Che la crescita infinita in un mondo finito non fosse possibile lo si sapeva da mezzo secolo, da quando nel 1972 uscì il rapporto al Club di Roma "I limiti alla crescita", purtroppo osteggiato e deriso.
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martedì 2 novembre 2021
Luca Mercalli: La crescita infinita! - Evento online
mercoledì 18 novembre 2020
Di Alberto Ziparo: Contronarrazioni. La crescita illimitata è irrinunciabile?
Le risposte che la realtà fornisce alla domanda posta nel titolo – si può rinunciare alla crescita illimitata? – appaiono inequivocabili anche alla luce della pandemia in atto: non solo si può, ma si deve abbandonare il paradigma della crescita illimitata. Oreste Labò, Aquario civico-Milano
La crescente accelerazione della crisi climatico-ambientale e i disastri conseguenti, basterebbero da soli a significare un drastico mutamento di rotta. Ad essi tuttavia sono da aggiungere altri «guai di fase»: guerre, povertà e iniquità sociale, nuove migrazioni epocali, degrado e distruzione di quote crescenti di territorio, dissesti ecologici diffusi, invivibilità delle iperurbanizzazioni, riapparizione di problemi socio-culturali già sconfitti dalla storia del novecento – fascismi, razzismi, paura del diverso, disagi diffusi collettivi ed individuali. Il tutto è aggravato dalla profonda crisi delle forme politico-istituzionali che erano emerse nel novecento: se il «comunismo realizzato» è stato sconfitto innanzitutto dalle proprie rigidità e chiusure e dalle sue applicazioni burocratizzate, degenerate spesso in potere assoluto, imperiale e devastante; le democrazie liberali sono state via via stravolte dal loro degradarsi in iperliberismo, ulteriormente aggravato dalla pervasività dell’attuale finanziarizzazione globalizzata, che ha fagocitato nel tempo economia e politica.
Fino a una situazione paradossale in cui un numero limitatissimo di reali e consistenti apparati dirigenti – le direzioni delle grandi agenzie finanziarie, costituite spesso da un numero limitatissimo di soggetti gratificati – sono in grado di controllare e determinare scelte e strategie di istituzioni economiche e politiche a livello planetario. E quindi di imporre direttive generalizzate di portata globale che ricadono e condizionano i diversi contesti. Ciò comporta enormi benefici economici e sociali per i pochissimi controllori; ma i problemi ricordati in apertura per il resto della società.
2. L’evoluzione delle vicende sociali e territoriali novecentesche peraltro già indicavano chiaramente, all’approssimarsi del passaggio di millennio, la necessità di profonde svolte nelle politiche sia globali che locali, generali e di settore: ma, mentre molti esperti scientifici e le aree socialmente più sensibili o già colpite dagli effetti degli enormi problemi ricordati, le invocavano, «l’opinione pubblica» subiva un «bombardamento crescente» da parte di istituzioni politiche e mediatiche al servizio di chi gestiva il gioco: grandi istituzioni finanziarie e agenzie decisionali collegate, che descrivevano i crescenti problemi sociali, economici, politici e ambientali – sotto gli occhi di tutti – come «contraddizioni di fase», spesso dovuti ai conflitti espressi «dalle istanze della parte più retriva della società». Quindi non bisognava far altro che alimentare, consolidare, rilanciare lo stesso modello ipersviluppista «del sacro PIL», che aveva fin lì comportato i problemi e disastri generalizzati in questione. Ovviamente seguitando ad ignorare qualsivoglia regola ambientale.
Gli effetti dei disastri, climatici e sociali, si manifestano oggi in alto e in basso: l’incremento di entropia in atmosfera, dovuto agli inquinamenti prodotti dalle attività umane, comporta nuovi contributi ad alterazioni già in atto e ulteriori accelerazioni dei fenomeni degenerativi. Si assiste così al verificarsi di fenomeni catastrofici che sembravano dover appartenere soltanto a scenari fantascientifici: dallo scioglimento di poli e ghiacciai eterni, che contribuisce all’innalzamento di mari e all’erosione e sparizione di brani di costa, ai grandi inquinamenti che infliggono lo smog per mesi interi a grandi realtà metropolitane, alla cementificazione di quote crescenti di territori, contraltare dell’abbandono forzato di grandi porzioni urbane, alle deforestazioni con perdita di contesti ecopaesistici sempre più grandi; fino alla «morte dell’organismo territorio», che in quote crescenti di regioni diverse, tende a perdere la sua parte biotica. Gli effetti delle alterazioni atmosferiche si abbattono così, sottoforma di cicloni, bombe d’acqua, ovvero di ondate di calore e incendi favorite dai forti venti e da siccità prolungate, su territori sempre più fragili, compromessi dall’ipersviluppismo, con relativo consumo di suolo e diffusione del materiale-icona della «solidità dello sviluppo moderno», il cemento, che oggi invece, presente in forte eccesso, indebolisce i territori. Colpiti, in altre condizioni, dalla «desertificazione», indotta dalle scelte sbagliate per i contesti socialmente più deboli; in cui sovente è stata cancellata l’unica fonte possibile di sostentamento: il primario agroalimentare.
