VALORIZZARE DIFENDERE SALVAGUARDARE LA VAL DI SIEVE

L' Associazione Valdisieve persegue le finalità di tutelare l'ambiente, il paesaggio, la salute, i beni culturali, il corretto assetto urbanistico, la qualità della vita e la preservazione dei luoghi da ogni forma d'inquinamento, nell'ambito territoriale dei comuni della Valdisieve e limitrofi.

da rifiuto a risorsa


EVENTI

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19 DICEMBRE E OGNI GIOVEDì POMERIGGIO A PONTASSIEVE ECCEZIONALMENTE IN PIAZZA BOETANI (da febbraio in p.zza 14 MARTIRI)- INAUGURAZIONE MERCATO IN TRANSIZIONE

MERCATINO & LABORATORIO RIUSO E RIPARAZIONE A LONDA: PROSSIMI ORARI DI APERTURA

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CALENDARIO

venerdì 13 dicembre 2019

BUONA LA PRIMA DEL MERCATO IN TRANSIZIONE A PONTASSIEVE

Ieri pomeriggio è stato inaugurato il Mercato in Transizione.
Un nuovo mercato settimanale per portare in piazza i prodotti del territorio, direttamente da chi li produce. 
Un momento settimanale di incontro, di scambio, di festa, per immaginare insieme nuove possibilità per il futuro del nostro territorio e delle persone che ci vivono. 

Grazie al Comune di Pontassieve e alla Fanfara della Leggera per la splendida musica che ci ha accompagnato. 
Ci vediamo giovedì prossimo, stessa ora, stesso posto!


Altre foto alla pagine facebook di valdisieve in transizione
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Vi ricordiamo anche che da Febbraio il mercato si sposta in Piazza XIV Martiri (in fondo borgo).


valdisieveintransizione@gmail.com

Nella città che difende il pianeta - La Stampa

Nella grande sfida climatica globale Torino si presenta a te, Greta, come una città densa di pensiero e di azione. Non solo perché ti ha acclamato con entusiasmo nei due scioperi globali per il clima del 15 marzo e del 27 settembre, partecipati da decine di migliaia di studenti. Ma soprattutto per la sua eredità scientifica e intellettuale. Questa città severa e ordinata, che dalle sue vie inquadra le grandi Alpi innevate, ha iniziato nel 1753 a osservare l’atmosfera nella sua Università e oggi ha una delle serie di dati climatici più lunga al mondo, affiancata dal 1865 dall’Osservatorio di Moncalieri, primo nucleo delle reti meteo italiane fondato dal meteorologo padre Francesco Denza, e riconosciuto dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale delle Nazioni Unite come “Centennial Observing Station”. A queste si sono aggiunte negli ultimi trent’anni le 500 stazioni automatiche di Arpa Piemonte che continuano l’indispensabile monitoraggio climatico. 
Torino ti accoglie oggi sotto un cielo di neve, sappi che ogni fiocco non sfuggirà alla statistica della più lunga serie al mondo di osservazioni nivometriche, iniziata nel 1787, e che conferma gli effetti del riscaldamento globale: oggi cadono in media 19 centimetri per inverno mentre in passato la media era 50. Qui è anche nato nel 1895 il Comitato Glaciologico Italiano, che ha il compito di misurare i ghiacciai delle Alpi italiane e i cui documenti fotografici e topografici ci permettono ora di capire quanto le calde estati attuali abbiano infierito sui nostri ghiacci di montagna, dimezzatisi in un secolo. Torino ha dato i natali nel 1908 ad Aurelio Peccei, grande economista illuminato che nel 1968 fu il primo a chiedersi se una crescita infinita poteva essere sostenuta in un pianeta finito: è dalla cultura di questa città che è nato lo straordinario rapporto del Mit “I limiti alla crescita”, pubblicato nel 1972 dal Club di Roma e purtroppo non ascoltato. Aurelio Peccei, cara Greta, chiedeva al mondo ciò che chiedi tu oggi, ma era forse troppo avanti con i tempi. 
Quasi cinquant’anni di indifferenza e di ritardi che ora ci costano cari e ci costringono ad affrontare l’emergenza climatica. Chissà se sarai tu a riuscire là dove il nostro Peccei non poté? Nutriti dunque, sia pur per poche ore, di questo lascito così pionieristico. Oggi Torino ti offre nuove sensibilità ambientali nella sua Università e nel suo Politecnico, dove di recente è stato attivato un corso sui cambiamenti climatici. 
Ma è pure una città di concreta industriosità: all’Alenia si costruiscono raffinati satelliti incaricati di osservare dallo spazio lo stato di salute del nostro pianetino; all’Istituto di Metrologia (Inrim) si controlla la precisione degli strumenti meteorologici con il progetto MeteoMet all’avanguardia mondiale; ed è anche la città in Italia con la più estesa rete di teleriscaldamento. 
Torino ogni tanto si dimentica delle cose che ha fatto e che può fare, ma queste rimangono conservate nelle sue ricche biblioteche, nelle accademie scientifiche, negli archivi che sempre più si stanno aprendo al mondo digitale. 
A Torino nel 1989 si tenne la dimenticata conferenza “Atmosfera, clima e uomo” che annunciava ciò che sarebbe poi successo se non avessimo fatto nulla. Purtroppo è andata così, ora occorrono nuove energie, nuove passioni, tu e i milioni di ragazze e ragazzi colorati, vivaci e giustamente preoccupati che ti seguono potete farcela a svegliare una società ancora troppo distratta. 
Ma non scordate mai il lavoro di chi prima di voi ha pazientemente costruito quel sapere che oggi sostiene la vostra sacrosanta lotta civile e a cui Torino ha sempre silenziosamente contribuito.
Leggi l'articolo completo: Nella città che difende il pianeta - La

FONTE Estratto: https://www.glonaabot.it/articoli-correlati/nella-citta-che-difende-il-pianeta-la-stampa
Immagine e altri articoli sulla presenza di GRETA a Torino, li potete trovare qui: https://www.glonaabot.it/articoli-correlati/nella-citta-che-difende-il-pianeta-la-stampa

Un fiasco danese: l'impianto di incenerimento di Copenaghen

Riportiamo da FB una riflessione del gruppo Greve Rifiuti Zero sul fantomatico inceneritore di Copenhagen che per renderlo "digeribile" gli hanno fatto sopra una pista da sci (perchè fare sport e respirare a pieni polmoni sotto al camino, deve essere ciò a cui aspirano tutti gli sportivi!!).

👷🏼‍♂️ Doveva essere un’opera colossale
 un inceneritore con una pista da sci
💵 costato 540 milioni di €
📉 già perde soldi
🚚 deve importare rifiuti da bruciare perché non ce ne sono in giro in Danimarca
⚫️ emette CO2 quante 28.000 🚘🚘🚘

Puntando sull’incenerimento si perde, si inquina molto, si sprecano tantissime risorse.

