VALORIZZARE DIFENDERE SALVAGUARDARE LA VAL DI SIEVE

L' Associazione Valdisieve persegue le finalità di tutelare l'ambiente, il paesaggio, la salute, i beni culturali, il corretto assetto urbanistico, la qualità della vita e la preservazione dei luoghi da ogni forma d'inquinamento, nell'ambito territoriale dei comuni della Valdisieve e limitrofi.

EVENTI 2

  • LABORATORIO RIUSO E RIPARAZIONE A LONDA 

Le attività e aperture del Laboratorio di Riparazione e Riuso di Londa 
sono il mercoledì e il sabato pomeriggio.

CALENDARIO

Visualizzazione post con etichetta Tomaso Montanari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tomaso Montanari. Mostra tutti i post

lunedì 9 agosto 2021

Tomaso Montanari e il Ponte sullo Stretto: La ministra Bellanova chiede la mia testa

La ministra renziana, Bellanova, chiede le dimissioni di Tomaso Montanari da Rettore dell'Università per gli Stranieri di Siena prima ancora che questo si sia potuto insediare (cosa che avverrà solo ad Ottobre prossimo).

fonte qui
L'incompatibilità nel ruolo, stando ai social e a quanto riportano i quotidiani, sembrerebbe stare soltanto nelle diverse opinioni sulla realizzazione o meno del ponte sullo stretto. Non per incapacità tecniche, culturali, o altro, e nemmeno perchè Montanari è ministro delle Infrastrutture a quanto pare (visto che non lo è). Quindi solo per una diversa opinione? Un pò grave!

Il pensiero di Tomaso Montanari tra l'altro non è il solo tra coloro che non sentono come di primaria importanza fare quel ponte. A cominciare dalle valutazioni ambientali che tante volte ha ripetuto Mario Tozzi. Magari meno politiche di quelle di Montanari, ma pur sempre contrarie.

Riportiamo una risposta di Montanari su twitter in cui spiega meglio il suo pensier: "Non ho affatto detto che tutti coloro che sono per il Ponte appartengono a queste categorie. Ma che invece tutti quelli che appartengono a queste categorie sono immancabilmente per il #PontesulloStretto".

Riportiamo l'articolo integrale pubblicato sul FQ (qui) che si trova liberamente sul profilo FB di Montanari:

GUAI A CRITICARE IL PONTE SULLO STRETTO?

di Tomaso Montanari :
Ieri la viceministra alle Infrastrutture e mobilità sostenibile Teresa Bellanova ha chiesto le mie dimissioni da rettore dell’Università per Stranieri di Siena (ma lo sarò solo da ottobre) perché non so “tenere la lingua a freno”.
È davvero gravissimo che un membro del governo si permetta di violare l’autonomia dell’università, con l’intenzione di reprimere l’espressione di una libera opinione, garantita a tutti (e perfino ai rettori) dall’articolo 21 della Costituzione.
O si vuol chiedere di nuovo ai professori un giuramento di fedeltà al regime?
Avevo scritto su Twitter: “È un segnale infallibile, da anni: il #pontesullostretto è lo stigma di mafiosi, corrotti, mestatori, politici finiti, venditori di fumo, berlusconiani nativi e di ritorno, telepredicatori del progresso de noantri, servi dei padroni, sviluppisti d’antan, sauditi e pennivendoli”.
È la mia opinione, argomentata prima in tanti articoli e libri: ritengo che il Ponte sullo Stretto sia ormai il manifesto ideologico del peggio di questo Paese. Oltre a essere esattamente il contrario di quella sostenibilità (ambientale, economica, sociale) che la viceministra dovrebbe servire.
Spero che la sua uscita sia solo un incidente, dovuto a profonda ignoranza istituzionale.
Le porte dell’università sono aperte a tutti: anche alla senatrice Bellanova.
Frequentandola, potrebbe scoprire che l’università serve a nutrire il dissenso, a combattere il pensiero unico, a costruire strumenti per criticare il potere.
Non è mai troppo tardi.

lunedì 19 luglio 2021

La “transizione ecologica” di ambiente, paesaggio e beni culturali verso non si sa dove.


Questo articolo è pubblicato sul blog del Gruppo d’intervento Giuridico odv

Fausto Martino è dirigente del Ministero della Cultura in quiescenza, già Soprintendente per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari.

Ecco che cosa pensa delle attuali manovre in corso sulle normative in materia di tutela del paesaggio e dell’ambiente.

E non si può che concordare.

Gruppo d’intervento Giuridico odv

da L’Unione Sarda, 13 luglio 2021

Transizione ecologica. (Fausto Martino)

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione“. Questo è il testo attualmente vigente dell’art. 9 della Costituzione, norma magnifica e imperativa che riconosce al patrimonio culturale lo status di prevalente valore costituzionale. Norma che ha sinora svolto egregiamente il compito che le avevano affidato i Costituenti.

È infatti solo grazie all’articolo 9 della Costituzione se sono state respinte al mittente tante leggi regionali dal sapore eversivo e si sono scongiurati i gravissimi danni al paesaggio che si sarebbero prodotti, anche in Sardegna, con i mega impianti di produzione di energia alternativa sostenuti, giustificati e incentivati dall’allora Ministero dell’Ambiente.

centrale fotovoltaica

Oggi, dopo aver fatto il pieno di deleghe sull’energia e forte di nuovi poteri, il Ministero ha un nuovo nome dall’acronimo rassicurante, si chiama Ministero della Transizione ecologica, MiTe per gli amici.

Come in “1984” – l’incubo distopico di Orwell, dove il Ministero della pace si occupa della guerra e quello dell’amore attua le repressioni – nel bipensiero del governo Draghi, il nuovo Ministero, che nell’immaginario collettivo dovrebbe tutelare l’ambiente, ne promuoverà la devastazione in nome della transizione ecologica.

Il 9 giugno scorso, il Senato ha approvato in prima lettura l’ammiccante disegno di legge che aggiunge, al testo che conosciamo, un nuovo periodo: “Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”.

Sembrerebbe innocuo, persino positivo. Ma ce n’era bisogno? Certamente no.

Negli anni ’70 e poi più esplicitamente negli anni ’80, la Corte Costituzionale, sulla base degli articoli 9 e 32, si era già espressa a favore di un’interpretazione estensiva del termine “paesaggio”, permettendo così di qualificare l’ambiente come “valore costituzionale”. E dopotutto la “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali” fa già parte del dettato costituzionale, essendo indicata, dall’art. 117 secondo comma, come materia su cui lo Stato ha competenza legislativa esclusiva.