3. Nel «Belpaese» abbiamo registrato eloquenti esempi di tali aporie: allorchè la crisi economica e fiscale si manifestava, all’inizio degli anni ottanta, quando finivano i «favolosi trenta», gli anni dei boom economici post bellici dell’Occidente, le prime avvisaglie dei crescenti problemi ecologici avrebbero dovuto già indirizzare le strategie economiche e territoriali verso opzioni di crescente «sostenibilità». Peraltro facilitata in Italia dalla presenza rilevante e diffusa di patrimoni enormi, paesaggi notevoli e beni artistici e storico-culturali apprezzati a livello mondiale.
Le scelte andavano in tutt’altra direzione: il Sud «in ritardo» si doveva sviluppare con i «grandi poli industriali e infrastrutturali» (di cui l’attuale drammatica situazione dell’ex Ilva di Taranto costituisce coda velenosa). Mentre andava sostenuto il modello industriale vincente di «Nord Ovest» (capitalismo monopolistico di tipo anche familistico, già in crisi nella sua parte privata, vedi FIAT, quanto in quella pubblica, vedi Ansaldo). Favorendo invece per il Nord Est il proliferare – spesso fino alla congestione e alla «auto-strozzatura» – della fabbrica piccola e media, e della collegata urbanizzazione diffusa.
Questi ultimi tentativi di politica industriale sono nel tempo miseramente falliti. I «Poli di sviluppo» al Sud hanno dimostrato tutte le contraddizioni e le problematicità di investimenti avulsi dal territorio; il modello «importazione di materia prima dal terzo mondo / basso valore aggiunto in situ / esportazione di tutto lo stesso valore aggiunto / opzioni capital e non labour intensive / alti impatti ambientali e territoriali», ha mostrato tutti i propri aspetti critici. Presto le aree produttive sono andate in crisi, diventando nel tempo aree di degrado e dissesto ambientale e poi anche drammi occupazionali. Oggi il Sud registra nuovamente fenomeni di emigrazione e desertificazione sociale epocale.
L’industria del «triangolo miracoloso» nella fase del boom economico aveva da tempo concluso il proprio ciclo: se le realtà più attrezzate come Milano e Torino «post metropolitane» riuscivano nel tempo a riconvertirsi con opzioni sempre più tendenti al terziario avanzato, altri ambiti come quelli liguri, o i contesti piemontesi più decentrati, subivano la crisi del secondario fino alla depressione sociale.
Esplodeva, soprattutto tra Veneto, Romagna e Marche il modello NEC (Nord Est Centro, cfr. Giorgio Fuà); che pure nella prima fase sembrava uno scenario socioeconomico territorializzato e vincente. Nel tempo, anche per il suo fondarsi – come sosteneva Francesco Indovina – su una «triplice evasione: ambientale, laddove non si rispettavano le regole urbanistiche ed ecologiche; sociale, con lo sfruttamento intensivo del lavoro, dapprima locale, più tardi immigrato; e fiscale, con il “nero crescente”, spesso dominante»; il modello finiva per tendere ad entrare in fase critica, anche e soprattutto per congestione.
Gli anni Ottanta si chiudevano così con la manifesta e forse irreversibile crisi del sistema industriale italiano. Che peraltro con i suoi effetti, diretti e indiretti, di ricaduta sul territorio svelava un altro aspetto fortemente negativo delle strategie in questione: l’attacco generalizzato ad ambiente e paesaggio. Il territorio consumato direttamente da scelte economiche e industriali chiaramente sbagliate e illusorie, e gli effetti legati alla crescente e conseguente urbanizzazione stavano infatti cancellando quote enormi di paesaggio, compresi contesti ecologicamente rilevanti («le meraviglie del Belpaese»), oltre che favorire degrado generalizzato del territorio.