#stopincenerimento

Qui l'articolo originale:
https://zerowasteeurope.eu/2019/11/copenhagen-incineration-plant/

lunedì 9 dicembre 2019

Legge consumo di suolo: sollecitiamo una mozione a tutti i consigli comunali


L’iter al Senato (Commissioni congiunte Agricoltura e Ambiente) procede con ritardi e rallentamenti gravi, pare quasi essersi arenato…
E’ un “lusso” che non possiamo permetterci e che deve quindi vederci molto reattivi per sollecitare con forza la ripresa del dibattito parlamentare e una rapida approvazione della nostra Proposta di legge, l’unica che chiede alla “politica” di ARRESTARE il consumo di suolo e il riuso dei suoli urbanizzati.
Una richiesta tanto più legittima ora che anche la Corte dei Conti, nella sua Deliberazione del 31 ottobre 2019, n. 17/2019/G (Fondo per la progettazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico 2016-2018 – https://www.corteconti.it/Download?id=1588e2fb-c42f-48a2-93cd-ef9dc49ddcfa), ha espresso un forte invito a Stato e Governo a produrre “norme e azioni di radicale contenimento del consumo di suolo” (p. 16) e ricordato che è all’esame del Senato, dal 3 luglio 2019, il DDL Atto Senato n. 164 di iniziativa parlamentare (p. 19). Inoltre, ha rilevato che il peggioramento dei fenomeni di dissesto idrogeologico rappresentano per il nostro Paese un forte impegno finanziario ogni anno e che il consumo di suolo non deve superare la crescita demografica (come già definito dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals-SDGs).
Questo pronunciamento dell’Organo di rilievo costituzionale che ha il compito di vigilare sulle amministrazioni dello Stato, così da prevenire ed impedire sperperi e cattive gestioni, si aggiunge ai dati di allarme da anni indicati dall’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e da innumerevoli voci accademiche e della ricerca e rendono sempre più palese quanto richiesto a gran voce dalla cittadinanza attiva.
Corte dei Conti, scienziati e cittadini hanno le idee ben chiare: occorre – e subito – approvare il nostro DDL AS 164. Manca solo l’azione conseguente della “politica”…
Molte nostre iniziative stanno ora premendo proprio sulla “politica” affinché lo stallo parlamentare si sblocchi.
E da oggi chiediamo anche ai territori e alle amministrazioni comunali di far sentire la loro voce.
Per questo abbiamo preparato una Mozione da discutere in tutti i Consigli comunali italiani: la trovate in allegato oppure potete scaricarla da qui: http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/wp-content/uploads/2019/12/MOZIONE-per-consigli-comunali.pdf

Chiediamo a tutte le migliaia di persone e alle oltre 1.000 organizzazioni che costituiscono la Rete nazionale del nostro Forum Salviamo il Paesaggio, di inoltrare il testo della Mozione a tutti i Sindaci e consiglieri comunali con cui sono in contatto, richiedendo loro di formalizzarne la discussione consiliare e – ci auguriamo – a volerla approvare.
Crediamo sia un modo democratico e forte per chiedere al Parlamento di completare l’iter di approvazione di una legge necessaria e urgente.
Invitiamo, quindi, tutta la nostra Rete a provvedere rapidamente a diffondere la richiesta ai Comuni, dandocene conferma alla mail redazione@salviamoilpaesaggio.it (a cui potrete rivolgervi per ogni eventuale delucidazione necessaria).
Avanti tutta: è l’ora di moltiplicare i nostri sforzi !!!

CHIEDIAMO a tutti i Sindaci e consiglieri comunali, a nome del Forum Salviamo il Paesaggio (Rete civica nazionale a cui abbiamo aderito, formata da oltre 1.000 organizzazioni e decine di migliaia di singoli aderenti individuali)  di voler sottoporre – a sua/vostra firma – la MOZIONE ai link soprascritti per sollecitare il Parlamento alla rapida ripresa del dibattito di approvazione del DDL a contrasto del consumo di suolo, odierna emergenza nazionale ben evidenziata da Organi dello Stato quali la Corte dei Conti e l’ISPRA. Resto in attesa di Sua cortese risposta,

Forum dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio
"SALVIAMO IL PAESAGGIO - DIFENDIAMO I TERRITORI"
www.salviamoilpaesaggio.it

COMUNICATO STAMPA: Un’altra tranvia, un altro trasporto pubblico è possibile Associazioni e Università hanno presentato osservazioni al progetto di tranvia 3.2

Firenze, 9 dicembre 2019  

Le osservazioni presentate sul progetto di tranvia 3.2 sono state redatte da vari soggetti: Associazione Valdisieve, Associazione Vivere in Valdisieve, Per una Cittadinanza Attiva di Bagno a Ripoli, Comitato Lungarno del Tempio, Tavolo Ambiente di Potere al Popolo Firenze, Comitato No Tunnel TAV, coordinati da componenti del gruppo di ricerca “Mobilità sostenibile nell’Area Metropolitana Fiorentina”, operante presso il LAPEI/DIDA dell’Università di Firenze.
Il lavoro è teso ad analizzare la relazione di verifica alla procedura di assoggettabilità alla VIA del progetto della tratta tramviaria 3.2 di Firenze. In particolare, l’analisi si sofferma sulla consistenza, contenutistica e metodologica, della stessa “Relazione” del proponente.
È importante chiarire che il gruppo di lavoro non vuol entrare in una polemica falsata che contrapponga tra loro mezzi di trasporto come è avvenuto in passato, ideologizzando ridicolmente la discussione, considerando il tram un “mezzo di sinistra” e gli altri “mezzi di destra”. Nessuno vuol demonizzare lo strumento “tram”, ma nemmeno vogliamo scendere al livello proposto dall’assessore Stefano Giorgetti per cui “chi è contro il tram è contro Firenze”. Le osservazioni sono a questo progetto di tranvia che ha oggettivi problemi e gravi criticità.
Tutti i soggetti che hanno stilato le osservazioni sostengono fortemente la necessità di un potenziamento del trasporto pubblico, mentre questo progetto, che presenta forti impatti e costi elevati, risponde in maniera risibile a questa fondamentale esigenza.
Si sono analizzati i problemi generali del sistema tramviario fiorentino derivanti dal “vizio di origine” della mancanza di un piano organico di circolazione tranviaria all’interno di un piano di mobilità sostenibile della città, anche metropolitana (ricordiamo che il PUMS è ancora in iter di approvazione). Si sottolineano i problemi metodologici e procedurali presenti nella relazione estendendo i rilievi alla presenza di nuovi impianti assai ingombranti ed impattanti, che necessitano di valutazioni di impatto specifiche, al di là di quelle riguardanti tutta la tratta.
I testi completi delle osservazioni sono reperibili al link:
https://drive.google.com/drive/folders/17F-oU0W-Vv8O-5IODj1wbJQbBdXFzuKN?usp=sharing

Qua una breve sintesi delle osservazioni:
Sistema del verde, alberature, apparati vegetali e paesistici
Gli impatti analizzati descrivono effetti gravi, spesso irreversibili. Le soluzioni proposte per le alberature (allontanamento delle specie oggi presenti, con ripiantumazioni ove possibile di specie con apparati di dimensioni minori e opportune morfologie di fogliame) possono comportare nuovi impatti ecopedologici e quindi nuovi problemi di inserimento nel contesto. In generale le nuove opere andrebbero realizzate salvaguardando le alberature esistenti. Ciò che nel caso in esame è sovente assai problematico o impossibile almeno stando al progetto attuale.
Diverse parti dello stesso progetto prefigurano inoltre degradi e dissesti esiziali per gli apparati paesistici.
I vincoli urbanistici e paesaggistici in molti punti non sono rispettati. Il progetto tradisce in definitiva gli obiettivi dichiarati dallo stesso elaborato, oltre che dai documenti programmatici istituzionali ai vari livelli; comportando tra l’altro un aumento notevole di consumo del suolo comunale e metropolitano.

