di scarso valore, giacché lo “stato conservativo” non è un dato che solitamente, per dottrina e per prassi, condiziona le valutazioni di interesse culturale anche “particolarmente importante” (come dimostrano le tante altre opere in pessimo stato di conservazione che sono state assoggettate a tutela, tra cui, solo per fare un noto e vicino esempio, lo Stabilimento delle Ceramiche Brunelleschi nel Comune di Pontassieve). Si può peraltro aggiungere che la motivazione della CO.RE.PA.CU. pare avulsa dalla reale conoscenza dei fatti, giacché non è vero che l’apporto progettuale di Bosio sia irriconoscibile, ma è al contrario ben riconoscibile, specie nei silos cementizi che sono ancora oggi visibili, e che identificano anche da lontano l'immagine architettonica del complesso. Parrebbe quindi che i membri della CO.RE.PA.CU. abbiano visionato male (o non abbiano visionato affatto) la documentazione istruttoria, senza darsi nemmeno la briga di compiere i doverosi approfondimenti, prima di emettere il verdetto che condanna di fatto il Cementificio alla sicura demolizione.

Inoltre, si direbbe che sia stata del tutto ignorata la possibilità di recuperare ovvero di rigenerare l'ex Cementificio, destinandolo a nuovi usi mediante adeguati progetti, come è stato chiaramente prospettato nei documenti di supporto alla proposta di dichiarazione di interesse culturale, e come dimostrano le tante valide esperienze compiute in altri contesti italiani e stranieri. 
Insomma, pare che sia del tutto mancata la basilare presa d'atto del valore culturale che l'ex Cementificio indubbiamente possiede, in quanto bene patrimoniale di una comunità che anche intorno al grande stabilimento produttivo, ha costruito gran parte della sua identità storica, nel corso del Novecento. 

Interno cementificio
Risulta infatti evidente che Soprintendenza e CO.RE.PA.CU. non tengono minimamente conto del valore della memoria, anzi la disconoscono, la annullano rendendo possibile la cancellazione di ogni traccia fisica che possa richiamarla. Il che costituisce un fatto scandaloso e avvilente, che non può essere taciuto alla pubblica opinione, sia per auspicare la revoca della decisione assunta dalla CO.RE.PA.CU. sia per richiamare l'attenzione nazionale e mondiale sulla grave situazione d'emergenza che si sta vivendo a Firenze negli ultimi anni, anche a causa dell'operato della locale Soprintendenza che, nei suoi vertici, pare inconscia del danno che sta arrecando all'immagine e al prestigio di una istituzione considerata storicamente benemerita. 

Le istituzioni che avrebbero il compito di tutelare i nostri beni rinunciano a questo scopo primario (ma perché?), non contemplando evidentemente tra i propri compiti l’immateriale memoria a cui attinge la cultura. Eppure, i monumenti che costituiscono il nostro ricco patrimonio storico non sono solo quelli a cui si depongono le corone di fiori ma anche i luoghi che ricordano la vita di donne e uomini, luoghi che trasmettono orgoglio, testimonianze di cultura del lavoro e del sacrificio. 

Claudio Cantella, architetto e urbanista 
Pontassieve, 4 gennaio 2026  
FONTE ARTICOLO: BLOG ITALIA NOSTRA 

giovedì 28 gennaio 2021

Un'idea per l'Ex Cementificio e Area Miniera e Cave Monsavano, elaborata dall'Eco Museo della Montagna Fiorentina

Pubblichiamo l'idea dell'Ecomuseo, aggiungendo che oltre ad essere un'ottima idea, c'è da considerare che per la parte ambientale delle cave, della montagna Monsavano ecc, era già stato presentato a suo tempo (2016) un progetto di RECUPERO AMBIENTALE (documenti pesanti da scaricare)......che ben si presterebbe ad appoggiare questa idea.

Vi ricordiamo di condividere e firmare la PETIZIONE A RIGUARDO QUI. Grz

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Il biglietto da visita della Montagna Fiorentina verso Firenze si colloca proprio alla confluenza della Sieve con l’Arno in quella lingua di terra alla base della montagna dove sorge l'ex Cementificio e spicca il Monsavano con le sua cava di estrazione mineraria: un luogo che presenta anche una notevole importanza ecosistemica per la presenza dei due fiumi e la presenza di terrazzamenti olivati e varietà botaniche interessanti come l’abbondante ginestra. La nostra proposta pone una visione diversa sulla gestione dell’area che vada a considerare tutti gli aspetti già presenti, che coinvolga la cittadinanza e coloro che vi hanno lavorato in passato, e che tramite una riqualificazione, adeguamento, bonifica e messa in sicurezza dei vari ambienti e delle strutture esistenti porti alla realizzazione di un Parco Minerario delle Arti Estrattive.

Questo porterebbe un indotto lavorativo sul territorio con una ricaduta economica diretta sulla popolazione locale, oltre che rappresentare un antenna, un punto di riferimento per tutto il territorio dove non c’è niente di simile.

 

Gli scopi principali della nostra proposta si muovono su due livelli:

  • Scopo educativo culturale: tutti siamo più o meno consapevoli dell'importanza per la civiltà moderna del cemento ma poche persone sanno da dove viene, come si fa, i metodi di estrazione e lavorazione, l'impatto ambientale e sociale. La storia del cemento ha radici proprio in Italia con la civiltà Romana e si è evoluta fino ad oggi restando costantemente utilizzato dall’uomo per le sue opere.  Sarebbero coinvolte non solo le scuole dell’obbligo, con percorsi a tema adatti a diverse fasce di età ma anche professionisti, tecnici e studenti universitari allestendo spazi appositi con laboratori e test sui materiali e le sue diverse declinazioni. Un'area espositiva dedicata ai prodotti minerari dai quali si ricavano gli ingredienti per un conglomerato cementizio permetterà di espandere gli argomenti trattati alla particolare condizione geologica della Valdisieve e Valdarno, con tutte le implicazioni didattiche sui movimenti sismici e lo studio degli smottamenti, ma anche sull’importanza di un suolo sano, ricco e vivo in ambito agricolo.
  • Scopo economico e di sviluppo: la realizzazione di un Parco Minerario al posto della miniera significherebbe dotare l'area di una peculiarità, che se giustamente utilizzata, potrà sviluppare un indotto economico importante aumentando la fruizione turistica dell'intera zona, oltre che dare direttamente lavoro a un numero considerevole di operatori addetti alla fruizione, alle attività didattiche, alle visite, alla manutenzione, allo studio ed alla promozione dell’area, alla creazione di eventi su tematiche varie offrendo così lavoro a figure professionali di una ampia gamma di preparazione culturale e specialistica.