Anche in Italia era arrivata sprawltown: anzi il nostro paese ne diventava presto il capofila mondiale. Il programma UNEP/RUTW ci dice che se l’urbanizzazione globalmente è cresciuta di 5 volte dalla seconda guerra mondiale ad oggi, quella occidentale lo è stata per più di 7 volte e mezza, quella europea per oltre 8, quella italiana per oltre 9 volte e mezza; e nelle tre regioni meridionali ad alta intensità criminale si è registrata un’iperurbanizzazione di oltre 13 volte rispetto a quella esistente nel 1945!
4. Alla crisi del modello economico industrialista italiano degli anni sessanta e settanta, il buon senso – prima che la politica di piano – voleva che si rispondesse con istanze di correzione e mitigazione sostenibile dello sviluppo, basate innanzitutto sulle regole ambientali dei territori. Viceversa si è puntato ancora su programmi e progetti ad alto impatto ambientale e paesaggistico e forte consumo di suolo: se l’industria implodeva, si invocavano e poi si perseguivano nuove cascate di cemento per infrastrutture, servizi, residenze. Si rilanciava – invece di bloccare e riqualificare – la «città diffusa». Con la denuncia di «una carenza di infrastrutture che blocca il paese» (stessi slogan dell’immediato dopoguerra), ecco i nuovi progetti, con liste enormi di opere, fuori da ogni pianificazione, spesso contro l’ambiente, per presunte, quasi sempre inesistenti, esigenze dei territori. Si ricostruiva, ampliando ovviamente l’urbanizzato, anche nei casi di «post disastri naturali» (amplificati invece dal degrado da cementificazione); così come si faceva nelle città e nei contesti «premiati dai Grandi Eventi»: gli anni Ottanta e Novanta venivano allegramente marcati dal «Piano Autostrade», «Le Colombiadi», gli «Stadi dei Mondiali», le «Nuove Centrali Termoelettriche» che dovevano ovviare all’abbandono del nucleare, gli «Inceneritori» più tardi «Termovalorizzatori»; e finalmente l’«Alta Velocità» ferroviaria. La crisi della prima repubblica con Tangentopoli sembrava dovere innescare riflessioni e cambi di rotta rispetto ad un modello che tra l’altro favoriva le distorsioni gestionali e criminali di una governance già in crisi. Ma dalla fine dei partiti della prima repubblica scaturivano invece nuove istanze politiche subalterne o dirette espressioni della finanziarizzazione crescente, che pervadeva tra l’altro la politica delle «Grandi Opere». Il governo di destra guidato da Silvio Berlusconi, cresciuto con l’edilizia e le costruzioni favorite da clientele e corruzione, prima dell’impero mediatico televisivo, sanciva e consolidava queste logiche.
5. L’irrinunciabilità delle Grandi Opere (comprese quelle già scartate perché assai improbabili oltre che insostenibili, come il Ponte sullo Stretto di Messina), veniva sancita normativamente con la Legge Obiettivo del 2001. Che nel tempo ha costituito una formidabile fonte di spesa e sprechi, diventando un enorme strumento di trasferimento di risorse pubbliche al capitale privato. Il regime di «emergenza e straordinarietà» in cui operava la legge arrivava infatti al punto di affidare la totalità delle scelte in fase esecutiva a chi doveva costruire. Una volta decisa l’opera, il blocco «concessionario-contraente generale» coglieva che era possibile fare affluire subito sul progetto grandi flussi di risorse. Che spesso si acquisivano dagli stessi finanziatori, entrati a far parte – come titolari o creditori – dello stesso consorzio di imprese che si indebitava per avviare la costruzione. In nome dei «soldi tanti e subito» si trascuravano sovente istanze tecniche fondamentali: molti progetti non avevano nemmeno fattibilità certa, la valutazione ambientale era un problema e si taroccava o più spesso si ometteva, qualsiasi razionalità programmatica era ridicolizzata. Più tardi però, allorché si doveva realizzare l’opera – almeno in alcune sue parti – i problemi ambientali e tecnici occultati riemergevano e si trasformavano in blocchi e interruzioni, spesso stop definitivi. I flussi di denaro ingenti si interrompevano, le imprese spesso fallivano (ricordiamo che oggi la più grande impresa nazionale, Salini-Impregilo, sta trasformandosi con i soldi pubblici di Cassa Depositi e Prestiti, in una grande holding che ha come primo compito quello di salvare altre grandi imprese fallite per la logica appena descritta). Il meccanismo è tale per cui le finanze private vengono gratificate prima delle condizioni di crisi; poi il pubblico paga per tutto questo. Molte inchieste giudiziarie – MOSE in primis – hanno illustrato questo sistema.