Criticità ed incertezze del modello di mobilità proposto dal progetto
Sono stati evidenziati errori macroscopici ed incongruenze della relazione che renderebbero troppo problematiche o addirittura impossibili le funzioni di mobilità in alcune parti del sistema.
Il progetto che ne scaturisce presenta in ogni caso alti rischi di “strozzatura fino alla congestione” in diversi brani della linea. Con effetti rilevanti in termini di incrementi degli inquinamenti, atmosferico, acustico e per vibrazioni e dei disagi sociali generalizzati.
L’analisi degli impatti del traffico e delle alterazioni inquinanti ad esso conseguenti, appare peraltro grandemente vanificata, in molti casi fin quasi alla totale obliterazione, dalla forte carenza o mancanza di lettura degli effetti delle attività di cantiere.

Carenza e mancanza nell’analisi degli effetti dell’attività di cantiere
La prefigurazione dell’attività dei cantieri proposta dalla relazione è assai parziale, in molti casi evanescente o totalmente mancante.
In particolare è grave non avere acquisito – e assunto a modello da evitare – quanto accaduto nelle fasi di cantiere nelle tratte entrate in esercizio in tempi recenti, con gli effetti di congestione nelle arterie interessate dalla linea tranviaria, spostamento di quote rilevanti di traffico nelle vie adiacenti diventate strade “improprie quanto forzate” di deflusso del traffico. Ne risultano falsate anche le previsioni circa gli incrementi delle alterazioni inquinanti, nonché i disagi generalizzati, conseguenti.
Tali mancanze vanificano fortemente le analisi proposte dalla relazione, che prefigurano in ogni caso effetti rilevanti di congestione e inquinamento.
Sono necessarie nuove analisi. Probabilmente per nuovi progetti drasticamente diversi.
Eccesso di costi energetici ed emissioni in relazione al PEAC (Piano energetico ambientale comunale)
Gli incrementi di congestione e inquinamento prefigurati dagli elaborati – ulteriormente alimentati dagli impatti di cantiere – comportano effetti e costi energetici e ambientali eccessivi, fino all’incompatibilità con il PEAC.

Aspetti economico-finanziari: costi eccessivi
La tratta 3.2 della rete tranviaria fiorentina costerebbe secondo l’attuale progetto oltre 300 milioni per una lunghezza di 7,4 chilometri di percorso. Quindi un costo unitario di oltre 40 milioni a chilometro, che supera additittura quello già esorbitante – da record mondiale – di ca 35 mln a chilometro registratosi nelle tratte fin qui realizzate. Tutto ciò a fronte di costi medi unitari per opere analoghe recenti di 12 milioni a chilometro in Europa, e di 10,5 milioni a chilometro in Italia.
Un modello di spesa abnorme che evidentemente condiziona le scelte, fino a possibili anomalie procedurali (non sono disponibili i dati economici del progetto).

La tranvia produce consumo di suolo e attrae fenomeni speculativi
Soprattutto nel comune di Bagno a Ripoli la presenza di parcheggi scambiatori, ma soprattutto di un imponente deposito dei mezzi produce un forte consumo di suolo agricolo.
La tranvia, soprattutto nei pressi del capolinea, produce cambiamenti di indirizzo urbanistico a favore di appetiti speculativi. Si inserisce violentemente, prevedendo una zona di scambio intermodale, in una zona fortemente edificata.

Non si prevede un utilizzo della ferrovia per prevenire il traffico pendolare
Il progetto non contempla interazioni con il sistema ferroviario esistente che potrebbe produrre una importante quota di spostamenti privati, dai territori extracomunali della Valdisieve e il Valdarno, decongestionando la viabilità e riducendo i carichi inquinanti soprattutto lungo le direttrici prossime all’Arno. Al contrario il progetto si presenta come attrattore di traffico.

Criticità metodologiche e procedurali. Presenza di nuovi impianti ingombranti con necessità di valutazioni specifiche
Dal punto di vista metodologico la “Relazione” è vanificata dal fatto di basarsi sull’originario “Documento valutativo di tutta la rete”, elemento analitico talmente sintetico, modesto ed embrionale, da non potere assumere valenza valutativa alcuna.
Inoltre non c’è dubbio che le “numerose varianti” proposte dal progetto rispetto allo schema originario configurano quelle “variazioni strutturali” per cui la normativa ai diversi livelli prevede “nuova procedura di VIA”.

Infine il progetto prevede nuovi impianti ingombranti (nuovo ponte sull’Arno) di caratteristiche e dimensioni tali da richiedere procedura di VIA dedicata e specifica in aggiunta a quella riferita all’intera tratta. Circostanza che occorrerebbe anche per i nuovi tunnel per il traffico viario in uscita da Piazza Libertà, laddove divenissero cogenti le prescrizioni in merito della Commissione Paesaggistica.

In conclusione, interpretando le analisi già effettuate, le presenti osservazioni dichiarano la necessità di procedura completa di VIA; o, in alternativa, di una drastica revisione del progetto, ricorrendo direttamente a sistemi programmaticamente e tecnologicamente meno impattanti e più ecosostenibili.

Gruppo di ricerca “Mobilità sostenibile nell’Area Metropolitana Fiorentina”
338 3092948

MIGLIORI TECNOLOGIE DISPONIBILI PER L’INCENERIMENTO DEI RIFIUTI, UN UTILE STRUMENTO PER SMETTERE ?