Di seguito come proponiamo di realizzare il complesso:

 

L'area dedicata alla lavorazione del materiale ed altri edifici, debitamente attrezzati e adattati in parte all'accoglienza turistica ed in parte alla fruizione e alle visite, potrebbero sia valorizzare la storia dell’estrazione in questi luoghi e di chi ci ha lavorato, sia affrontare le criticità ambientali ed i risvolti negativi per inquinamento, rischi sul lavoro, trasformazione del territorio. Un' Area così strutturata ed organizzata potrà caratterizzare da un punto di vista turistico, socio-culturale e scientifico il territorio divenendo un polo attrattivo importante avendo tutte le caratteristiche necessarie: argomento interessante, raggiungibilità, originalità, facilità di fruizione.

 

Le aree invece destinate alle opere di estrazione vera e propria dovrebbero essere messe in sicurezza e rese visitabili. La particolarità della cava del Monsavano sta sia nella vista mozzafiato delle aree esterne in vetta al promontorio, e già utilizzata da molte persone che utilizzano le viabilità per passeggiate, escursioni, attività sportive, sia la miniera sottostante con il dedalo di caverne e gallerie artificiali create nel ventre del monte che consentono visite dalla grande suggestione, oltre ad essere luoghi di osservazione e di studio per appassionati e scienziati.

Questa nostra idea-proposta si potrà inquadrare nel contesto della legge Legge regionale 25 febbraio 2010, n. 21 Testo unico delle disposizioni in materia di beni, istituti e attività culturali. che delinea le attività ecomuseali, ne definisce gli alti scopi e ne permette il finanziamento.

La parte di azione di ristrutturazione e adeguamento delle strutture esistenti potrebbero essere inseriti

nelle misure di imprenditoria giovanile partecipando a Bandi Contributi a Fondo perduto godendo di

agevolazioni e fideiussioni finalizzate allo sviluppo di imprese e di creazione posti di lavoro che la regione Toscana mette in campo.

Non ultimo parte delle attività di ripristino ambientale della cava e della miniera potrebbero essere

modificate nel senso di un ripristino conservativo finalizzato alla fruizione nell’ottica di un Parco Minerario e Geologico con importante risparmio di risorse economiche altrimenti dedicate a far scomparire la cava e la miniera sottostante.

 

PARCO MINERARIO E DELLE ARTI ESTRATTIVE - POLO INTERNAZIONALE

 

Un centro di questo tipo, che valorizzi le strutture esistenti reimpiegandole come sedi di accoglienza turistica e congressuale, spazi espositivi per le aziende del territorio, ufficio informazioni e prenotazioni turistiche e dei servizi della Montagna Fiorentina, spazi museali e che consentisse l’accesso in sicurezza alle gallerie presenti sotto Monsavano sia per turisti sia per speleologi, visitatori, scuole, ricercatori, diverrebbe un importante Polo Internazionale di attrazione turistica, culturale e sociale, nonché sede per distaccamenti universitari di Geologia, Architettura, Ingegneria, Scienze Forestali... con indotto socio- economico sul territorio notevole ed impiego di numerose categorie professionali anche nuove ed innovative. La vicina Stazione delle Ferrovie di Pontassieve inoltre potrebbe essere messa in collegamento con il sistema ciclopedonale già esistente lungo la Sieve dal lato di Pontassieve.

Dunque l'intera area diventerebbe un “portale di ingresso” a 360°nelle tipicità, bellezze, valenze agricole, forestali, storiche, paesaggistiche e salutari della Montagna Fiorentina e della Val di Sieve viste non più come zone anonime di transito verso il Valdarno, il Casentino il Mugello e verso Firenze e Arezzo ma come luoghi di interesse dove star bene, dove ritrovare eccellenze uniche e dove vivere e lavorare al meglio!


giovedì 24 dicembre 2020

PETIZIONE: Ex-Italcementi, basta con i centri commerciali, salviamo l’economia del territorio.

AIUTATECI A DIVULGARE LA PATIZIONE CHE TROVATE A QUESTO LINK

https://www.change.org/p/comune-di-pelago-ex-italcementi-basta-con-i-centri-commerciali-salviamo-l-economia-del-territorio?utm_source=share_petition&utm_medium=custom_url&recruited_by_id=c02ce390-45d5-11eb-87c9-6bf91892428e

La situazione attuale con la crisi sanitaria ed ecologica in atto ci spinge a ripensare ad un modello di sviluppo che favorisca gli esercizi locali, a minore impatto ambientale e resilienti per le comunità. È chiaro a tutti come la creazione di moltissimi centri commerciali in tutta Europa abbia progressivamente svuotato i centri cittadini, impedendo la sopravvivenza delle economie locali e favorendo invece lo sviluppo di un modello incentrato sul guadagno di pochi e lo sfruttamento di molti.

Ci sono però dei luoghi che ancora resistono, dove la variegata presenza di piccoli esercizi rende la vita migliore e dà lavoro a molte persone, distribuendo la ricchezza senza portare risorse preziose nelle mani di grandi aziende che il più delle volte risiedono dall’altra parte del mondo.

Nell’Unione dei Comuni della Valdisieve, in provincia di Firenze, è in corso di definizione il nuovo Piano Strutturale Intercomunale, uno strumento nuovo che si pone l’obiettivo di tutelare il territorio da uno sfruttamento selvaggio ed insensato salvando questi luoghi caratterizzati da una varietà paesaggistica unica. Ma il tentativo di fare delle operazioni meno sostenibili, prima che venga approvato e che entri in vigore, è visibilmente molto forte.

Nel comune di Pelago, sul territorio limitrofo al centro di Pontassieve, dopo la realizzazione di un centro logistico di 14.000 mq sul fianco di una collina, si stanno facendo delle operazioni che sembrano portare verso la futura costruzione di un nuovo quanto inutile centro commerciale nell’area dell’ex-cementificio Italcementi. La nascita di questa struttura, di dimensioni spropositate rispetto al bacino di utenza, spazzerebbe via l’economia locale dei due paesi, costringendo molti esercizi a chiudere i battenti, lasciando il deserto dove oggi resistono molte attività indipendenti e storiche, già pesantemente danneggiate dalla presenza degli attuali supermercati storici.