Su richiesta anche dell’Autorità Anticorruzione, oltre che di molte istanze sociali e ambientaliste, la Legge Obiettivo è stata abrogata nel 2016. Disseminando il territorio nazionale di centinaia di cantieri sospesi o addirittura mai avviati, con ulteriore degrado ambientale e consumo di suolo. Paradosso di tutto ciò è che, mentre appare chiaro che il meccanismo si inceppava per la ferma intenzione di massimizzare spese e flussi finanziari, a scapito di buone progettazioni per risoluzione reale dei problemi, il «coro mediatico» attribuisce blocchi e fallimenti «agli ambientalisti, ai comitati, all’odiosa burocrazia». La logica della Legge Obiettivo cancellata peraltro prosegue attraverso i vari «decreti sblocca» (Italia, Crescita, Cantieri) che perpetuano meccanismi e strumenti.
6. La politica che dovrebbe controllare ed eventualmente ovviare a tutto questo, ne è invece prigioniera, con istanze che ne obliterano l’azione fino alla «liquefazione». Anche i 5 Stelle, pure cresciuti su critiche e denunce di tali logiche distorsive, hanno finito per arrendervisi una volta andati al governo, lasciando che persino un Presidente del Consiglio espresso dal loro movimento, giungesse a mentire su costi, penali e fondi anticipati (inesistenti), per non bloccare il TAV. Cedendo così anche sull’«ultima spiaggia» pentastellata e condannando il movimento a un declino probabilmente esiziale.
Ci vuole invece una vera svolta «green». Come richiedono tra l’altro i ragazzi di Fridays for Future con Greta; e, da tanti anni, ambientalisti e comitati locali. Tali inversioni di tendenza possono scaturire da sostegni forti agli accordi globali di contenimento dei grandi inquinamenti, e dalla riconversione ecologica di contesti e produzioni. Basati sul risanamento e sulla riqualificazione di territorio e paesaggio; e quindi sugli «statuti dei luoghi» e sulle «regole ambientali» dettate dagli ecosistemi locali. Simili istanze non possono oggi che muovere dal «basso»; dagli abitanti dei territori, organizzati in comitati, assemblee, tavoli, laboratori. Che si battono per bloccare il degrado e formulare visioni di sostenibilità sociale e ambientale dei contesti, investendo e rifertilizzando in tale logica una politica istituzionale, altrimenti strumento dei grandi interessi che hanno determinato i disastri attuali.
Bibliografia
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Di Alberto Ziparo
lunedì 16 novembre 2020
Valanghe di denaro 'facile' sulle grandi opere dal Recovery Plan? Il monito di Roberto Perotti
COMUNICATO STAMPA, 14.11.’20
Guai se dal Next Generation Eu arrivassero ai governi valanghe di denaro ‘facile’ da indirizzare al buio su investimenti fallimentari!
Roberto Perotti, docente di economia politica alla Bocconi: “C’è il rischio molto concreto che venga usato su alcune opere infrastrutturali che non sono giustificate dalla domanda”.
Radio 24, Focus Economia, puntata di ieri. Forse non se l’aspettava, il simpatico Sebastiano Barisoni, quella ragionevolissima precisazione che gli ha fatto a bruciapelo Roberto Perotti, docente di economia politica alla Bocconi, rispondendo su ciò che sarebbe sensato e insensato fare, con la favolosa pioggia di soldi in arrivo dall’Europa col Recovery Plan.
Domanda Barisoni (minuto 56:42): “Sono un po’ preoccupato (…) dal silenzio sul famoso Recovery Plan (…)”.
Risponde Perotti: “Io sono sempre stato molto scettico sul Recovery Plan, per un motivo molto semplice: perché ci si chiede di spendere 209 miliardi in tre anni, e decidere in tre o quattro mesi come spendere una cifra enorme: è circa il 40% del bilancio annuale dello Stato, è quindi una cifra enorme (…). La nozione di capacità di spesa si è persa completamente, cioè di dire che c’è un tetto massimo che un’organizzazione può spendere efficacemente e costruttivamente, oltre il quale non si riesce a andare. E chiaramente 200 miliardi in tre anni con tre mesi di preparazione è ben al di là della nostra capacità di spesa. Non solo della nostra: di qualunque organizzazione!”