Abbiamo già parlato dell’importanza delle decisione UE in merito alle migliori tecnologie disponibili (BAT).
Il principale aspetto è quello che rappresentano uno strumento a disposizione (anche) delle popolazioni esposte per valutare le prestazioni ambientali di un dato impianto nell’ambito di una filiera produttiva sottoposta alla direttiva sulle emissioni industriali ed in particolare gli impianti soggetti ad autorizzazione integrata ambientale.
L’emanazione di una decisione UE su una filiera produttiva fa anche scattare l’obbligo della revisione di tutte le autorizzazioni (AIA) degli impianti esistenti entro 4 anni dalla pubblicazione sulla gazzetta europea con i relativi obblighi di adeguamento alle migliori tecnologie disponibili descritte nelle decisioni.
Ora è (finalmente) la volta degli impianti di incenerimento.
Con la decisione UE 2019/2010 del 12.11.2019 sono state definite le BAT per gli impianti di incenerimento (e coincenerimento) e dovranno pertanto essere riviste le autorizzazioni entro il 3.12.2023.
decisione ue bat inceneritori 2019
Un primo intervento dal “basso” è sicuramente quello di non lasciare che gli enti preposti (regioni o province a seconda dei casi) si sveglino all’ultimo minuto e, anzi, attivare la procedura di revisione da subito, pubblicizzandola.
Entrando su alcuni aspetti tecnici di rilievo (la decisione non è fondata sul nulla ma sulle normative previgenti e sulle linee guida europee relative agli impianti di incenerimento del 2006) possiamo evidenziare :
– L’introduzione, nelle considerazioni alla base del rilascio delle autorizzazioni e delle relative prescrizioni, di contaminanti finora poco considerati ed in particolare la famiglia dei polibromodibenzo diossine e furani (una versione poco conosciuta rispetto alle diossine clorurate) per le emissioni e tutta la banda dei POP (inquinanti organici persistenti) per quanto riguarda scorie e residui solidi dai sistemi di abbattimento
– La considerazione del rendimento elettrico lordo e del rendimento energetico lordo. Si tratta di specifiche in qualche modo già considerate nella normativa (nell’ambito in particolare della fatidica formula R1 che – grazie alla “larghezza” della sua formulazione – fornisce la “patente” di impianto di recupero energetico a quasi tutti gli impianti esistenti. Ora la verifica del rendimento va fatta anche “alla base” ovvero alla turbina (rendimento elettrico lordo) e alla caldaia (rendimento energetico lordo) con prestazioni non sempre agevoli da garantire. Per esempio, per gli impianti esistenti si richiede una efficienza energetica lorda tra il 20 e il 35 % (solo quelli più recenti riescono a posizionarsi intorno al 21 %, nel caso di impianti non recenti difficilmente si va oltre il 18-19 %) e ancor più per quelli “futuri” cui si richiede una efficienza elettrica lorda tra il 25 e il 35 % (tralasciamo le note che introducono, tanto per cambiare, deroghe e/o applicazioni solo a certe tipologie di caldaie/turbine).
– Tra le BAT disponibili viene segnalata (per diossine e mercurio) il sistema di abbattimento per adsorbimento del flusso dei fumi su “letto” di lignite, coke attivo o polimero impregnato di carbonio)
– I livelli di emissioni associati alla applicazione delle BAT risultano i seguenti
Polveri : 2-5 mg/Nmc
Acido cloridrico (HCl) : 2-8 mg/Nmc (il livello più alto per gli impianti esistenti)
Acido fluoridrico (HF) > 1 mg/Nmc
Ossidi di zolfo 5-40 mg/Nmc (il livello più alto per gli impianti esistenti)
Ossidi di azoto : 50-150 mg/Nmc (il livello più alto per gli impianti esistenti)
Ossido di carbonio : 10 -50 mg/Nmc
Ammoniaca : 2- 10 mg/Nmc
Mercurio : 1 -10 mg/Nmc (in realtà si individuano come attuabili livelli per nuovi impianti tra 0,015 e 0,035 mg/Nmc)
Nessuna indicazione, purtroppo, per gli altri parametri (metalli pesanti, PM10/PM2,5, diossine, IPA, PCB ….) che sono invece considerati nell’ambito dei rilasci con gli scarichi idrici in presenza di sistemi di trattamento dei fumi di tipo umido (con soluzioni di reattivi).
Per gli aspetti rimanenti non vi sono grandi novità rispetto alle già note modalità gestionali e di monitoraggio conosciute (ma non sempre pienamente adottate nelle autorizzazioni dei singoli impianti in esercizio).
Ovviamente, dal punto di vista di chi scrive, la questione non è come “bruciare meglio” i rifiuti ma come evitare ogni – presunta – necessità di bruciarli. La migliore tecnologia disponibile da attuare è infatti quella della prevenzione, riduzione, riuso e riciclo.
Nel frattempo la decisione UE è utile per contrastare nuove patacche e impianti obsoleti.

La tutela del paesaggio prevale sugli altri utilizzi del territorio.


bosco e girasoli

Pronuncia di rilevante interesse quella recentemente depositata dal Consiglio di Stato in tema di tutela del paesaggio.
La sentenza Cons. Stato, Sez. II, 14 novembre 2019, n. 7839 conferma la linea giurisprudenziale che indica nella tutela del paesaggio e del patrimonio culturale il principio costituzionale (art. 9 cost.) prevalente su ogni altra disciplina di gestione del territorio.
Già Cons. Stato, Sez. IV, 29 aprile 2014, n. 2222 aveva indicato nel  paesaggio un bene primario e assolutoconsiderando la tutela del paesaggio quindi prevalente su qualsiasi altro interesse giuridicamente rilevante, sia di carattere pubblico che privato.    
Così anche Corte cost., 20 luglio 2016, n. 189 ha confermato la prevalenza della tutela paesaggistica/ambientale sulla disciplina urbanistica e di gestione del territorio.
In questo senso è orientata la giurisprudenza costituzionale e amministrativa costante (vds. per tutti Corte cost., 5 maggio 2006, nn. 182, 183; Corte cost., 26 novembre 2002, n. 478; Corte cost., 24 febbraio 1992, n. 67; Corte cost., 13 luglio 1990, n. 327; Cons. Stato, Sez. V, 24 aprile 2013, n. 2265; Cons. Stato, Sez. VI, 13 settembre 2012, n. 4875;Cons. Stato, Sez. IV, 3 maggio 2005, n. 2079; Cons. Stato, Sez. VI, 22 marzo 2005, n. 1186; Cons. Stato, Sez. VI, 3 maggio 2002, n. 3512; Cons. Stato, Sez. VI, 5 gennaio 2001, n. 25; Cons. Stato, Sez. VI, 4 aprile 1997, n. 553; Cons. Stato, Sez. VI, 30 marzo 1994, n. 450; Cons. Stato, Sez. VI, 26 gennaio 1993, n. 96; Cons. Stato, Sez. VI, 14 novembre 1992, n. 873).
Ora il Consiglio di Stato ha evidenziato che “la difesa del paesaggio si attua eminentemente a mezzo di misure di tipo conservativo, nel senso che la miglior tutela di un territorio qualificato è quella che garantisce la conservazione dei suoi tratti, impedendo o riducendo al massimo quelle trasformazioni pressoché irreversibili del territorio propedeutiche all’attività edilizia; non par dubbio che gli interventi di antropizzazione connessi alla trasformazione territoriale con finalità residenziali, soprattutto quando siano particolarmente consistenti per tipologia e volumi edilizi da realizzare, finiscono per alterare la percezione visiva dei tratti tipici dei luoghi, incidendo (quasi sempre negativamente) sul loro aspetto esteriore e sulla godibilità del paesaggio nel suo insieme. Tali esigenze di tipo conservativo devono naturalmente contemperarsi, senza tuttavia mai recedere completamente, con quelle connesse allo sviluppo edilizio del territorio che sia consentito dalla disciplina urbanistica”.
Un’importante conferma in difesa del paesaggio del nostro Bel Paese.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus
Consiglio di Stato Sez. II n. 7839 del 14 novembre 2019.
La tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico è principio fondamentale della Costituzione (art. 9) ed ha carattere di preminenza rispetto agli altri beni giuridici che vengono in rilievo nella difesa del territorio, di tal che anche le previsioni degli strumenti urbanistici devono necessariamente coordinarsi con quelle sottese alla difesa di tali valori. La difesa del paesaggio si attua eminentemente a mezzo di misure di tipo conservativo, nel senso che la miglior tutela di un territorio qualificato è quella che garantisce la conservazione dei suoi tratti, impedendo o riducendo al massimo quelle trasformazioni pressoché irreversibili del territorio propedeutiche all’attività edilizia; non par dubbio che gli interventi di antropizzazione connessi alla trasformazione territoriale con finalità residenziali, soprattutto quando siano particolarmente consistenti per tipologia e volumi edilizi da realizzare, finiscono per alterare la percezione visiva dei tratti tipici dei luoghi, incidendo (quasi sempre negativamente) sul loro aspetto esteriore e sulla godibilità del paesaggio nel suo insieme. Tali esigenze di tipo conservativo devono naturalmente contemperarsi, senza tuttavia mai recedere completamente, con quelle connesse allo sviluppo edilizio del territorio che sia consentito dalla disciplina urbanistica nonché con le aspettative dei proprietari dei terreni che mirano legittimamente a sfruttarne le potenzialità edificatorie.