E allora, a cosa serve questa modifica costituzionale?

Tomaso Montanari non ha dubbi. Per lui – e anche per me – inserire l’ambiente e lo “sviluppo sostenibile” (che pure faceva capolino nei precedenti ddl) tra i principi fondamentali della Carta ha un unico significato: mettere la tutela dell’ambiente alla pari con quella del paesaggio e del patrimonio storico artistico.

Un cavallo di Troia nell’articolo 9 per superare gli ostacoli sollevati da quanti, in primis le soprintendenze e le associazioni ambientaliste, ancora si attardano nell’anacronistica tutela del patrimonio culturale frenando – come accusa il sagace presidente di Legambiente – la transizione ecologica e gli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili che ne sono il corollario.

Cattivi pensieri? Non direi.

Se appena scorriamo il decreto-legge 31 maggio 2021, n. 77 sulla Governance del PNRR, ci rendiamo conto di quanta attenzione abbia posto il Governo – con buona pace del ministro Franceschini – nel disinnescare le Soprintendenze che, sebbene già annichilite dalle incessanti riforme del MiBACT/MIC avviate su mandato dell’allora Presidente del Consiglio Renzi, erano riuscite a limitare i danni dei mega impianti, proprio in virtù dell’articolo 9 della Costituzione.

Ora saranno definitivamente neutralizzate e messe in condizioni di non nuocere non solo dalla modifica dell’art. 9 della Carta, quando verrà, ma qui e ora dalla valanga di disposizioni contenute nel decreto-legge: termini ridotti, pareri resi non vincolanti, impossibilità di avvalersi della norma che consente alle amministrazioni dissenzienti di ricorrere alla Presidenza del Consiglio, termini dell’archeologia preventiva e delle VIA abbreviati e, incredibile a dirsi, competenze per l’approvazione dei progetti del PNRR scippate agli uffici periferici ed attribuite ad un’apposita Soprintendenza Speciale incistata direttamente nei gangli romani del Ministero.

Davvero – come ci assicura Franceschini – la “Soprintendenza speciale” servirà a tutelare meglio il patrimonio culturale su cui rischiano di abbattersi molti interventi del Pnrr?

Sappiamo bene che non è così.

Per la tutela del patrimonio ci sarebbero ancora le Soprintendenze ordinarie, che vantano una conoscenza del territorio non eguagliabile da un ufficio romano, e c’è la Direzione generale che le coordina. La nuova Super-soprintendenza nasce evidentemente con lo scopo preciso di eludere i meccanismi di tutela previsti dal Codice dei beni culturali e del paesaggio senza violarli apertamente, trasformando gli obbligatori pareri tecnico-amministrativi delle soprintendenze nei pareri, di natura eminentemente politica, della nuova Super-soprintendenza.

E che dire dell’articoletto che, per una serie di interventi non propriamente innocui, attribuisce ai commissari il potere di derogare “ad ogni disposizione di legge diversa da quella penale” per consentire il rispetto del cronoprogramma delle opere?

Manca solo la licenza di uccidere, poi c’è tutto quel che occorre.

Insomma, i provvedimenti recentemente assunti con il plauso di Legambiente e di Confindustria sembrano concorrere a neutralizzare ogni plausibile forma di controllo e di indirizzo delle imponenti trasformazioni del territorio previste e incentivate dal PNRR. I signori del sole e del vento che da sempre hanno la Sardegna nel mirino l’avranno vinta?

E la Sardegna, da sempre spogliata dei propri beni, dovrà soccombere anche questa volta, perdendo, in nome della transizione ecologica, il suo bene più prezioso?

(foto da mailing list ambientalista, E.R., S.D., archivio GrIG)

FONTE: https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2021/07/19/la-transizione-ecologica-di-ambiente-paesaggio-e-beni-culturali-verso-non-si-sa-dove/#more-27236

martedì 1 giugno 2021

La semplificazione di Draghi: abbattere il freno delle regole

FONTE:  https://emergenzacultura.org/2021/05/31/la-semplificazione-di-draghi-abbattere-il-freno-delle-regole/

Tomaso Montanari

Il responsabile “commercio e lavoro” di Forza Italia Giovani Milano ha dichiarato che tra le vittime del disastro della funivia del Mottarone ci sarebbero anche “i gestori dell’impianto”, perché “costretti alla fame da regole assurde e tanto disperati all’idea di dover ritardare la riapertura da arrivare a voler riaprire ad ogni costo”. Insomma, quei quattordici morti non li avrebbe uccisi la criminale avidità di chi voleva aumentare gli utili (comunque cospicui): no, li avrebbero uccisi le “regole”.

Se oggi c’è ancora un’ideologia trionfante è proprio questa: la demonizzazione delle regole. Togliere il freno, dalle funivie all’economia: ecco la soluzione.

Così, il Governo di un Paese che nel 2020 ha avuto 1270 morti sul lavoro (nonostante il lockdown), propone il massimo ribasso e il subappalto libero (salvo doverseli poi in parte rimangiare di fronte alla reazione di sindacati e associazioni antimafia): come se la corsa a tagliare i costi del lavoro e le scatole cinesi dei subappalti non avessero come principale “effetto collaterale” l’abbassamento, fino all’annullamento, delle garanzie per chi lavora. Fino allo schiavismo e alla morte, come ha, da ultimo, mostrato la sconvolgente inchiesta di Piazzapulita sul distretto tessile di Prato: un’inchiesta che dovrebbe aprire gli occhi sull’altra faccia del made in Italy, visto che offre una prospettiva agghiacciante di ciò che c’è, non di rado, dietro la retorica trionfante della moda italiana. Chi, per esempio, ricorre con disinvoltura alle sponsorizzazioni che i grandi marchi della moda offrono alle grandi mostre dovrebbe chiedersi come si possa finanziare la cultura con lo schiavismo: dovrebbe rammentarsi del monito di John Ruskin (1860): “Ogni volta che compri qualcosa, prima considera le condizioni di esistenza dei lavoratori che la producono”. Ma alle ideologie dominanti è difficile resistere: e dunque la parola d’ordine non è “corresponsabilità”, ma “semplificazione”.

Nell’ultima versione (entrata in Consiglio dei ministri il 28 maggio) il decreto “semplificazioni” che imposta la “governance del Pnrr” appare come la bandiera stessa di questa ideologia delle mani libere: tanto che potremo chiamarlo, con un acronimo di quelli che oggi piacciono tanto, Dclr – Decreto contro le regole.