Non si tratta solo dei commercianti, ma di tutti i cittadini che vedrebbero il loro territorio svuotato di quei pochi segni di vita che ancora resistono. Le previste compensazioni atte a sanare il sacrificio del territorio non sono sufficienti né adeguate: non ci si deve dimenticare infatti che lo spazio dell’ex cementificio, ha segnato profondamente i nostri luoghi e la nostra storia negli ultimi cento anni, dando sì lavoro e occupazione, ma anche portandosi via vite, sfruttando e inquinando irreparabilmente il territorio.

Riteniamo quindi sia meglio destinarlo ad opere di utilità sociale, culturali, che possano rilanciare l’economia invece che distruggerla: biblioteche, cinema e teatro, spazi per gli artigiani, un centro di riuso e, perché no, un distaccamento di una facoltà universitaria che possa riportare i giovani a conoscere questa meravigliosa parte della Toscana. Questi sono, ovviamente, solo degli esempi; sarebbe necessario iniziare un percorso condiviso per capire, insieme a tutta la popolazione, come utilizzare questa che è una enorme ricchezza, in modo che divenga il centro di un vero, duraturo e sostenibile sviluppo per la Valdisieve.

È importante bloccare questi progetti dannosi, imposti dall'alto e contrari ai principi dello sviluppo sostenibile. Non è solo una lotta locale, ma riguarda tutti. Siamo chiamati a proteggere i territori nella loro diversità, una ricchezza che permea la vita stessa delle persone, salvandoci da un’omologazione economica e disastri ecologici che mettono a rischio la nostra vita ed il futuro dei nostri figli.

Lanciata da 

martedì 11 agosto 2020

Le sorti dell'area EX Cementificio // lettera congiunta ai sindaci

Spett. Sindaci dei Comuni di Pontassieve, Pelago, Rignano sull’Arno e Rufina

Oggetto: Area ex cementificio di Pelago a San Francesco

Consultando il sito del comune di Pelago, alla pagina “Proposte di trasformazione urbanistica”, abbiamo notato che in questi ultimi tempi l’area in oggetto ha suscitato un certo interesse affinchè si facessero delle Varianti di destinazione d’uso. Una volta per costruirci abitazioni più centri commerciali, un’altra volta solo per centri commerciali, che però non fossero in contrapposizione con i negozi di vicinato già esistenti (lungimiranti, dopo le tante proteste avvenute anche durante la campagna elettorale delle ultime amministrative!).

Una volta senza tante compensazioni per il comune, l’altra con un bel parcheggio per le auto (vista la vicinanza della stazione ferroviaria di Pontassieve), un bel parco giochi inclusivo, per tutti i bambini, e questa particolare attenzione a non confliggere con i negozi di vicinato che già ci sono.

Tutte cose molto allettanti per un comune piccolo come Pelago, che si troverebbe ad avere l’area ristrutturata e bonificata. Dove per bonificata intendiamo una vera e propria bonifica (con caratterizzazione e progettazione) e non solo, eventualmente, tombare le opere attuali costruendoci sopra. Ciò per evitare che col tempo eventuali inquinanti finiscano comunque nelle falde acquifere e di conseguenza nel vicino fiume Arno.

Le varianti al RU e al PS, se non ci sono state proroghe alle tempistiche riportate con la LR 65/2014, dovrebbero essere state interrotte in quanto è in elaborazione il Piano Strutturale Intercomunale (PSI). Eventuali trasformazioni o destinazioni d’uso delle aree degradate è logico pensare che finiranno direttamente appunto nel PSI. Sarà quella la sede opportuna per far partecipare i cittadini a queste scelte (prima ancora della VAS e delle osservazioni, dove in genere tutto è, comunque, già deciso).  

Di recente l’Unione dei Comuni ha elaborato un questionario on line ai fini proprio del PSI. Nella domanda al settore B4, si legge:

“Per puntare ad una «Riqualificazione del sistema artigianale ed industriale esistente» quali sono per te gli obiettivi più importanti da raggiungere? (Indica i due obiettivi che reputi più rilevanti)*

1-Realizzazione di nuove aree produttive, in particolare nei fondovalle di Sieci, Pontassieve, Pelago e Rufina

2-Recupero e riconversione dei numerosi lotti produttivi già edificati ma totalmente o parzialmente dismessi

3-Riqualificazione ambientale delle aree industriali esistenti”

Se una delle tre risposte precompilate, da parte di chi ha elaborato il questionario, indica la possibilità di realizzare nuove aree produttive, si potrebbe pensare che l’amministrazione stia prendendo in considerazione anche questa opportunità? A tal proposito andrebbe ricordato che aree di questo tipo furono già definite più di 40 anni fa con i primi piani regolatori, e che oggi, su quelle aree che conosciamo bene, in tutti i comuni dell’Unione, ci sono diversi capannoni sfitti e/o in disuso. Secondo noi l’unica opzione possibile delle tre sopra, è quella della riqualificazione delle aree industriali esistenti, di cui fa parte anche l’ex-cementificio. Quindi per esempio perché non realizzare un centro del riciclo per entrare a pieno titolo nell’era dell’Economia Circolare? Ma non solo. Perché non immaginare un Polo Universitario (un distaccamento da Firenze) che porterebbe tanti giovani? Oppure perché non una casa della Salute, ancora molto lontana dall’essere costruita nell’ex area ferroviaria di Pontassieve?

Inoltre questa potrebbe essere un’occasione unica per dotarsi di spazi aggregativi per i cittadini dove poter sviluppare iniziative culturali (auditorium, ambienti a disposizione per associazioni no-profit ecc.). Per essere in sintonia con le Direttive dell'Unione Europea che finanzia progetti per la salvaguardia del territorio e per un consumo responsabile. Dove siano i cittadini a partecipare delle scelte collettive che li riguardano da vicino.

 

Abitazioni come sappiamo ce ne sono a sufficienza (compreso i lotti ancora da edificare, ma già autorizzati o previsti nei RU e PS attuali). I negozi e i commercianti o le attività di ristorazione ecc., soprattutto dopo il covid19, risentono delle minori entrate e alcuni o sono in procinto di chiudere l’attività o comunque sono in sofferenza.

Non sembrerebbe quindi una buona idea quella di inserire nuovi centri commerciali di qualsiasi natura essi siano (di vicinato o no) nell’area dell’ex cementificio di San Francesco. Sarebbe un bello smacco per tutti anche se si volesse puntare ad un commercio di prodotti di “nicchia”, magari di lusso, come già succede in parte a Leccio: Ma come Leccio ci insegna, ciò richiamerebbe sì forse un po’ di turisti, ma nessuno però si ferma sul territorio. Una volta fatto gli acquisti presso l’Outlet, tutti riprendono chi il treno chi i pullman e se ne tornano a Firenze e poi nelle loro nazioni.