N. 07839/2019 REG.PROV.COLL.
N. 02129/2009 REG.RIC.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Seconda)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 2129 del 2009, proposto dalle signore Caldarola Adesso Giovanna e Caldarola Maria Alda, rappresentate e difese dall’avvocato Sergio Quatela, con domicilio eletto presso lo studio dell’avvocato Carlo Testori in Roma, via Gregorio VII, n. 269, – la Regione Puglia, in persona del Presidente pro tempore, non costituita in giudizio;
– il Comune di Ruvo di Puglia, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall’avvocato Vincenzo Caputi Iambrenghi, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Vincenzo Picardi, n. 4/B;
per la riforma
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia (Sezione Prima) n. 486/2008, resa tra le parti, concernente delibera regionale di approvazione di variante al Piano regolatore generale.
Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Ruvo di Puglia;
Visto l’atto di costituzione in giudizio dei signori Sabino Adesso e Vito Adesso, nella loro qualità di eredi della signora Giovanna Caldarola;
Visto l’atto di costituzione in giudizio della Pellegrini S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, nella sua qualità di procuratrice dei suindicati signori Adesso e promissaria acquirente del suolo di cui è causa, con contestuale declaratoria di sostituzione per tutte e tre le parti del difensore della de cuius;
Viste le memorie e le memorie di replica;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore, nell’udienza pubblica del giorno 1° ottobre 2019, il Cons. Antonella Manzione e uditi per le parti l’avvocato Gabriele Bavaro e l’avvocato Vincenzo Caputi Iambrenghi;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO
1. Le signore Caldarola hanno impugnato innanzi al T.A.R. per la Puglia la deliberazione di approvazione definitiva, da parte della Giunta regionale (deliberazione n. 282 del 15 aprile 1999) della variante generale al Piano regolatore (PRG) del Comune di Ruvo di Puglia, nonché gli atti comunali presupposti, quali, in particolare, le deliberazioni n. 121 del 10 settembre 1997 e n. 70 del 26 ottobre 1998, con le quali l’Ente, dopo aver controdedotto alla deliberazione di Giunta n. 7557/96, adeguando nel contempo gli elaborati progettuali, si è sostanzialmente adeguato alle indicazioni contenute nella nota regionale n. 9797/1 del 30 settembre 1998.
Esse hanno agito quali proprietarie, nel territorio di ridetto Comune, di un complesso immobiliare costituito, per una parte più ridotta, da un fabbricato storico in precario stato di conservazione, denominato “villa Boccuzzi” e per la restante più vasta parte da un circostante terreno, con annessa pertinenza, di estensione complessiva pari a mq. 2000.
In particolare, mentre in precedenza i ridetti terreni risultavano inseriti in zona B/2, parzialmente edificata (di completamento), con gli atti avversati sarebbero stati inseriti in A/2, unitamente ad altre quindici ville storiche pure catalogabili come “beni sparsi”, con conseguente applicazione del ridotto regime di edificabilità del suolo riconducibile alle – novellate – N.T.E., che impongono che “in sede di esame del progetto edilizio e/o urbanistico dovranno essere valutate le peculiarità dell’immobile e sue pertinenze che possono determinare l’estensione della zona di rispetto (inedificabilità) oltre le distanze minime di cui sopra” (ovvero un’estensione della zona di rispetto all’intorno di quanto indicato negli elaborati di Piano di mt. 50 per alcune ville nominativamente richiamate nel provvedimento).
Le interessate hanno addotto in prime cure cinque motivi di doglianza:
– eccesso di potere per difetto di motivazione, essendo stato acriticamente recepito il parere del Servizio urbanistica regionale (SUR), non supportato dal parere di esperti del settore;
– eccesso di potere e violazione della l. 17 agosto 1942, n. 1150, e della L.R. 31 maggio 1980, n. 56, avendo il Comune di Ruvo di Puglia supinamente recepito le indicazioni regionali, senza riattivare l’iter di approvazione della variante, con particolare riguardo alla necessità di nuova pubblicazione dell’atto in conseguenza del recepimento delle indicazioni regionali;
– eccesso di potere e violazione della l. n. 1150/1942 (art. 7) per avere la Regione travalicato le sue competenze, introducendo in un ambito non proprio prescrizioni d’autorità;
– eccesso di potere per disparità di trattamento, in relazione all’estensione del vincolo sul suolo circostante la villa, pur in assenza di una ricognizione del bene ovvero di una sua rappresentazione fotografica;
– eccesso di potere per sproporzione del vincolo sul terreno circostante per tutelare una casa di circa mq. 200.
2. L’adìto Tribunale amministrativo con sentenza n. 486/2008 respingeva il proposto gravame, ritenendolo infondato e condannava altresì le parti alla rifusione delle spese del grado di giudizio in favore del Comune di Ruvo di Puglia, non essendosi costituita la Regione. Quest’ultima, infatti, avrebbe fatto legittimo uso del proprio potere di intervento sugli strumenti urbanistici a tutela del patrimonio ambientale e storico, senza che ciò rendesse necessario un supplemento di istruttoria. In sintesi, “La scelta di preservare tutte le ville di un determinato periodo storico, nel caso fine ottocento – primo novecento, è del tutto legittima perché ancorata ad un criterio razionale e predeterminato e di generale applicazione”: ciò in forza della distinzione esistente tra vincolo apposto dall’autorità pianificatoria e vincolo ex l. n. 1089 del 1939, che, al contrario, richiede un giudizio di valore sul singolo bene.
La ritenuta inscindibilità del complesso, comprensivo di fabbricato e pertinenze, ne renderebbe razionale l’estensione di tutela, palesandosi ininfluente la lamentata sproporzione in termini di dimensioni fisiche dell’uno rispetto alle altre.
3. Avverso tale decisione sono insorte le originarie ricorrenti in primo grado, che con l’appello all’esame hanno denunciato la erroneità delle statuizioni rese dal primo giudice, deducendo con un unico articolato motivo, le seguenti censure:
a) violazione o errata interpretazione della l. n. 1150/1942 e della L.R. della Puglia n. 56/1980, che non legittimerebbero una previsione a carattere costitutivo, e non meramente ricognitivo di regimi vincolistici apposti dalle autorità statali preposte alla salvaguardia del bene di riferimento;
b) violazione della richiamata normativa urbanistica statale e regionale anche sotto il profilo procedurale, stante che l’incisività dell’intervento modificativo avrebbe imposto la riedizione ab origine del potere pianificatorio, avuto riguardo in particolare alla necessità di nuova pubblicazione e conseguente acquisizione delle osservazioni degli interessati;