Il nucleo ideologico è sempre lo stesso: dalla Legge obiettivo di Berlusconi allo Sblocca Italia di Renzi si costruiscono procedure speciali, commissariamenti, silenzi-assensi per aggirare le regole in nome di urgenze eccezionali e interessi strategici. Naturalmente, sempre giurando di voler rispettare ambiente e paesaggio: ma se fosse vero, basterebbe far funzionare le regole che ci sono (e che garantiscono tutti), per esempio assumendo personale e formandolo adeguatamente. Invece, con le procedure eccezionali si fanno le Grandi Opere che stanno a cuore al governo di turno: in genere con eccezionali profitti privati, eccezionali danni ambientali e scarsissima, o nulla, utilità pubblica.

Nella semplificazione “variante Draghi”, la tutela del patrimonio culturale viene letteralmente massacrata: si crea il monstrum giuridico di una controllabile Soprintendenza speciale incardinata a Roma che tratterà tutti i progetti del Pnrr che riguardano più di una soprintendenza (ma che potrà avocare anche gli altri), anche avvalendosi di “esperti” esterni (leggi: cavalli di Troia); il “dissenso” delle soprintendenze verrà “risolto” direttamente dal Consiglio dei ministri; per gli impianti di energia rinnovabile spariscono di fatto le aree contermini a quelle vincolate (cioè si potranno mettere pale eoliche enormi nell’area visiva, per dire, di Castel del Monte o della Sacra di San Michele); il silenzio assenso se lo certificherà direttamente il privato, e il tempo per annullare autorizzazioni illegittime scende ancora; sulle foreste vincolate (come la dantesca Pineta di Ravenna) si potrà intervenire senza autorizzazione; e per decidere se autorizzare l’alta Velocità a sventrare mezza Magna Grecia non si potrà prendere più di una manciata di giorni. Nei fatti, l’articolo 9 della Costituzione è sostanzialmente sospeso per le opere del Pnrr.

Se lo “sviluppo sostenibile”, del resto, è rimasto fuori dal testo (per ora) che si vorrebbe aggiungere proprio all’articolo 9, basta e avanza l’inutile emendamento che menziona l’“ambiente” ad aprire il varco mortale con cui pale eoliche e pannelli fotovoltaici saranno messi là dove non dovrebbero stare, al largo delle Egadi o sui crinali appenninici, devastando il paesaggio. E questo è un caso particolarmente raffinato della deregolamentazione: quando le regole non si possono cancellare o abbattere, si possono mettere però l’una contro l’altra (per esempio: energie rinnovabili contro paesaggio), facendole implodere.

Non per caso questa riforma costituzionale “ambientalista” è proposta dal Governo che scatena le trivellazioni, resuscita inceneritori e nucleare e apre la porta al Ponte sullo Stretto.


ARTICOLO PUBBLICATO SU “IL FATTO QUOTIDIANO” IL 31 MAGGIO 2021. FOTOGRAFIA DI RUDY MASSARO DA WIKIMEDIA COMMONS.
FONTE:  https://emergenzacultura.org/2021/05/31/la-semplificazione-di-draghi-abbattere-il-freno-delle-regole/

lunedì 24 maggio 2021

Di Tomaso Montanari: Cambiare la Costituzione per devastare il Paesaggio

Effettivamente essendo l'Ambiente già protetto dalla Carta, queste nuove parole sulla promozione dello sviluppo sostenibile nell'interesse delle future generazioni è inquietante. Infatti pare che molti sindaci chiedano meno burocrazia e più velocità (richieste che sono anche di ministri e governo!). Che equivale anche a "cambiare le regole per fare quello che si vuole"! 

------------------

Assalto all’articolo 9. Lo scopo è lanciare il grande business della “green economy” come i mega impianti per l’energia solare ed eolica senza piani paesistici. Da Il Fatto.

La caccia grossa della variopinta maggioranza (coesa nel perseguire i peggiori obiettivi) che sorregge il governo Draghi ha tra le prede l’articolo 9 della Costituzione. Nella scorsa settimana il fantasma del Parlamento è apparso per aggiungere al suo esemplare dettato (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”) una coda dagli effetti eversivi: “La Repubblica tutela l’ambiente e l’ecosistema, protegge le biodiversità e gli animali, promuove lo sviluppo sostenibile, anche nell’interesse delle future generazioni”. Ma cosa può mai esserci di male in queste parole, così apparentemente “verdi”?

Poiché una costante giurisprudenza della Corte Costituzionale ha stabilito che l’ambiente è già protetto dalla Carta (dal combinato disposto degli articoli 9 e 32, quello che tutela il diritto fondamentale alla salute) questa aggiunta sarebbe superflua: ma la politica non conosce il superfluo.

Il vero scopo lo si capisce leggendo i giornali di questi giorni. 80 sindaci del Pd invocano “abbattiamo la burocrazia! La democrazia è velocità!”. Al furore “futurista” degli amministratori “di sinistra” che chiedono le mani libere (come ogni destra liberista), risponde la gesuitica ipocrisia del “loro” ministro Franceschini, che dichiara: “Per il decreto Semplificazioni sto proponendo, per il mio dicastero e le Soprintendenze, nuove regole molto innovative che renderanno tutto più rapido senza indebolire la tutela di paesaggio e beni culturali”. Geniale: per rispettare le regole facendo quello che si vuole c’è solo una strada, cambiare le regole! A partire dalla prima: l’articolo 9 della Costituzione.

Ma come può giovare ai sindaci della betoniera l’introduzione di un’ulteriore tutela? Lo spiega l’entrata a gamba tesa del presidente di Legambiente, che rilascia un’intervista al vetriolo contro le soprintendenze. Ecco i veri nemici dell’ambiente: non le multinazionali, i governi, le banche. No: gli odiati soprintendenti! Colpevoli di dire no a pale eoliche alte 130 metri piantate su enormi piattaforme di cemento armato che si vorrebbero piazzare sui crinali dell’appenino, magari sopra i tratturi sannitici e vicino monumenti straordinari. O a ettari ed ettari di pannelli fotovoltaici nelle più belle campagne italiane, o sui tetti dei centri storici.