E’ una cosa simile che vogliamo nel nostro territorio della Val di Sieve?

Secondo noi NO!

Ci uniamo quindi anche alle preoccupazioni dei commercianti dei comuni interessati che hanno più volte scritto alle amministrazioni ribadendo le loro motivazioni.

Pontassieve, 7 Agosto 2020

Catia Pratesi

A nome di:

Associazione “Vivere in Valdisieve”

Associazione Valdisieve

Comitato Valdisieve

Valdisieve in Transizione 

 

Associazione “ Vivere in Valdisieve “   

vivereinvaldisieve@libero.it - vivereinvaldisieve@gmail.com- CF. 94178730480

Sede legale c/c Avv. Duccio Sebastiani – Viale E. Torricelli, 15 – 50125 Firenze

Tel. 055/221072---FAX: 0552280605 --- e-mail: d.sebastiani@studiolegalesebastiani.it

Facebook http://www.facebook.com/profile.php?id=100000764986596   

Blog: http://associazionevivereinvaldisieve.blogspot.com/ 

Associazione Valdisieve

Loc. Selvapiana, 45 – 50068 – Rufina (FI) -- Cod. Fiscale: 94135290487

Tel. 055 8369848 – Fax: 055 8316840 – e-mail: assovaldisieve@gmail.com

Blog: http://www.assovaldisieve.blogspot.com/ -

 Facebook: http://www.facebook.com/home.php#!/assovaldisieve 

Comitato Valdisieve

e-mail comitatovaldisieve@libero.it 

Valdisieve in Transizione

e-mail valdisieveintransizione@gmail.com 

profilo FB https://www.facebook.com/valdisieveintransizione/

Blog https://valdisieveintransizione.org/blog/

Sito https://valdisieveintransizione.org/

 

lunedì 13 maggio 2019

VALDISIEVE IN TRANSIZIONE: Comunicato Stampa su area ex cementificio San Francesco

La morte di Pontassieve (e di San Francesco) o una nuova speranza?
Il 7 maggio scorso si è tenuto l’incontro tra i candidati sindaci della Valdisieve, nel quale tre candidati di tre comuni diversi (Pelago, Pontassieve e Rufina) si sono espressi sui temi cari alla Transizione e le loro intenzioni principali nel caso venissero eletti come sindaci. Valdisieve in Transizione  è un progetto dove cerchiamo insieme di trovare soluzioni collettive alla crisi ecologica, promuovendo l’economia locale, l’agricoltura biologica a km 0, la riduzione di rifiuti e la mobilità sostenibile, misure per la riduzione delle emissioni e dell’inquinamento.
Durante il confronto, abbiamo parlato di questi temi, le posizioni espresse sono state tra le più varie e se ascoltiamo le intenzioni dei candidati sembra che tutti, nessuno escluso, siano favorevoli ad adottare misure di tutela ambientale e di sviluppo sostenibile. Analizzando le varie posizioni, siamo contenti di molti interventi e prese di posizione, che speriamo siano mantenute e ci batteremo affinché lo siano. Ma purtroppo ci sono state delle affermazioni che non ci hanno convinto e che ci hanno procurato grosse preoccupazioni sul futuro della Valdisieve. Soprattutto una, ed è per questo che abbiamo deciso di esprimere pubblicamente la nostra opinione a riguardo prima che sia troppo tardi. 
Nella fase finale della serata sono state fatte delle domande ai candidati da parte del pubblico ed è venuta fuori la questione di come possa essere utilizzata l’area dell’ex cementificio di San Francesco, ad oggi adibita solo per uso produttivo. Chi ha fatto la domanda ipotizzava che l’amministrazione di Pelago ed il candidato sindaco (e attuale vicesindaco) Nicola Povoleri, avessero l’intenzione di cambiare la destinazione d’uso dell’ex cementificio di Italcementi ad area commerciale dando così la possibilità ad un privato di costruirci un grande supermercato. Un’operazione di questo tipo, spazzerebbe via l’economia locale dei due paesi, costringendo quasi sicuramente molti esercizi a chiudere i battenti, e lasciando il deserto dove per il momento ancora resistono molte attività indipendenti e storiche, già pesantemente danneggiate dalla presenza di altri supermercati storici. Insomma, l’apertura di un nuovo, ulteriore, centro commerciale porterebbe probabilmente la nostra zona a diventare un paese dormitorio, ancora più di quanto già non lo sia.
La risposta del candidato non ha smentito completamente l’ipotesi (la si può riascoltare nella diretta video facebook dell’evento sulla pagina di “Valdisieve in Transizione”, intorno al minuto 02:20:00). Si capisce che le destinazioni d’uso da preferire (escludendo quella residenziale) sono appunto quella commerciale e/o quella produttiva. Dichiara che non è sua intenzione personale costruire un centro commerciale, al limite potrà essere di iniziativa privata. In entrambi i casi, comunque, ed è questo quello che ci preoccupa, al di là di ribadire che l’Amministrazione avrà potere di agevolazioni e di veto (anche in un ambito di piano strutturale intercomunale), qualunque tipo di intervento si faccia, è ovvio e chiaro che l’Amministrazione chiederà sempre e comunque un “ritorno” nel territorio. Il candidato dice che qualunque sia l’investitore, questo dovrà dare un ritorno a San Francesco, Pelago e Valdisieve, che dia una rilevanza pubblica di quel tipo di intervento. Che, a nostro avviso, si può interpretare: ci potete fare quello che volete purchè ci siano “compensazioni” per il comune o la Valdisieve.
Ci teniamo a chiarire che le informazioni su questo argomento sono per ora solo voci: non ci sono atti pubblici né dichiarazioni ufficiali. Riteniamo però che la risposta del candidato Povoleri sopra riportata ci autorizzi a nutrire qualche dubbio e sentiamo quindi il dovere di lanciare al dibattito pubblico la questione.
Il timore che tutto possa avvenire in fretta senza il consenso né la consultazione di chi il territorio lo vive e potrebbe essere danneggiato da questa decisione, c’è. Non si tratta solo dei commercianti, ma di tutti i cittadini che vedrebbero il loro territorio svuotato di quei pochi segni di vita che ancora resistono, segni ormai raramente presenti anche nel resto dell’Europa. Crediamo infatti che non sia giusto sacrificare il territorio sperando in possibili compensazioni, e siamo convinti che uno spazio come quello dell’ex cementificio, che ha significato tanto per Pontassieve in passato, sia meglio destinarlo ad opere culturali, che possano portare persone sul territorio e rilanciare l’economia invece che distruggerla: biblioteche, cinema e teatro, spazi per gli artigiani, un centro di riuso e, perché no, un polo universitario. Questi sono solo degli esempi, ma si dovrebbe iniziare un percorso condiviso per capire insieme a tutta la popolazione cosa ci potremmo fare.
Per fare chiarezza sulla questione, e speriamo sia fatta in tempo per dare la possibilità a tutte le parti di esprimersi, chiediamo con questa lettera:
   1-  A tutti i candidati sindaci di Pelago e della Valdisieve di schierarsi apertamente per la difesa del territorio contro la costruzione di un centro commerciale nell’ex cementificio di Italcementi e di mantenere questa posizione nel caso di vittoria alle elezioni.
    - - A tutte persone in possesso di informazioni ufficiali a riguardo, di portarle alla luce pubblicamente nelle prossime settimane, prima delle elezioni, in modo da poter permettere a tutti i cittadini di avere un quadro completo e reale sulla situazione e scegliere di conseguenza.
   3- A tutti i cittadini e le cittadine della zona che hanno a cuore il benessere del proprio futuro, di informarsi e fare pressione, affinché si possa trovare una soluzione e proposte migliori insieme.
Infine, ci teniamo a precisare che come  Valdisieve in Transizione  ci battiamo per la sostenibilità ecologica e sociale e che il nostro interesse si basa sulla difesa del territorio e di chi lo abita. La nostra non è un’associazione, ma un progetto che appartiene a tutti, aperto, per creare un nuovo modo di vedere il futuro, non lasciamocelo togliere dalle mani. E’ nella nostra partecipazione che risiedono le nuove speranze, non arriverà la cavalleria a salvarci, siamo noi la cavalleria. Fatevi sentire. Facciamoci sentire insieme.