c) eccesso di potere per erronea presupposizione in fatto e in diritto, per disparità di trattamento e per illogicità e ingiustizia manifesta in quanto la villa, occupante una superficie minima rispetto al circostante terreno, avrebbe un valore storico scarso, se non inesistente, a maggior ragione in quanto inserita in un tessuto urbanistico di recente edificazione; non vi sarebbe poi ragione di estendere il vincolo al terreno circostante, senza previsione di alcun indennizzo per gli interessati, in assenza peraltro di un’istruttoria mirata sulla “consistenza” dell’edificio.
4. Si è costituito in giudizio il Comune di Ruvo di Puglia, chiedendo la reiezione del ricorso per infondatezza e la conseguente conferma della sentenza di primo grado.
5. A seguito di decesso della signora Giovanna Caldarola, con atto depositato in data 16 ottobre 2014, si sono costituiti in giudizio gli eredi della stessa, signori Sabino Adesso e Vito Adesso.
Con successivo atto depositato in data 16 luglio 2019 si è altresì costituita in giudizio la Pellegrini S.r.l., nella duplice veste di procuratrice dei suindicati signori Adesso e di promissaria acquirente del suolo in forza di atti notarili in data 4 aprile 2019.
In data 19 luglio 2019 i signori Adesso e la ridetta società, per il tramite del nuovo difensore, hanno presentato documentazione a supporto, indicizzandola in numerazione progressiva da 001 a 023.
5.1. Con memoria depositata in data 30 luglio 2019, il Comune di Ruvo di Puglia, oltre a ribadire la propria prospettazione a sostegno della richiesta conferma della sentenza appellata, ha eccepito l’inammissibilità della produzione documentale, chiedendone lo stralcio, sia in quanto verosimilmente riferita al quinto motivo di ricorso in primo grado (estensione del vincolo anche al giardino pertinenziale della villa), la cui riproposizione in appello risulterebbe a sua volta inammissibile per genericità; sia per la violazione del divieto di produzione di nuovi documenti in grado d’appello.
5.2. Con successiva memoria depositata in data 9 settembre 2019, gli appellanti evocano anche un possibile contrasto di giudicati, in relazione a quanto deciso con la sentenza n. 588/11 dello stesso T.A.R. per la Puglia, confermata in appello da questo Consiglio di Stato (sentenza n. 49/2015), in riferimento ad un’altra villa (denominata “De Leo”) assoggettata allo speciale regime vincolistico riveniente dall’indicata modifica alle N.T.E. al P.R.G. del Comune di Ruvo di Puglia, che ha accolto il ricorso del ricorrente, con ciò confermando l’erroneità dell’assunto di cui al punto 9 della sentenza di prime cure (circa l’irrilevanza della sproporzione tra la superficie dell’edificio e quella del giardino).
Il Comune di Ruvo a sua volta ha insistito per lo stralcio della richiamata documentazione, stigmatizzando anche il mutamento di petitum che parte avversa vorrebbe supportare attraverso la stessa. In tale ottica, le difese da ultimo proposte si porrebbero in contrasto con il divieto di nuove censure, per giunta veicolate per il tramite di memoria non notificata: mentre, infatti, il quinto motivo di ricorso di primo grado, riproposto in forma sintetica in sede d’appello, fondava sulla tesi per la quale con la variante al P.R.G., dunque in applicazione delle N.T.A., l’intero “lotto Boccuzzi” era stato sottoposto al vincolo e ciò avrebbe concretato la violazione del principio di proporzionalità; viceversa, nell’ultima memoria avversaria, siffatta prospettazione originaria risulterebbe capovolta, essendosi in concreto dedotto che l’aver esteso il vincolo al giardino concreterebbe la violazione delle N.T.E. che ne circoscrivevano la portata nei confronti del solo fabbricato e della sua stretta pertinenza, coincidente con il suolo della particella n. 38, non intaccando le restanti particelle nn. 37 e 826 del lotto relative al giardino, alla stalla e ai magazzini.
6. All’udienza pubblica del 1°ottobre 2019 la causa è stata introitata per la decisione.
DIRITTO
7. Preliminarmente, il Collegio ritiene di dovere scrutinare le eccezioni di inammissibilità sollevate dal Comune appellato, sia in relazione alle produzioni documentali del 18 luglio 2019, sia in relazione all’impatto delle stesse sulla modifica delle doglianze originariamente avanzate: in sintesi, o la riproposta censura di sproporzione tra dimensioni del complesso vincolato e dimensione del fabbricato, è inammissibile perché generica; ovvero è diversa, e come tale egualmente inammissibile perché introdotta in violazione del divieto dei nova.
7.1. La prima eccezione è fondata nei sensi e limiti di seguito specificati, per cui si impone la inutilizzabilità ai fini della decisione della documentazione versata in atti in violazione del divieto di cui all’art. 104, comma 2, c.p.a., in quanto preesistente e come tale producibile nel giudizio di primo grado.
In particolare, devono essere stralciati i documenti indicizzati come allegati da 001 a 009, 012 e da 016 a 020, concernenti per lo più allegati, anche planimetrici, alla disciplina urbanistica dell’Ente. Diversa considerazione merita la documentazione inerente il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica avverso il diniego di permesso di costruire opposto alla medesima parte appellante, avverso la cui reiezione, già formalizzata nel d.P.R. in data 3 aprile 2019, la stessa ha presentato istanza di revocazione ai sensi dell’art. 395, nn. 3 e 4 c.p.c. ( allegati sub 010, 011, 22 e 23): concernendo essi una vicenda già definita, che trae spunto dall’attuale, ma se ne diversifica anche per l’oggetto (il diniego di premesso di costruire per come il vincolo è stato in concreto interpretato e attuato), fuoriescono dal perimetro dell’odierna decisione; a maggior ragione estranea alla stessa appare la fattispecie sottesa alla decisione 13 aprile 2011, n. 588, del T.A.R. per la Puglia, confermata in appello da questo Consiglio di Stato (sentenza 13 gennaio 2015, n. 49). A prescindere, infatti, dalla diversità del ricorrente, anche in quel caso veniva all’esame un diniego di permesso di costruire all’esito della concreta rideterminazione della fascia di rispetto da parte di apposita Conferenza dei servizi, così come imposto dalle N.T.E., ma senza tenere conto della mancata coerenza tra rappresentazione dell’area di interesse negli allegati planimetrici e nella corrispondente parte normativa dello strumento urbanistico, che avuto riguardo al terreno (non al giardino) individuava un diverso azzonamento, distinto da quello del fabbricato (e del giardino), e compatibile con l’invocato regime di edificabilità dei suoli.
Quanto infine alla relazione tecnica di parte (allegato 013), egualmente trattasi di prova non proposta nel giudizio di primo grado e come tale inammissibile, oltre che irrilevante, essendo essa volta a descrivere lo stato manutentivo del fabbricato e del “presunto” giardino, di per sé ininfluenti ai fini del ritenuto pregio storico del complesso.
7.2. Da ciò discende la ritenuta fondatezza della ulteriore eccezione di inammissibilità.