Ed è qua che si capisce cosa debba espugnare il cavallo di Troia del nuovo articolo 9: il paesaggio. Inserire lo “sviluppo sostenibile” tra i principi fondamentali della Carta significa metterlo alla pari della tutela del paesaggio. Ecco la strategia dell’ambientalismo industriale italiano: mettere ambiente contro paesaggio, per continuare a far girare la macchina dei soldi privati a spese del territorio pubblico. Facendosi pure santificare come paladini dell’ambiente. Ma mettere l’ambiente contro il paesaggio è come dire che per impiantare in un corpo alcuni dispositivi che dovrebbero contribuire a farlo vivere di più, si può deformarne il volto in modo indelebile.

Questo vuol dire che dobbiamo rinunciare alle rinnovabili? No, vuol dire che dobbiamo stare in guardia rispetto agli enormi grumi di interesse (non di rado di stampo mafioso, come nel caso dell’eolico) che si stanno riciclando nell’ambiguo concetto di “sviluppo sostenibile” (un ossimoro), continuando a sigillare suolo col cemento o col metallo. Se davvero si volessero tenere insieme ambiente e paesaggio la strada c’è: da anni ogni Regione dovrebbe approvare un Piano paesaggistico, e proprio quella è la sede in cui decidere dove mettere questi impianti, senza lasciare l’iniziativa alla speculazione privata. Invece di cambiare le regole, bisognerebbe far funzionare quelle che ci sono: il MIC ha tutti gli strumenti per indurre le Regioni inadempienti (quasi tutte) a redigere i piani, ma non l’ha fatto.

In uno studio importante appena uscito su Giustizia insieme, il giurista Paolo Carpentieri spiega come rischia di finire: “Si ha, in conclusione, la sensazione che la ‘transizione ecologica’ finirà come al solito per risolversi in un grande greenwashing del vecchio refrain della “Crescita&sviluppo”, con sacrificio ulteriore dei paesaggi del già ‘Bel Paese’. La questione di fondo, come al solito, è culturale: forse la transizione ecologica “vera” non è quella della così detta green economy, totalmente organica e interna alle vecchie logiche del profitto e della crescita del Pil, ma è prima di tutto quella, mentale e culturale, basata su un nuovo modo di pensare e di guardare al mondo, su un nuovo stile di vita, sul recupero del senso del limite e su un profondo ripensamento della scala dei valori, con l’abbandono del consumo fine a se stesso e del falso slogan contradditorio dello ‘sviluppo sostenibile’, nella ricerca di un equilibrio stabile e duraturo”.

Lontanissimo da questo salto culturale, il governo del cemento cinge d’assedio l’articolo 9 della Costituzione.


ARTICOLO PUBBLICATO SU “IL FATTO QUOTIDIANO” IL 24 MAGGIO 2021. FOTOGRAFIA DI SDB79 DA FLICKR, © CASIMIRO OLESINISCHI.
(fonte scritto sopra EMERGENZA CULTURA: https://emergenzacultura.org/2021/05/24/cambiare-la-costituzione-per-devastare-il-paesaggio/)
Continua a leggere sul FQ, QUI 

domenica 16 maggio 2021

di Tomaso Montanari: Recovery, addio sogni green: il cemento seppellirà l’Italia

 di Tomaso Montanari

“Trasformerà l’Italia”, dice del Pnrr Enrico Giovannini, ministro delle Infrastrutture e delle mobilità sostenibili (dicastero dal curioso nome demagogico: che spinge a chiedersi chi si occupa delle infrastrutture e della mobilità insostenibili, che sono ancora la massima parte…). Condivido l’affermazione, ma non nell’implicito, positivo, giudizio di valore: perché credo che questa trasformazione consisterà in una immane colata di cemento.

Tutto era evidente sin dalla nascita del governo Draghi, con la sparizione del Ministero dell’Ambiente (fagocitato dall’elefantiaco quanto propagandistico Ministero della Transizione Ecologica), e del Ministero per i Beni culturali (tra i quali c’è anche il paesaggio) mutato nel, non meno astratto e propagandistico, Ministero della Cultura. Il messaggio è chiaro: questo governo non vuol tutelare più nulla, vuol far sparire lacci e lacciuoli, regole e protezioni, in un danzante ritorno al “maniliberismo” trionfante che ha massacrato la forma dell’Italia. La prova arriva dalle pagine del Pnrr. I numeri danno conto delle priorità: un piano che nasce da un disastro sanitario stanzia 25,33 miliardi per le infrastrutture contro i 15,63 per la salute! Siamo, insomma, ancora all’idea che il mattone (il cemento) sia l’unico possibile volano economico.

E ancora una volta non c’è traccia di quella Unica Grande Opera utile che sarebbe la messa in sicurezza del territorio: il Piano assegna alle “misure per la gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico” solo 2,49 miliardi, un decimo di quanto assegnato al cemento delle nuove infrastrutture. E invece dà 6 miliardi alla “valorizzazione del territorio dei comuni”, etichetta assai ambigua e passibile di tradursi in altro cemento. Il Piano evoca il problema cruciale del “consumo di suolo” solo per regredire dall’unica posizione possibile (il consumo zero, che l’unione Europea impone di raggiungere nel 2050) a una vaga e parenetica esortazione a “limitarlo”: di fatto, un via libera alle betoniere.

L’ideologia è quella del neoliberismo più sfrenato. Il Piano afferma che “è necessaria una profonda semplificazione delle norme in materia di procedimenti in materia ambientale e, in particolare, delle disposizioni concernenti la valutazione di impatto ambientale (Via). Le norme vigenti prevedono procedure di durata troppo lunga e ostacolano la realizzazione di infrastrutture e di altri interventi sul territorio”. La Valutazione di impatto ambientale è sentita come un intralcio allo sviluppo, non come una garanzia per l’ambiente. E invece di assumere personale per farle realizzare più in fretta, si pensa solo ad aggirarle, e nella più classica tradizione italica si ricorre ad una giurisdizione speciale: “Si prevede di sottoporre le opere previste dal Pnrr ad una speciale Via statale che assicuri una velocizzazione dei tempi di conclusione del procedimento, demandando a un’apposita Commissione lo svolgimento delle valutazioni in questione”. E non è difficile immaginare quanto l’ambiente sarà tutelato in questi “tribunali del capitale”!

Il Piano invoca a più riprese l’allargamento del “silenzio assenso” che costringa le soprintendenze svuotate di personale a dire “sì” ad ogni scempio paesaggistico, e anzi si vocifera del progetto di istituire una specie di “soprintendenza nazionale unica” posta direttamente sotto il controllo della politica. Sarebbe l’abrogazione definitiva dell’articolo 9 della Costituzione che obbliga la Repubblica a tutelare paesaggio e ambiente: e, d’altra parte, che le costituzioni “socialiste” del meridione d’Europa vadano abbattute è un vecchio pallino delle grandi banche d’affari la cui visione del mondo impregna il vertice di questo esecutivo.