Replica Barisoni: “Ecco, senta, mi dica una cosa in una battuta, che devo chiudere… ma, anche se la spesa venisse indirizzata, per esempio, su grandi opere infrastrutturali che sono in grado di assorbire molto di questa spesa…?”
Conclude Perotti: “Beh, quello è un grossissimo pericolo, perché c’è il rischio, e credo che sia molto concreto e credo che si realizzerà quasi sicuramente, che venga utilizzata in opere infrastrutturali che non vale la pena di fare. Ma l’idea è ‘tanto ci son questi soldi’, sembrano gratis, in realtà non son gratis, o non tutti sono gratis, ‘dobbiamo spenderli in fretta su investimenti’, e quindi c’è il rischio molto concreto che venga usato su alcune opere infrastrutturali che non sono giustificate dalla domanda”.
Per Barisoni un attimo di imbarazzo, un sospirone, e si chiude la puntata.
L’associazione Idra, che dal 1994 contrasta gli sprechi delle ‘grandi opere’, parte civile nel procedimento penale e parte ad adiuvandum in quello contabile per i danni provocati dalla TAV in Mugello e a Monte Morello, si domanda: si medita forse ancora di ripartire dal ‘dunque, dicevamo…’? O non urge piuttosto un’autentica inversione di tendenza culturale? Non sarebbe l’ora di accettare la semplice evidenza che quel passato pre-Covid non merita in nessun modo di essere recuperato o replicato?
Al netto della penetrazione della criminalità organizzata, dell’offesa ambientale, della crescita esponenziale dei costi e della parallela rapina erariale, oggi dire ‘grandi opere’ è come dire montagne di denaro pubblico che partoriscono miseri topolini quanto a occupazione, e risultati – se mai vantaggiosi - raggiungibili solo in capo a lustri e lustri. Mose di Venezia, TAV in Mugello e a Firenze, fantaponti/tunnel di Messina insegnano. Mentre abbiamo bisogno di tanta dignità, stabilità e capillarità nell’occupazione, opere diffuse di utilità collettiva, interventi di rammendo sociale e territoriale, di ricostruzione e messa in sicurezza, di promozione culturale e di radicale riassetto ambientale: con molti meno soldi, ma molti più benefici.
Associazione di volontariato Idra
Tel. 055.22.39.92, 320.053.52.58
idrafir@gmail.com, idraonlus@pec.it; http://www.idraonlus.it, https://www.facebook.com/idra.
mercoledì 14 ottobre 2020
Tav bocciata dalla Corte dei Conti europea. Politica e stampa nascondono la notizia
Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su La Città invisibile, rivista del laboratorio politico perUnaltracittà – Firenze, a questo indirizzo [https://www.perunaltracitta.org/2020/10/12/tav-bocciata-dalla-corte-dei-conti-europea-politica-e-stampa-nascondono-la-notizia/] con licenza BY-NC-SA 3.0.
di Tiziano Cardosi
Una implacabile analisi della Corte dei Conti Europea boccia la linea ad Alta velocità Torino-Lione, ma la politica, la stampa e la magistratura italiane fanno finta di non accorgersene, puntando solo a criminalizzare chi si oppone, oscurandone i validi motivi. È un grave sintomo di crisi democratica.
Mentre i grandi media osservano con minuziosa attenzione gli arresti di alcuni attivisti appartenenti al movimento No TAV, cercando ovunque minimi indizi che possano associare quella lotta a criminalità e addirittura terrorismo, è arrivata una nuova solenne bocciatura del progetto di linea Torino Lione, ma nessuno, a parte il Fatto Quotidiano, pare essersene accorto. Strano comportamento da parte di chi pretenderebbe di fare informazione; ma facciamo un po’ di ordine nella sciagurata orgia di bufale e nei silenzi.
La Corte dei Conti Europea ((European Court of Auditors – ECA) nel giugno 2020 aveva pubblicato una analisi di otto grandi progetti europei, tra cui la Torino Lione con i suoi doppi tunnel di 57 km; il suo verdetto era stato spietato con quasi tutti i progetti che sarebbero stati realizzati: non era garantita la loro realizzazione, come previsto, entro il 2030 e la convenienza economica non era per niente chiara. Per la famigerata Torino Lione anche il calcolo dei benefici sulla produzione di CO2 non era per niente positivo.