mercoledì 15 luglio 2015

ISDE: Questione clinker e scorie da inceneritore


La gestione del clinker nelle cementerie; quando è un prodotto naturale e quando, invece, è composto da scorie pesanti provenienti dai processi di incenerimento? I Medici per l’Ambiente di Isde Italia chiedono chiarezza.

Medici per l’ambiente – Isde Italia, insieme all’Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma e Medicina Democratica Onlus, chiedono insistentemente, ormai dall’inizio dell’anno, alle autorità competenti, di rispondere riguardo all’attività di recupero scorie derivanti dagli inceneritori, sul loro utilizzo per la produzione di clinker e sulla conformità di tali pratiche rispetto ai Regolamenti Europei.
Le tre organizzazioni hanno inoltrato sia a febbraio, che ad aprile, che a giugno 2015 alcune circostanziate lettere di richiesta al Ministero dell’Ambiente, al Ministero della Salute, a svariate ASL del centro e nord Italia, per ottenere le adeguate informazioni sui temi sollevati, ma ad oggi non hanno ricevuto alcuna risposta in merito.
In particolare, l’attenzione di Isde Italia e delle altre associazioni, si è concentrata sul recupero delle scorie da inceneritori e sul loro utilizzo nella produzione del clinker (costituente principale del cemento) per la quale, fra l’altro, vengono utilizzate svariate e significative quantità di rifiuti, anziché materie prime naturali.
Il Regolamento REACH (Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals è un regolamento entrato in vigore il 1° giugno 2007 che ha come obiettivo quello di migliorare il precedente quadro legislativo in materia di sostanze chimiche dell’Unione Europea) esclude dall’obbligo di registrazione alcune sostanze “presenti in natura” e “non modificate chimicamente”, cioè “la cui struttura chimica rimane immutata anche se è stata soggetta ad un processo o trattamento chimico”. Il clinker ricadrebbe fra le sostanze che possono beneficiare  dell’esenzione dalla “registrazione REACH” sul presupposto che viene ottenuto da materie prime naturali, come argilla, calcare, bauxite ecc…
Ciò appare in contrasto con quanto avviene abitualmente nei cementifici, ove, in parziale sostituzione delle materie vergini che compongono la farina cruda, vengono utilizzate le scorie pesanti dei processi di incenerimento e svariate altre tipologie di rifiuti.
Quindi, nel caso in cui il clinker venga prodotto dal cementificio utilizzando scorie da inceneritore o altre tipologie di rifiuti, non sembrano mantenuti i criteri per l’esenzione dalla registrazione di questa sostanza , applicabili, invece, al clinker prodotto a partire esclusivamente dalla farina cruda.
Inoltre, clinker e cemento dovrebbero essere sottoposti ad adeguati controlli di natura ambientale, igienica e sanitaria che tengano conto delle materie prime da cui sono ottenuti (i rifiuti) e dei rischi effettivi per l’ambiente e per la salute (es.: rilascio di tutti i metalli pesanti) e non semplicemente limitarsi alla verifica di alcuni parametri (es.: cromo VI). Tali controlli dovrebbero riguardare anche quanto potrà avvenire al termine del ciclo di vita di questi prodotti.
Analogamente a quanto sopra, anche nell’ambito del recupero delle scorie da inceneritore, le richieste rivolte ai Ministeri ed ai diversi Enti, riguardano la conformità delle pratiche abitualmente utilizzate rispetto ai Regolamenti (CE) n. 1907/2006 “REACH”, n. 1272/2008 “CLP” e n. 305/2011 “CPR”, le autorizzazioni AIA che le consentono in assenza, nella maggior parte dei casi, di prescrizioni relative controllo ambientale e sanitario sui prodotti ottenuti, con riguardo anche al termine del loro ciclo di vita, ed al divieto di diluizione di sostanze pericolose ex art. 187 del D.Lgs 152/2006.
In conclusione, Medici per l’ambiente – Isde Italia, l’Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma e Medicina Democratica Onlus, chiedono “di conoscere se sia ammissibile che le aziende cementiere, autorizzate a svolgere attività di recupero rifiuti, possano operare in assenza della registrazione prescritta dalla “normativa REACH” per poter utilizzare o immettere sul mercato il clinker ottenuto dalla farina cruda, realizzato con scorie da inceneritore e/o miscele di sostanze ottenute dalle medesime e/o da altri rifiuti e, in ogni caso, di voler verificare la pericolosità di un siffatto uso. Infatti, le predette considerazioni e i richiamati principi comunitari, costituzionali e legislativi assumono particolare importanza in relazione alla riconosciuta pericolosità propria della gestione delle cementerie, che induce a postulare come assolutamente necessario adottare criteri di estrema prudenza e di responsabilità in ogni scelta che possa incidere sullo stato di situazione e aggravarne gli effetti inquinanti.”
Analoghe richieste sono state poste anche in merito alle attività di recupero delle scorie da inceneritore, al rispetto dei Regolamenti (CE) REACH, CLP e CPR, all’assenza di prescrizioni autorizzative in materia di controllo ambientale e sanitario sui prodotti ottenuti ed al divieto di diluizione di sostanze pericolose.
Le associazioni restano in attesa di un urgente riscontro da parte delle autorità competenti e si impegnano, inoltre, a tenere informati i cittadini su questo importante caso che deve essere costantemente monitorato. Nella speranza che si possa fare chiarezza sui temi sollevati per la tutela delle persone e dell’ambiente.