Paolo Pileri, ordinario di Pianficazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano ha definito il Piano “obbediente a logiche più industriali e finanziarie che ecologiche”. Greenpeace lo ha valutato assegnando un voto a ciascuna componente del Piano che abbia a che fare con l’ambiente (anche le politiche energetiche): la media è un brillante 3,3 (su 10). Per WWF, Greenpeace, Legambiente, Kyoto Club e Transport & Environment (T&E) il Pnrr è un’occasione sprecata, perché “non riesce a identificare nei settori della decarbonizzazione il volano per la ripresa economica sostenibile e non è incisivo nell’allocazione delle risorse e nelle riforme per innovare i settori pilastro della decarbonizzazione”, e “le risorse classificabili come ‘verdi’ appaiono marginali nella transizione energetica e scollegate da una strategia climatica”.

Se si aggiunge la ciliegina del Ponte sullo Stretto, cavallo di battaglia di Berlusconi e Renzi riesumato da Draghi, è evidente che più che Next Generation è una prospettiva da last Generation: il regalo avvelenato di un governo (con l’età media di 54,5 anni, composto per due terzi da maschi, e per tre quarti di ministri del Nord) che pensa in termini di “dopo di me il diluvio”.

https://emergenzacultura.org/


ARTICOLO PUBBLICATO SU “IL FATTO QUOTIDIANO” IL 10 MAGGIO 2021. FOTOGRAFIA DA LIBRESHOT.
[FONTE https://emergenzacultura.org/2021/05/10/recovery-addio-sogni-green-il-cemento-seppellira-litalia/?fbclid=IwAR0ZvJ3Pq4ZlEeVTpKrECEz57ElBqMMAIET-BaxCP9J1novlAvuDaTdSayc]

mercoledì 16 dicembre 2020

di Sergio Staino: NARDELLA E MONTANARI

- 16 Dicembre 2020 -

Sergio Staino nel 2010 sul palco 
con i 
Têtes de Bois per la 
Festa dei lavoratori a Trento -fonte wikipedia.

“Firenze è una città in svendita, all’incanto, una città che se la piglia chi offre di più e gli amministratori comunali 
sono al servizio di questi capitali stranieri”

Queste dure affermazioni sono state fatte da Tomaso Montanari durante un servizio di Report su Rai3 nel giugno scorso. In questi giorni è scattata una querela del sindaco e dell’intera giunta di Firenze contro il noto professore e agitatore politico con richiesta di 165 000 euro di danni. La cosa mi ha turbato molto ed ho subito manifestato il mio dissenso al nostro sindaco Nardella. Nella lettera aperta che indirizzo a lui e che riporto qui sotto cerco di spiegare più ampiamente il mio pensiero.

Caro Dario,

scusami se ritorno sulla querela che tu e la tua Giunta avete fatto a Montanari ma lo faccio perché credo che in questo nostro confronto ci siano componenti di metodologia politica su cui riflettere.

Innanzitutto vorrei chiarire subito qual è il mio pensiero su Tomaso Montanari in modo che non ci sia ombra di partigianeria politica nella mia difesa di fatto sulla correttezza del suo operato. Per definire ciò userò una frase che Giuliano Ferrara usò per me all’epoca di Tango: “Tomaso Montanari, che culturalmente rasenta il genio, in politica è un vero idiota”. Con Tomaso siamo amici da molto tempo, lui sa come la penso e sono tranquillo perché mai mi querelerà. Quello che invece non mi fa star tranquillo è questa querela facile a cui hanno aderito tutti i componenti della Giunta: neanche nella Bulgaria dei bei tempi avremmo raggiunto un risultato simile. Mi meraviglio perché sono amico di molti di voi, vi conosco bene e so che, a parte te che ogni tanto, come si dice a Firenze, “ti prende il grullo”, sono presenti nella Giunta persone molto più calme e serene nell’affrontare i tantissimi problemi politici in cui siete ovviamente impelagati.

La sofferenza deriva dal fatto che questa sia la prova, l’ennesima prova, di come non ci riesca ancora, dopo tanti anni, di sottrarci al tentativo di risolvere per via giudiziaria problemi che sono soltanto problemi politici. Quanto danno abbiamo fatto noi della sinistra a lasciare il passo alla magistratura perché ci liberasse dall’egoismo e l’ideologia del profitto di un Berlusconi o dall’altezzosistà offensiva di un Craxi? Eppure non abbiamo imparato la lezione e ancora tentiamo anche qui, nella piccola città di Firenze, in uno dei centri più importanti della cultura mondiale, di disturbare la procura per denunciare un violento ma legittimo attacco politico. Dario, tu vieni dal Partito Comunista, spero che ti ricorderai tutte le manifestazioni fatte in piazza dove ogni governo a noi alternativo diventava immediatamente “servo dei padroni”, “al servizio degli americani”, “complice degli assassini” etc. Ci hanno mai querelati? Al massimo Scelba o qualche altro Ministro degli Interni ci ha fatto sparare addosso ma querelarci mai.

E Montanari cosa ha fatto? Ha fatto oggi quello che noi facevamo tanti anni fa perché è rimasto indietro con i tempi, perché ha una visione antica della politica, una visione che non potremo mai battere in pretura ma solo nei fatti, nella stessa politica. Se non usciamo da questa logica finiremo per trasformarci in un partito e in una coalizione di avvocaticchi d’altri tempi, di persone senza un vero ideale, un sogno e soprattutto un progetto per lo sviluppo di questa nostra città e questo territorio. Montanari fa il suo lavoro, fa delle lezioni splendide sulla storia dell’arte e quando parla della Firenze storica ci apre il cervello e ci fa capire tante cose che noi, non lui, possiamo e dobbiamo usare per il futuro.

Quindi ti prego e vi prego, non fate come D’Alema capo del Governo fece con Forattini, non copritevi di ridicolo con questa querela per poi arrivare massimo tra due mesi a doverla vergognosamente ritirare. Ritiratela subito. E’ un errore che vi perdono, a patto che vi mettiate a studiare con più attenzione come si fa politica. Doveste andare a sentenza Tomaso verrebbe assolto con le congratulazioni del giudice perché il reato non sussiste e ve lo vedreste in piazza della Signoria a festeggiare, magari con me al suo fianco. In pratica quel che stiamo facendo con la denuncia votata al Senato con Salvini. Tornate quindi alla politica e finiamola con queste scemenze.