Questi dati furono riportati dai media in maniera molto, troppo sobria; alla notizia dettero ovviamente rilievo i movimenti ambientalisti, ma subito seguirono comunicati e paginate di editti sulla strategicità dell’opera indispensabile per “andare in Europa”, per combattere la disoccupazione, per colmare il presunto gap infrastrutturale italiano, per salvarci dalla crisi che invece non scompare, anzi si aggrava, nonostante la mole di cemento utilizzato ed il consumo di suolo prodotto. Insomma i fumogeni furono accesi per non far vedere il re nudo.
A seguito di quel documento dell’ECA, un gruppo del Movimento, il Presidio Europa No TAV, ha chiesto di poter avere lo studio che è stato alla base del giudizio critico sull’opera italo-francese. Le analisi sul progetto Torino Lione sono opera di un economista francese, Yves Crozet, e sono una grave denuncia delle manipolazione dei dati che sono alla base della giustificazione della necessità dell’opera.
Sostanzialmente i dati errati prodotti dai costruttori dell’opera sono relativi ai flussi di traffico previsti e al risparmio previsto di emissioni di CO2. Le parole di Crozet sono lapidarie:
“Nel caso di progetti che non hanno un ritorno finanziario, ma che sono giustificati da motivi ambientali, è il ritorno socioeconomico stimato che viene gonfiato dai promotori del progetto. Il finanziatore pubblico deve essere convinto che è nell’interesse della comunità finanziare l’operazione. La galleria Lione-Torino è un tipico esempio di questa manipolazione del calcolo economico in cui, oltre alla sopravvalutazione del traffico, vi sono valutazioni fantasiose dei guadagni in termini di emissioni di CO2 . Una volta rivisti, i dati del calcolo economico danno al progetto un quadro completamente diverso”.
Il documento naturalmente motiva tecnicamente questa sentenza che è requiem per i cementificatori: la Torino Lione non è finanziariamente sostenibile, i vantaggi socioeconomici e ambientali non giustificano assolutamente l’opera.
Una notizia del genere – ricordiamoci che si parla di un’opera in cui il solo tunnel di base ha un costo preventivato di 9,6 miliardi e l’intera linea circa 26 miliardi! – secondo chi scrive doveva essere sulle prime pagine di tutti i giornali nazionali, perché le risorse previste sono di dimensioni da impensierire tutto il paese e anche l’Europa. Invece l’eco della notizia si è avuta solo su un quotidiano e sulla cronaca torinese del Corriere con un modesto articolo; al contrario l’eco degli arresti di alcuni militanti sono stati oggetto di una attenzione morbosa che li ha addirittura avvicinati alle vicende degli anni di piombo; la sproporzione tra i 700 euro contestati ai militanti condannati e i 26.000.000.000 (26 miliardi) che sarebbero sperperati nella costruzione del TAV danno la misura dello strabismo dei media.
Questo silenzio, assieme alla manipolazione – cioè falsificazione, menzogna – dei dati, accende un riflettore inquietante non solo sulla Torino-Lione, ma sulla generale situazione italiana:
• una democrazia senza una informazione corretta non è sostenibile, in Italia l’informazione è in buona parte asservita alla lobby dei costruttori e di chi ha interessi nelle privatizzazioni;
• esiste una classe di imprenditori che sono sostanzialmente “prenditori puri”, cioè sono parassiti di tutto il paese promuovendo, oltre a privatizzazioni di servizi pubblici, opere inutili e dannose;
• abbiamo una classe politica totalmente asservita a interessi di una élite che confliggono con l’interesse generale e quello ambientale; chi comanda davvero non sono le istituzioni, ma i poteri forti;
• si è creato un ceto parassitario che vive a spese della collettività gestendo progetti non solo inutili, ma di difficile realizzazione, consentendo la sopravvivenza di società, come Telt, di nessuna utilità economica o sociale; lo stesso vale per la miriade di imprese che si giovano della privatizzazione dei servizi.
Se sono attendibili queste conclusioni cui siamo giunti dopo decenni di osservazioni delle politiche economiche, non resta che auspicare una resurrezione della Fantasia che sappia narrare un mondo in cui al centro ci siano l’essere umano e la biosfera, invece della tutela dei profitti di una esigua e dannosa minoranza.
Gli interessati ad approfondire possono avere a questo link il testo dell’analisi dell’opera.
Tiziano Cardosi