FONTE ARTICOLO:  http://www.isde.it/questione-clinker-e-scorie-da-inceneritore/ 

mercoledì 10 giugno 2015

Medici per l’Ambiente: «Bruciare rifiuti nei cementifici? Pessima idea»




I medici dell’Isde intervengono sull’ipotesi rispolverata dal neogovernatore della Campania Vincenzo De Luca per lo smaltimento delle ecoballe. Di Ciaula: «Per favorire lobbies rifiuti al posto di combustibili, ma così si sottraggono risorse alla comunità»

NAPOLI - «Bruciare rifiuti soprattutto nei cementifici non conviene né all’ambiente né alla salute» e le motivazioni che si forniscono per giustificare questa pratica «sono inconsistenti». E’ compatto l’Isde Medici per l’Ambiente nel rigettare l’ipotesi rilanciata dal Governo con una legge ad hoc e rispolverata in Campania dal neogovernatore Vincenzo De Luca, in merito alle soluzioni possibili per liberare delle ecoballe Taverna del Re a Giugliano.

Lo scienziato Agostino Di Ciaula, coordinatore comitato scientifico Isde Italia, è categorico: «I cementifici sono impianti industriali altamente inquinanti: per gli inquinanti gassosi i limiti di emissione dei cementifici sono da 2 a 9 volte maggiori rispetto a quelli degli inceneritori classici mentre per diossine e metalli pesanti i limiti sarebbero gli stessi». Eppure secondo Isde la legge che semplifica gli iter autorizzativi per la combustione di rifiuti in questi impianti favorirebbe un «aumento di emissioni di metalli pesanti». Per Di Ciaula «se si volesse realmente affrontare il problema della sostenibilità dei cementifici allora sarebbe opportuno proporre il divieto di utilizzo di alcuni combustibili e imporre limiti di emissione più restrittivi».

Altra bufala sarebbe quella che vuole il bruciare rifiuti nei cementifici per evitare la costruzione di nuovi inceneritori che «però vanno chiusi», dice Di Ciaula. «L’Italia è attualmente al terzo posto in Europa per numero di inceneritori operativi e, soprattutto, ha il maggior numero di cementifici in Europa. E questa legge raddoppia la potenzialità inceneritorista del nostro Paese, rendendo immediatamente disponibili all’incenerimento dei rifiuti ulteriori 59 impianti sparsi su tutto il territorio nazionale, portando l’Italia al primo posto in Europa per incenerimento contravvenendo alle più recenti direttive europee che chiedono ripetutamente agli Stati membri l’abbandono completo dell’incenerimento entro il prossimo decennio».

Secondo Di Ciaula «bruciare i rifiuti non è mai una soluzione sostenibile, sotto nessun profilo. I rifiuti non vanno bruciati ma vanno avviati al recupero di materia» ma la politica «ha preso una strada diversa». «Isde Italia ha approfondito il problema da un punto di vista scientifico, non si tratta di opinioni soggettive e alcune associazioni ambientaliste che appoggiano questa pratica sono allettate dalla favoletta della riduzione delle emissioni ma ignorano il problema». Per il settore cementiero, conclude Di Ciaula «bruciare rifiuti conviene perché costano meno dei combustibili fossili» mentre invece «bisognerebbe spingere sull’utilizzo del metano». Sul tema «le lobby degli inceneritori e dei cementifici fanno gruppo perché hanno in comune interessi economici ma sottrarrebbero risorse alle comunità perché i rifiuti sono risorse».

FONTE ARTICOLO: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/15_giugno_08/medici-l-ambiente-bruciare-rifiuti-cementifici-pessima-idea-a62e0342-0e05-11e5-90d9-04347f2621a4.shtml

martedì 24 febbraio 2015

Documento definitivo su Clinker e ceneri da incenerimento a firma anche di ISDE Italia

Spettabili Enti in indirizzo
(clicca qui per vedere tutti gli indirizzi)