Con molto affetto e spero stima

Sergio Staino

 FONTE BLOG DI SERGIO STAINO: https://www.sergiostaino.it/blog/nardella-e-montanari/


Solidarietà a Tomaso Montanari querelato dalla Giunta comunale Associazioni, comitati, gruppi politici e ambientalisti scrivono a Nardella

COMUNICATO STAMPA

Firenze, 16 dicembre 2020

Un gruppo di associazioni, comitati, gruppi politici e ambientalisti hanno scritto una lettera al sindaco Dario Nardella e agli assessori della Giunta che hanno querelato lo storico dell’arte Tomaso Montanari per le sue dichiarazioni rilasciate in una trasmissione di Report dell’8 giugno 2020.

La frase che ha scatenato l’ira degli amministratori è stata questa: “Firenze è una città in svendita. È una città all’incanto, è una città che se la piglia chi offre di più, e gli amministratori di Firenze sono al servizio di questi capitali stranieri”.

Per i firmatari della lettera i motivi della querela sono inesistenti in quanto le dichiarazioni stigmatizzate descrivono realmente ed efficacemente gli effetti delle politiche di chi ha guidato Firenze. Comitati e associazioni si dichiarano totalmente d’accordo con le parole di Montanari.

Una querela per questi motivi è un atto intimidatorio per tacitare la voce di chi non condivide le politiche di Palazzo Vecchio, un esercizio di negata democrazia che non fa onore ai querelanti e pone una macchia sulla tradizione fiorentina di città medaglia d’oro della resistenza e dalle tradizioni democratiche che risalgono al medioevo.

Con le giunte di Renzi prima e Nardella dopo, c’è stata una accelerazione nel mettere in vendita pezzi pregiati e di grande valore del patrimonio immobiliare e storico fiorentino. Il progetto Investire a Firenze vide addirittura il Sindaco recarsi a New York a presentare a grandi società immobiliari i gioielli da mettere a disposizione del mercato; un lungo elenco del patrimonio della città sottratto ai cittadini per metterlo a disposizione degli investitori internazionali.

Un altro aspetto che non fa onore a sindaco e assessori è che la querela non è stata fatta come rappresentanti delle istituzioni, ma come privati cittadini chiedendo per le loro persone i risarcimenti pretesi.

No, questa vicenda non fa onore a nessuno.

Info 339 8382390 - 334 1990488

mappa degli immobili in vendita - a cura Lab. Urbanistica PUC

****

Lettera aperta al Sindaco e alla Giunta del Comune di Firenze

Firenze, 15 dicembre 2020

Egregio signor Sindaco, egregi Assessori,

siamo a conoscenza della querela che avete messo in atto verso lo storico dell'arte Tomaso Montanari chiedendogli un risarcimento assai pesante.

Il motivo sarebbero alcune sue dichiarazioni rilasciate in una trasmissione televisiva, Report, dell'8 giugno scorso, in particolare la frase “Firenze è una città in svendita. È una città all’incanto, è una città che se la piglia chi offre di più, e gli amministratori di Firenze sono al servizio di questi capitali stranieri”.

Con questa lettera siamo a dichiararvi che condividiamo appieno la dichiarazione di Montanari che ci pare di una evidenza lapalissiana; le azioni di codesta giunta ed anche di quelle precedenti sono state sempre caratterizzate da un progetto politico di svendita del patrimonio immobiliare fiorentino, spesso caratterizzato da beni di grande pregio artistico e storico.

Signor Sindaco, le ricordiamo i suoi viaggi nel mondo, in particolare a New York nel 2015, quando presentò a investitori immobiliari internazionali i gioielli che metteva a loro disposizione col progetto "Investire a Firenze", precisando sempre la disponibilità delle sue giunte a tutte le varianti urbanistiche necessarie per soddisfare i desideri delle società interessate.

Concludiamo osservando la " stranezza" d'aver agito non come rappresentanti delle istituzioni, ma come privati cittadini e quindi caricando con una rivalsa privatistica (che porterebbe ad un vostro ristoro personale) un operato che è stato istituzionale.

Se ritenete falso e diffamatorio dire che il cielo sereno è azzurro, che in Arno scorre l'acqua, che state svendendo pezzi pregiati della città, vi preghiamo, querelateci tutte/i.

Porgiamo i nostri distinti saluti, augurandoci un netto cambiamento delle vostre politiche cittadine.

  • AlterPiana FIPOPT
  • Assemblea Beni Comuni/Diritti Firenze
  • Associazione Atto Primo
  • Associazione Piazza della Vittoria
  • Circolo ARCI "Fra i lavoratori di Porta al Prato"
  • Comitato Cittadino Tutela Alberi
  • Cittadini di Bagno a Ripoli per una Cittadinanza Attiva
  • Comitato “Fermiamo la guerra”
  • Comitato manoiquandosidorme
  • Comitato No Tunnel TAV Firenze
  • Comitato San Salvi chi può
  • Comitato Tutela Ex Manifattura Tabacchi Firenze
  • Coordinamento Salvare San Salvi
  • Extintion Rebellion Firenze
  • Firenze Città Aperta
  • Forum Toscano dei Movimenti per l'Acqua
  • Fucina per la Nonviolenza
  • Gruppo urbanistica perUnaltracittà
  • Laboratorio per la Laicità
  • Laboratorio perUnaltracittà
  • Libere Tutte
  • Mamme No Inceneritori
  • Medicina Democratica Firenze
  • Movimento Tutela Alberi Firenze
  • Officina dei Saperi
  • Q2 Stop Taglio Alberi
  • Per Sesto Bene Comune
  • Presidio No Inceneritori No Aeroporto
  • Redazione Toscana di Pressenza
  • Rete Antifascista di San Jacopino-Puccini-Porta al Prato
  • Rete Antirazzista Fiorentina
  • Rete dei Comitati per la Difesa del Territorio

martedì 27 ottobre 2020

Montanari e Museo Ginori "Niente scambi - Perchè dico di sì a Franceschini"