Mentre, infatti, il Collegio non ritiene di accedere alla stessa sub specie di genericità del motivo di appello, sostanzialmente reiterativo di quello di primo grado, essendo sufficiente a scongiurarla il richiamo in chiave critica delle affermazioni del giudice di prime cure; lo stesso non è a dirsi in relazione alla mutatio libelli innegabilmente introdotta solo con le ultime memorie di parte, in assenza di contraddittorio: nell’atto di appello, infatti, le proprietarie dell’epoca, originarie ricorrenti, lamentavano genericamente l’avvenuta estensione senza alcun indennizzo del vincolo a tutta l’area attorno alla villa in maniera “improvvida ed immotivata”, per di più in assenza di concreta preventiva ricognizione dello stato dei luoghi; per contro, la tesi da ultimo sostenuta, strumentalmente riconducendola retrospettivamente alla già affermata sproporzione tra i due beni, ribalta completamente la prospettiva, appuntando l’attenzione non su vizi degli atti di pianificazione a monte, come in origine; bensì sulla loro applicazione. La generica – e per questo asseritamente inammissibile – critica alla variante al P.R.G., che, in applicazione delle N.T.E., aveva sottoposto a vincolo l’intero “lotto Boccuzzi”, in violazione del principio di proporzionalità, diviene ipotizzata errata interpretazione delle medesime norme tecniche, che non avrebbero affatto inteso estendere la propria portata oltre la villa e la sua stretta pertinenza coincidente con il suolo della particella n. 38, non intaccando le restanti particelle nn. 37 e 826 del lotto relative al giardino, alla stalla e ai magazzini. Con ciò, tuttavia, contestando l’attuazione dello strumento urbanistico, non la sua astratta previsione.
8. Sgombrato il campo, pertanto, da tale suggestiva argomentazione, indotta dalle planimetrie allegate all’evidente fine di evidenziare le rappresentazioni grafiche, mutuando affermazioni rese in relazione alla parte di esse di specifico interesse in un autonomo contenzioso (quello, cioè, che ha riguardato la “villa De Leo”) le ragioni dell’appello perdono di consistenza e possono essere respinte.
9. La quaestio iuris sottesa all’odierna controversia attiene all’esatta estensione del potere pianificatorio degli Enti territoriali avuto riguardo alla tutela degli interessi paesaggistici, storici e ambientali che la Costituzione assegna allo Stato. In sintesi, occorre scrutinare da un lato l’estensione del potere vincolistico riconosciuto agli stessi, senza invadere competenze statali; dall’altro, al suo interno, le ricadute delle scelte regionali sulla discrezionalità decisionale del Comune e le garanzie procedurali funzionali a garantire il rispetto delle relative prerogative.
10. Al fine dunque di correttamente perimetrare i confini della vicenda, occorre chiarire la natura del vincolo imposto sui beni di proprietà dei ricorrenti, in quanto potenzialmente esteso oltre quello caratterizzante il fabbricato ottocentesco, a tutela del “complesso” rappresentato dal contesto globale nel quale esso si inserisce. In ragione, cioè, dell’insistenza sul terreno di un bene (“villa Boccuzzi”) individuato come di interesse storico architettonico ex art. 16/r delle N.T.A. del P.R.G., l’intera zona nella quale esso si colloca è assoggettata ad un particolare regime edificatorio, mirato a tutelarne la riconosciuta valenza di pregio.
11. Giova premettere che la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico è principio fondamentale della Costituzione (art. 9) ed ha carattere di preminenza rispetto agli altri beni giuridici che vengono in rilievo nella difesa del territorio, di tal che anche le previsioni degli strumenti urbanistici devono necessariamente coordinarsi con quelle sottese alla difesa di tali valori.
La difesa del paesaggio si attua eminentemente a mezzo di misure di tipo conservativo, nel senso che la miglior tutela di un territorio qualificato è quella che garantisce la conservazione dei suoi tratti, impedendo o riducendo al massimo quelle trasformazioni pressoché irreversibili del territorio propedeutiche all’attività edilizia; non par dubbio che gli interventi di antropizzazione connessi alla trasformazione territoriale con finalità residenziali, soprattutto quando siano particolarmente consistenti per tipologia e volumi edilizi da realizzare, finiscono per alterare la percezione visiva dei tratti tipici dei luoghi, incidendo (quasi sempre negativamente) sul loro aspetto esteriore e sulla godibilità del paesaggio nel suo insieme. Tali esigenze di tipo conservativo devono naturalmente contemperarsi, senza tuttavia mai recedere completamente, con quelle connesse allo sviluppo edilizio del territorio che sia consentito dalla disciplina urbanistica nonché con le aspettative dei proprietari dei terreni che mirano legittimamente a sfruttarne le potenzialità edificatorie.
E’ proprio in relazione al difficile equilibrio tra tali contrapposti interessi che l’autorità preposta alla tutela del vincolo paesaggistico deve trovare, nei casi in cui la disciplina urbanistica consenta l’esercizio dello ius aedificandi, il giusto contemperamento nel rilasciare o denegare il necessario assenso al formarsi del titolo autorizzatorio; vicendevolmente, il potere di pianificazione urbanistica, via via evoluto in senso propulsivo di miglioramento della vivibilità del suolo (si pensi alla tutela dei centri storici e, più settorialmente ma in maniera egualmente incisiva, a tutte le disposizioni di legge speciale che hanno valorizzato il potere di limitare in senso qualitativo gli insediamenti, anche commerciali, per migliorare il “decoro” e la vivibilità delle città) può rafforzare i limiti, anche conservativi, ampliando la soglia della tutela, ma mai prescinderne, condizionandola.
Da qui l’affermazione del giudice di prime cure per cui la tutela ex l. n. 1089/1939, vigente ratione temporis, riguarda il singolo bene (tutela “puntiforme”), laddove quella del luogo nel quale esso si inserisce può essere estesa in sede di pianificazione urbanistica al complesso che da quel singolo bene trae la sua esigenza di conservazione, ovvero di sviluppo controllato.
11.1. Costituisce peraltro ius receptum in giurisprudenza il principio secondo cui il potere di pianificazione urbanistica non è limitato all’individuazione delle destinazioni delle zone del territorio comunale, e in specie alle potenzialità edificatorie delle stesse e ai limiti che incontrano tali potenzialità.
Al contrario, tale potere di pianificazione deve essere rettamente inteso in relazione ad un concetto di urbanistica che non sia limitato solo alla disciplina coordinata della edificazione dei suoli (e, al massimo, ai tipi di edilizia, distinti per finalità), ma che, per mezzo della disciplina dell’utilizzo delle aree, realizzi anche finalità economico-sociali della comunità locale, non in contrasto ma, anzi, in armonico rapporto con analoghi interessi di altre comunità territoriali, regionali e dello Stato, nel quadro del rispetto e dell’attuazione di valori costituzionalmente tutelati.