Con la presente si chiede a codesti spettabili Autorità, Enti e Organi di controllo, per quanto
di specifica competenza, di valutare quanto segue.
Risulta che, da parecchi anni, alcune aziende produttrici di cemento
(“cementerie/cementifici”), presenti sul territorio di competenza dei destinatari di questa
comunicazione, utilizzino per la produzione di clinker significative quantità di rifiuti e, in
particolare, scorie da acciaieria (CER 100102 e 102020) e scorie pesanti da inceneritori (CER
190112), in parziale sostituzione di materie prime naturali e con apporti e proporzioni diversificati a
seconda dell’impianto.
Le scorie che residuano dai processi di incenerimento dei rifiuti solidi urbani verrebbero, dunque,
sottoposte presso i cementifici a una operazione classificata di recupero (attività R5) nell’ambito
della formulazione della farina cruda e, quindi, previa cottura, destinate alla produzione di clinker,
successivamente utilizzato per la fabbricazione di cementi comuni e di altri prodotti per l’edilizia (1).
Il cemento e gli altri prodotti correlati costituiscono, ai sensi del Regolamento REACH, miscele e
non sono sottoposti a registrazione, mentre il clinker è considerato “sostanza”. Secondo
l’interpretazione corrente qualunque tipo di clinker sarebbe esente dall’obbligo di registrazione
REACH.A tale riguardo, si osserva che trovano applicazione le disposizioni contenute nel
regolamento (CE) n.1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio approvato il 18 dicembre
2006, denominato regolamento <> (Registration, Evaluation, Authorisation of
CHemicals), che è, per espressa disposizione, <applicabile in ciascuno degli Stati membri>>2. La “normativa REACH”, nell’obbligare alla
registrazione di tutte le sostanze commerciali, consente (allegato V) l’esenzione dagli obblighi di
registrazione del clinker nel presupposto che esso sia compreso tra le “sostanze (che) non sono
chimicamente modificate”.
Nel caso specifico, il Regolamento REACH evidenzia che la natura e la praticabilità
concreta dell’esenzione sono individuate nella “Guida all’allegato V – esenzioni dall’obbligo di
registrazione Versione nov. 2012 (http://echa.europa.eu/documents/10162/13632/annex_v_it.pdf),
attraverso il combinato disposto delle seguenti principali regole:
VOCE 10, pag. 36
<condensato di gas naturale, gas del processo e relativi componenti, coke, clinker/cemento,
magnesia.
La presente esenzione comprende un certo numero di sostanze che sono esentate tranne se sono
modificate chimicamente>>. In nota, viene precisato che <modificata chimicamente” è spiegata ai punti 7 e 8 del presente documento di orientamento >>.
Per comodità espositiva si riporta quanto indicato alle VOCI 7 e 8 – considerazioni generali pag. 20
del documento citato:
<conseguenza, nel presente documento sono in primo luogo chiarite le definizioni “sostanze presenti
in natura” e “sostanza non modificata chimicamente” che riguardano entrambe le esenzioni>>.
Questo gruppo di sostanze è caratterizzato dalle definizioni fornite nell’articolo 3, paragrafi 39 e 40
del regolamento REACH.
Secondo l’articolo 3, paragrafo 39, per <<“sostanze presenti in natura” si intende “una sostanza
presente in natura in quanto tale, non lavorata o lavorata esclusivamente con mezzi manuali,
meccanici o gravitazionali, per dissoluzione in acqua, per flottazione, per estrazione con acqua,
per distillazione a vapore o per riscaldamento unicamente per eliminare l’acqua, o estratta
dall’aria con qualsiasi mezzo…La definizione REACH può essere divisa in diverse parti allo scopo
di ottenere una chiara comprensione:
• Sostanze presenti in natura in quanto tali: significa sostanze ottenute, per esempio, da vegetali,
microrganismi, animali o alcune materie inorganiche come minerali, minerali metallici e
concentrati di minerali metallici, o materie organiche …
• Sostanze presenti in natura non lavorate: non ha luogo alcun trattamento delle sostanze.
• Lavorate esclusivamente con mezzi manuali, meccanici o gravitazionali: parti della sostanza in
quanto tale possono per esempio essere rimosse manualmente o per mezzo di una macchina (per
esempio mediante centrifugazione). Se i minerali sono lavorati unicamente mediante metodi
meccanici, per esempio triturazione, setacciatura, centrifugazione, flottazione e così via, essi
continuano ad essere considerati gli stessi minerali presenti in natura originariamente estratti.
• Mediante dissoluzione in acqua: l’unico solvente che può essere utilizzato è l’acqua. La
dissoluzione mediante un qualsiasi altro solvente o miscela di solventi o miscela di acqua con altri
solventi fa sì che la sostanza non possa essere qualificata come sostanza presente in natura.
Secondo l’articolo 3, paragrafo 40, una “sostanza non modificata chimicamente” significa “una
sostanza la cui struttura chimica rimane immutata, anche se è stata soggetta ad un processo o
trattamento chimico o trasformazione mineralogica fisica, ad esempio al fine di rimuovere le
impurezze”.
L’esenzione di cui ai punti 7 e 8 richiede che le sostanze siano sostanze presenti in natura, se non
sono modificate chimicamente. Questa prescrizione implica che allo scopo di decidere se
l’esenzione si applica a una sostanza particolare siano soddisfatti entrambi i seguenti criteri:
“una sostanza presente in natura” secondo la definizione dell’articolo 3, paragrafo 39 e “non
modificata chimicamente” secondo la definizione dell’articolo 3, paragrafo 40 >>.
Quanto sopra vale evidentemente per i componenti “minerali” del clinker ma si deve
ragionevolmente ritenere che la estensione al clinker stesso vada considerata in funzione della sua
concreta composizione, della presenza di sostanze secondarie (es. metalli pesanti) e della funzione e
dell’effetto che i diversi costituenti hanno nella cottura della farina cruda.
In particolare, il ruolo delle scorie da incenerimento e/o da acciaieria nella “modificabilità” chimica
del clinker va sottoposto ad attenta valutazione, caso per caso.
Il ruolo di questi (e di altri rifiuti) non può, infatti, essere considerato del tutto identico a quello
delle materie prime “naturali” e “non chimicamente modificate” che costituiscono la farina cruda
per la produzione del clinker (composta principalmente da calcare, argilla, bauxite, minerale
metallico del ferro e quarzo).
Per rimanere ai principali rifiuti utilizzati nelle cementerie, va segnalato quanto segue:
-per quanto riguarda le scorie di acciaieria (CER 100201 e 100202), le stesse si presentano sia come
rifiuti (esentati dall’obbligo di registrazione al REACH ai sensi dell’art. 2, paragrafo 2) sia come
sostanze regolarmente registrate (es. n. CE 266-002-0). Esse vengono utilizzate in parziale
sostituzione delle materie vergini costituenti la farina cruda per la produzione di clinker,
compatibilmente con la rilevante presenza di ossidi di ferro;
-per quanto concerne le scorie pesanti da processi di incenerimento, si tratta esclusivamente di
rifiuti (CER 190112) che, in quanto tali, non sono soggetti a registrazione (art. 2, paragrafo 2
REACH); anch’esse vengono utilizzate in parziale sostituzione delle materie vergini costituenti
la farina cruda per la produzione di clinker, tenuto conto dei principali costituenti, ossidi di
silicio, calcio, alluminio e ferro.
È noto che sia le scorie d’acciaieria e sia quelle da inceneritore contengono metalli pesanti; queste
ultime, poi, contengono anche metalli (rottami ferrosi e non ferrosi), data l’impossibilità di una
completa demetallizzazione, e non sono, quindi, costituite esclusivamente di componenti minerali.
Pur considerando quanto indicato in letteratura e, cioè, che durante la cottura della farina cruda,
composta anche da tali rifiuti, si verifica l’inglobamento nel clinker dei metalli pesanti presenti
nelle scorie, non va trascurato che il clinker viene successivamente sottoposto a macinazione,
finalizzata alla produzione del cemento, con rilevantissimo aumento delle superfici di contatto e con
incremento del rischio che i metalli pesanti vengano dispersi e/o rilasciati nell’ambiente.
Non è casuale che, perlomeno nella fase di preregistrazione, alcuni soggetti hanno proposto la
registrazione di diverse tipologie di clinker, tal quale (@921-532-8), additivato da scorie da
fonderia (es @921-554-8) o da ceneri di diverse provenienze. Per non dire del fatto che le polveri di
clinker dai sistemi di abbattimento sono soggette al REACH e risultano regolarmente registrate
(CAS 270-659-9).
In sintesi e con palmare evidenza, qualora il clinker sia prodotto utilizzando scorie da
inceneritore o, eventualmente, anche altri rifiuti e/o sostanze ottenute dagli stessi con un
analogo comportamento, non sembrano mantenuti i criteri per l’esenzione applicabili al
clinker prodotto a partire da farina cruda costituita da materie prime vergini o da rifiuti con
diverso comportamento/reattività.
Infatti, è palese che:
- la sostanza in esame (il clinker prodotto utilizzando anche le scorie) non è presente in natura;
- l’utilizzo di scorie da inceneritori dà luogo a un clinker chimicamente modificato (in quanto
ottenuto da un rifiuto ben diverso dalle materie prime naturali che contiene). Fra l’altro, materiali
come il ferro, il rame, il piombo, l’alluminio e lo zinco, ancora significativamente presenti nelle
scorie dopo i trattamenti di demetallizzazione, non esistono in natura in forma di metalli.
Si veda, altresì, quale ulteriore elemento chiarificatore, la Guida all’allegato V
soprarichiamata, alla pag. 37, ove è ribadito che “Il clinker viene prodotto a partire dalle
materie prime calcare, argilla, bauxite, minerale metallico del ferro e quarzo…”. Da tale assunto
deriva necessariamente che l’esenzione di cui trattasi è limitata esclusivamente alle ipotesi di
prodotto ottenuto da materie prime naturali, non modificate chimicamente o, comunque,
lavorate con mezzi manuali, meccanici o gravitazionali.
Risulta, pertanto, di vitale interesse svolgere una seria verifica sulla possibilità di utilizzare,
nella produzione di cementi comuni e di altri prodotti per l’edilizia, il clinker ottenuto da farina
cruda composta con scorie da inceneritore e/o miscele di sostanze ottenute dalle stesse e/o da altri
rifiuti, in assenza della registrazione prescritta dalla “normativa REACH”: circostanza che dovrebbe
risultare in concreto preclusa alla luce delle argomentazioni di ordine scientifico svolte in
precedenza.
Si sottolinea che la presente questione trova giustificazione nella prioritaria esigenza di
tutelare diritti inviolabili della persona umana, meritevoli di particolare cautela secondo la
normativa nazionale e comunitaria. Si rammenta, infatti, che gli artt. 117, comma 1, della
Costituzione, e 35 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, impongono un <elevato di protezione della salute>>, laddove l’art. 191, comma 2, del TFUE, stabilisce il principio
di precauzione, che potrebbe risultare disatteso, nel caso di specie, per superamento della soglia di
rischio, fino a poter determinare, in concreto, danni alla salute. A tale principio fa espresso rinvio
anche il d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), che, all’art. 3-ter (Principio
dell’azione ambientale, articolo inserito dall’art. 1, comma 2, d.lgs. 16 gennaio 2008, n. 4), statuisce
che <garantita da tutti gli enti pubblici e privati e dalle persone fisiche e giuridiche pubbliche o private,
mediante una adeguata azione che sia informata ai principi della precauzione, dell’azione
preventiva, della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonché al
principio “chi inquina paga” che, ai sensi dell’articolo 174, comma 2, del Trattato delle unioni
europee, regolano la politica della comunità in materia ambientale>>.
Stante quanto premesso, si chiede di conoscere se sia ammissibile che le aziende
cementiere, autorizzate a svolgere attività di recupero rifiuti, possano operare in assenza della
registrazione prescritta dalla “normativa REACH” per poter utilizzare o immettere sul
mercato il clinker ottenuto dalla farina cruda, realizzato con scorie da inceneritore e/o miscele
di sostanze ottenute dalle medesime e/o da altri rifiuti e, in ogni caso, di voler verificare la
pericolosità di un siffatto uso. Infatti, le predette considerazioni e i richiamati principi comunitari,
costituzionali e legislativi assumono particolare importanza in relazione alla riconosciuta
pericolosità propria della gestione delle cementerie, che induce a postulare come assolutamente
necessario adottare criteri di estrema prudenza e di responsabilità in ogni scelta che possa incidere
sullo stato di situazione e aggravarne gli effetti inquinanti.