dal Fatto Quotidiano di oggi

di Tomaso Montanari

Spero che mi perdonerete se scrivo questa pagina in prima persona, ma pochi giorni fa il ministro Dario Franceschini mi ha nominato presidente della Fondazione a cui appartiene il Museo Ginori di Sesto Fiorentino – ben noto ai lettori di questa rubrica. Una nomina che ha suscitato un piccolo polverone politico, con retroscena fantasiosi: “Perché Franceschini ha pensato proprio a Montanari, spesso così critico verso il suo operato?”. Forse la risposta sta nel mio coinvolgimento nella battaglia pubblica per salvare il museo: un museo privato che era rimasto impigliato nel fallimento della Ginori, e che, chiuso da anni, ha rischiato la distruzione materiale. Nell’ambito di un impegno che si è tradotto in molti articoli, e nell’ideazione e nella co-curatela di una mostra al Bargello di Firenze, ho combattuto per la salvezza del Museo: sono stato il primo a proporre pubblicamente che fosse lo Stato ad acquistarlo (2015), e quindi a proporre di conferirlo ad una Fondazione di partecipazione, con enti locali e soci popolari (2016). Per questo, quando entrambe le cose sono successe, ho fatto parte del gruppo di lavoro che ha delineato l’identità della Fondazione, e redatto il suo Statuto.

Nonostante tutto questo, quando Franceschini me ne ha proposto la presidenza, mi sono stupito. Ma ho accettato: perché è un incarico a titolo gratuito, e dunque non c’è alcuno scambio. E perché, per quanto grande possa essere il disaccordo, se un ministro della Repubblica chiede a un professore della pubblica università di fare qualcosa nel pubblico interesse, è giusto accettare. La sfida, d’altra parte, è appassionante: innanzitutto per la qualità straordinaria di una collezione che va dai modelli barocchi raccolti alla sua fondazione (1737) dall’illuminato marchese Carlo Ginori (una specie di Adriano Olivetti del suo tempo), alle opere di Giò Ponti, glorioso direttore della manifattura.

Ma è tutto urgente, al Museo Ginori: bisogna correre, per non perdere i finanziamenti già stanziati, facendo subito tre cose. La prima cosa è condurre a termine il restauro dell’edificio del museo, recuperandone lo spazio espositivo. La seconda è fare sentire la voce della Fondazione nella progettazione dell’area urbanistica del museo (e dello stabilimento Ginori, ancora in funzione, che gli è prossimo). La terza è dare al Museo la sua anima: il personale di custodia e di amministrazione, il comitato scientifico e il direttore (da scegliere attraverso un concorso). L’obiettivo è non farne solo un museo della porcellana, o un museo industriale: ma un museo del territorio, che racconti la storia della comunità di Sesto Fiorentino e della Piana tra Firenze e Pistoia.

Nel 1956, in un altro momento difficile di questa travagliata storia, il consiglio comunale di Sesto ricordò con commozione e fermezza che alla Ginori “è legata moralmente in modo particolare la cittadinanza sestese, che, attraverso i secoli, con operosità e sacrificio, ha dato vita ad una così fiorente industria”. Una storia viva: ho partecipato ad assemblee di piazza in cui i sestesi di oggi rivendicavano con lucidità che il Museo Ginori non è solo un deposito d’arte, ma l’unico luogo cittadino che racconti l’epopea di una comunità di lavoratori, magari appena alfabetizzati, ma orgogliosamente legati a una sapienza manuale tramandata di generazione in generazione. Una storia, come sempre, chiaroscurata: perché insieme alla dignità di un lavoro così unico, agli operai toccava spesso anche la silicosi. Già nel 1829 nasce la Società di Mutuo Soccorso Ginori, ed è parlando dei lavoratori della Ginori che don Lorenzo Milani dice che lo sciopero è un’arma sacrosanta, assai più di quanto non lo fosse la spada del cavaliere medioevale, che pure era benedetta sugli altari. Anche solo questi cenni, permettono di capire che non si tratta di rimettere qualche “chicchera” di porcellana nelle vetrine: ma di immaginare dalle fondamenta un museo nuovo, che potrà anche ampliarsi in nuovi edifici e altri spazi.

Un luogo di studio e di ricerca, e al tempo stesso una casa accogliente per tutti i cittadini, a partire dai bambini delle scuole. Un museo che dialoghi fittamente con lo stabilimento che continua a produrre pezzi “Ginori” e con le realtà produttive del territorio, ma che abbia ben chiaro che il suo obiettivo non è il marketing, bensì lo sviluppo della persona umana attraverso la cultura e l’arte. Quando la manifattura compiva un secolo, nel 1837, un altro marchese Ginori disse che la popolazione che viveva grazie alla sua fabbrica doveva essere “felice”: cioè non solo “benestante per mezzo del lavoro, ma istruita, e onestamente allegra, e ingentilita dalle arti belle che aprono l’anima ai diletti puri, e con le facoltà dello spirito coltivano e addestrano quelle del corpo. Egli stabilì una scuola elementare pei lavoranti, le scuole delle arti del disegno e un’Accademia di Musica”.

 La felicità pubblica: ecco l’unico scopo che avrà la Fondazione Ginori.

FONTE ARTICOLO E IMMAGINE: https://www.pressreader.com/italy/il-fatto-quotidiano/20201026/281981790085417

mercoledì 19 agosto 2020

di Tomaso Montanari - Ripartire all’insegna del cemento?

C come coronavirus: o come cemento? Vuoi vedere che – dopo aver toccato con mano cosa potrebbero essere le nostre città, il nostro Paese, il nostro pianeta se solo allentassimo un poco la morsa del dominio (dis)umano – la nostra prima reazione sarà rovesciare su quella povera natura appena risvegliata una colata di cemento? Sembra questa la strada annunciata in Senato dal presidente del Consiglio evocando «un iter semplificato su un elenco di opere strategiche con poteri derogatori» che fa il paio con la richiesta ultimativa di Renzi di «un piano shock per grandi infrastrutture e cantieri».

Una delle pessime conseguenze della pessima metafora del «siamo in guerra» è che immaginiamo una ripartenza come quella dei Trenta Gloriosi: i tre decenni che andarono dal 1945 al 1973, splendidi per l’economia e letali per l’ambiente.

Possibile non essere capaci di immaginare una ricostruzione che non sia all’insegna del mattone? Perché nessuna forza politica, in queste settimane, ha proposto di ritirare su l’economia nazionale con un mega-piano neokeynesiano di messa in sicurezza del suolo italiano? Sanare il dissesto idrogeologico, sradicare il cemento abusivo, manutenere corsi d’acqua, litorali e boschi. E poi l’enorme capitolo della prevenzione antisismica. Tutti capitoli di spesa per i quali non c’erano mai soldi. Come per la ricerca: oggi tutti si chiedono perché non riusciamo ad avere pronto un vaccino, ma pochissimi ricordano che solo pochi mesi fa si è dimesso il ministro della ricerca, Lorenzo Fioramonti, proprio perché i soldi per la ricerca non c’erano.