Si resta in attesa di un cortese urgente riscontro.

Con osservanza.

Parma, 13 febbraio 2015

Per Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma- GCR
Via Dante Gibertini 34 – 43123 Parma Pr
Manrico GUERRA

Per Medicina Democratica Onlus
Marco CALDIROLI

Per Associazione Medici per l'Ambiente - Isde Italia
Roberto ROMIZI


note
1.
Una definizione sintetica del clinker è la seguente “Il clinker, prodotto dal forno di cottura a circa
1450 °C sotto forma granulare sinterizzata, è una sostanza UVBC (sostanze dalla composizione sconosciuta o variabile, prodotti di reazioni complesse o materiali biologici), composta dalle seguenti fasi mineralogiche: silicato tricalcico e silicato bicalcico (3CaO.SiO2 e 2CaO.SiO2), alluminato tricalcico (3CaO.Al2O3) e allumino ferrite di calcio (4CaO.Al2O3.Fe2O3), solitamente insieme a calce libera (CaO non combinato) e quantità minimali di altri composti tra i quali anche sali di cromo VI. È prodotto dalla trasformazione mineralogica di una miscela specificata di materie prime composte da ossidi di calcio, di silicio, di alluminio e di ferro e quantità minimali di altri elementi” (cfr. Scheda di sicurezza clinker, Holcim, aggiornamento 1 luglio 2011, pag. 3).
2
Ciò è proprio di queste fonti di diritto comunitario (i regolamenti) che, ai sensi degli artt. 249 del
Trattato CE e 288 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), sono vincolanti e si
caratterizzano per avere portata generale, essendo indirizzati a tutti i soggetti giuridici comunitari (Stati membri, persone fisiche e giuridiche degli Stati stessi) e per essere obbligatori in tutti i loro elementi e direttamente applicabili (norme self-executing, operanti senza atti di adattamento da parte degli ordinamenti statali).
Il riconoscimento della natura del regolamento trova fondamento nell’art. 11 della Costituzione, ove
si legge che <>.