E invece niente: cemento, cemento e ancora cemento. In Sardegna, in piena emergenza, la giunta regionale approva (e dieci giorni dopo ritira, travolta dalle critiche) la costruzione di un resort di 8340 metri cubi sul mare, accanto a un nuraghe. «Dovevamo aspettarcelo – ha commentato Sandro Roggio –. Il sentimento della destra sarda (più edilizia = più turisti) era esibito in campagna elettorale. E incoraggiato dallo smarrimento del centrosinistra isolano a guida PD, in gran parte ostile alle norme di tutela paesaggistica del 2006, e fautore di norme (un po’ meno peggio?) che hanno aperto la strada al sempre peggio». Questo è il punto: di fronte alla speculazione edilizia non c’è destra e non c’è sinistra, c’è il partito unico del cemento.

Anche la Toscana un tempo rossa appare oggi color grigio cemento. Il 23 marzo, già in piena pandemia, la Regione pubblica il progetto per un mega-impianto eolico sul crinale dell’Appennino, tra Vicchio e Dicomano, in Mugello: inizia quindi il conto alla rovescia di 60 giorni in cui cittadini e associazioni ambientaliste, tutti reclusi in quarantena, dovrebbero presentare le osservazioni. Di fronte all’indisponibilità del Governo regionale a incontrarli, i comitati dei cittadini hanno scritto: «Possiamo solo sperare che abbiate preso visione dei tanti documenti che dimostrano, dati alla mano, che questo tipo di impianti non risolvono nemmeno in minima parte la difficoltà energetica del paese, e anzi, sottraggono risorse e finanze pubbliche che potrebbero essere investite per migliorare la qualità di vita di un territorio già provato e disagiato come il nostro». Destino vuole che proprio a Dicomano sia la RSA su cui la Procura di Firenze ha aperto un’inchiesta per i quindici anziani morti per coronavirus: quasi ci volesse ricordare che ben altra è la cura di cui abbiamo bisogno. Non nuovo cemento sui crinali, ma nuova umanità nell’accudimento dei più fragili.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare, perché non solo il virus non ferma le betoniere, ma rischia appunto di farle girare più veloci. Di fronte al crollo del ponte di Aulla, Matteo Renzi non invoca la manutenzione, o la ricerca delle responsabilità, ma il suo chiodo fisso, lo Sblocca Italia: «Se non ci mettiamo SUBITO a lavorare sui cantieri con il piano shock ‒ presentato ormai da molti mesi ‒ ogni anno andrà peggio. E se non lo facciamo in questa fase di crisi vuol dire che ci vogliamo del male. Apriamo questi benedetti cantieri, subito». Le bozze che girano di quel piano sono davvero da shock: ambientale. Vi si legge, per esempio: «In ogni caso tutti i commissari di cui al presente decreto possono anche esercitare, qualora ne ricorrano le condizioni di urgenza e necessità, i seguenti poteri: in caso di motivato dissenso espresso da un’amministrazione preposta alla tutela ambientale paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico o alla tutela della salute e della pubblica incolumità, la decisione […] è rimessa alla decisione del Commissario che si pronuncia entro 15 giorni, previa intesa con la Regione o le Regioni interessate». È il sogno proibito condiviso dai due Mattei (Renzi e Salvini), e da loro più volte esplicitamente ammesso: ridurre al silenzio le soprintendenze, cioè l’esausta magistratura del nostro territorio. Potrebbe mai passare una legge del genere in questo Parlamento? L’intervista concessa, qualche settimana fa, al Fatto Quotidiano dal viceministro alle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri non lascia molti dubbi. All’obiezione: «Voi del M5S siete sempre stati contrari alle grandi opere, e ora volete facilitarle», lo sventurato risponde: «Di fronte a un contesto politico e a un quadro economico totalmente diverso da qualche anno fa, è necessario cambiare l’agenda politica. La priorità adesso è creare lavoro, usando soldi pronti ma fermi». Come dire che ora non possiamo permetterci il lusso di mantenere gli impegni, di rispettare gli ideali, grazie ai quali si è arrivati al potere.

Viene da pensare che ci sia una maledetta linea d’ombra, nella vita pubblica italiana. Quella linea è l’elezione a una carica pubblica: quando la varca, il cittadino subisce una mutazione radicale nel linguaggio, nell’etica, nella scala delle priorità. Perfino nella logica. Non è più un cittadino, ormai: diventa il pezzo di un Potere immutabilmente uguale a se stesso, chiunque lo incarni. E a quel punto, niente: non c’è più modo nemmeno di intendersi con chi è rimasto di là, tra i cittadini comuni. E così, dopo tanti chiari segnali (si pensi alla ferita sanguinante dello Stadio della Roma, e all’incredibile testacoda sul TAV) anche i Cinque Stelle al potere hanno varcato la linea d’ombra. E si sono trovati così in compagnia di destra e sinistra. Un simbolo di questa continuità perfetta è stata la figura di Maurizio Lupi: assessore allo Sviluppo del territorio, edilizia privata e arredo urbano del Comune di Milano nella giunta di Gabriele Albertini e poi ministro delle Infrastrutture dei governi Letta e Renzi. La linea Lupi è quella della Legge Obiettivo di Berlusconi del 2001 che resuscita, peggiorata, nello Sblocca Italia di Renzi (e Lupi, appunto) nel 2014. Il motto delle due leggi era lo stesso: «padroni in casa propria». Parole che volevano solleticare i cittadini, ma che di fatto descrivevano perfettamente le figure di amministratori che si sentono padroni del territorio solo per svenderlo a interessi particolari. Insomma, pare proprio che nemmeno la pandemia abbia la forza di cancellare quella linea d’ombra.

Dobbiamo continuare a seppellirci vivi nel degrado «che qualcuno, neanche a dirlo, / vorrebbe ulteriormente perpetrare con la solita / accoppiata di cemento e asfalto: / con quel grigio da modernariato, / unico colore che il potere / riesce a immaginare». Sono versi di Franco Marcoaldi: drammaticamente più lucidi di ogni analisi politica.

FONTE: https://volerelaluna.it/dopo-il-virus/2020/05/22/ripartire-allinsegna-del-cemento/