Proprio per tali ragioni, nella stesura dell’art. 117 della Costituzione conseguita alla riforma del 2001 si è inteso sostituire il termine “urbanistica”, con la più onnicomprensiva espressione di “governo del territorio”, certamente più aderente, contenutisticamente, alle finalità di pianificazione sottese alla relativa attività programmatoria degli enti territoriali.
Tali finalità, per così dire “più complessive” dell’urbanistica, e degli strumenti che ne comportano attuazione, tuttavia, già trovavano consacrazione nei principi generali della cosiddetta legge urbanistica fondamentale, ovvero la legge 17 agosto 1942, n. 1150, laddove essa individua il contenuto della “disciplina urbanistica e dei suoi scopi” (art. 1), non solo nell’ “assetto ed incremento edilizio” dell’abitato, ma anche nello “sviluppo urbanistico in genere nel territorio della Repubblica”.
In definitiva, l’urbanistica ed il correlativo esercizio del potere di pianificazione non sono mai stati intesi, sul piano giuridico, solo come un coordinamento delle potenzialità edificatorie connesse al diritto di proprietà, così offrendone un’inaccettabile visione minimale, ma devono essere ricostruiti come intervento degli Enti esponenziali sul proprio territorio, in funzione dello sviluppo complessivo ed armonico del medesimo. Per tale ragione è possibile una compenetrazione di vincoli che, senza esautorare lo Stato dai compiti di tutela che gli sono propri, ne rafforzi le finalità ed estenda la portata in una visione di valorizzazione, oltre che di protezione del bene tutelato.
Nel caso in esame peraltro il vincolo che riguarda il “villino” di proprietà delle ricorrenti – così come quello imposto sugli altri immobili ritenuti di particolare pregio storico-architettonico, in maniera generalizzata ed uniforme, tale pertanto da scongiurare qualsiasi ipotesi di disparità di trattamento – non comporta effetti di natura espropriativa, ma si limita a prevedere che gli interventi edilizi concernenti tali immobili vengano realizzati nel rispetto della specifica disciplina di tutela dettata dallo strumento generale di governo del territorio.
12. Per costante orientamento giurisprudenziale, ormai risalente nel tempo, l’art. 1 della l. 19 novembre 1968, n. 1187, modificando l’art. 7 della l. n. 1150/1942, ha esteso il contenuto del piano regolatore generale anche all’indicazione dei vincoli da osservare nelle zone a carattere storico, ambientale e paesistico, con ciò assurgendo al rango di norma primaria su tale possibile intersecarsi di tutele, alla scopo di enfatizzarne gli effetti di ordinato sviluppo del territorio. Si è cioè espressamente legittimata l’autorità titolare del potere di pianificazione urbanistica a valutare autonomamente tali interessi e, nel rispetto dei vincoli già esistenti posti dalle amministrazioni competenti alla relativa tutela, ad imporre nuove e ulteriori limitazioni.
Ne consegue che la sussistenza di competenze statali e regionali in materia di bellezze naturali o artistiche o storiche non esclude che la tutela di questi stessi beni sia perseguita anche in sede di adozione e approvazione dello strumento urbanistico comunale (v. Cons. Stato, sez. IV, 5 ottobre 1995, n. 781).
Si è del pari ritenuto che il piano regolatore generale, nell’indicare i limiti da osservare per l’edificazione nelle zone a carattere storico, ambientale e paesistico, può disporre che determinate aree siano sottoposte a vincoli conservativi, indipendentemente da quelli imposti dalle autorità istituzionalmente preposte alla salvaguardia delle cose di interesse storico, artistico o ambientale (Cons. Stato, sez. IV, 14 febbraio 1990, n. 78, e 24 aprile 2013, n. 2265).
13. Ove tale competenza non potesse arricchirsi dei richiamati elementi contenutistici che le sono propri, purché nel rispetto della sfera delle competenze costituzionalmente declinate, essa finirebbe per essere svuotata della sua essenza più tipica, ovvero la regolazione del regime di edificabilità dei suoli (anche) in relazione al vincolo riscontrato.
14. Appare cioè indubbio che “tutela” e “valorizzazione” esprimano – per esplicito dettato costituzionale e, in epoca più recente, per disposizione del Codice dei beni culturali (artt. 3 e 6, secondo anche quanto riconosciuto sin dalle sentenze n. 26 e n. 9 del 2004 della Corte costituzionale) – aree di intervento diversificate. E che, rispetto ad esse, è necessario che restino inequivocabilmente attribuiti allo Stato, ai fini della tutela, la disciplina e l’esercizio unitario delle funzioni destinate alla individuazione dei beni costituenti il patrimonio culturale, storico o artistico nonché alla loro protezione e conservazione; mentre alle Regioni, ai fini della valorizzazione, spettino la disciplina e l’esercizio delle funzioni dirette alla migliore conoscenza, utilizzazione e fruizione di quel patrimonio (sentenza n. 194 del 2013 della Corte costituzionale), ivi compresa la loro inclusione nelle previsioni urbanistiche locali.
Tuttavia, nonostante tale diversificazione, l’ontologica e teleologica contiguità delle suddette aree determina, nella naturale dinamica della produzione legislativa, la possibilità (come nella specie) che alla predisposizione di strumenti concreti di tutela del patrimonio storico o artistico si accompagnino contestualmente, quali naturali appendici, anche interventi diretti alla valorizzazione dello stesso; ciò comportando una situazione di concreto concorso della competenza esclusiva dello Stato con quella concorrente dello Stato e delle Regioni.
15. Gli appellanti lamentano dunque un utilizzo anomalo dei propri poteri da parte della Regione, cui avrebbe fatto da contraltare l’indebita acquiescenza del Comune alla proposta di vincolo riveniente da una delibera regionale, senza una oggettiva valutazione in concreto del pregio dell’edificio destinato ad attrarre nel suo regime di limitata edificabilità anche le aree a contorno.
15.1. La tesi non è condivisibile.
Una corretta lettura del combinato disposto degli artt. 7 e 10 della l. n. 1150/1942, da un lato, e degli artt. 14 e 16 della L.R. n. 56/1980 confermano sia il dovere della Regione di intervenire per esigenze di salvaguardia dei beni storici e artistici e del paesaggio, sia l’innesto di tali esigenze nel contenuto della pianificazione urbanistica. Ed è proprio la doverosità della disciplina, pur discrezionale nei suoi contenuti concreti, che ne implica l’innesto nelle scelte pianificatorie originarie del Comune, ovviamente coinvolto nel procedimento, senza necessità di un azzeramento della procedura con conseguente nuova pubblicazione del Piano.
16. Ciò posto, il Collegio è dell’avviso che vada confermato il principio correttamente posto a base di pronunce risalenti del Consiglio di Stato (concernenti pure altre analoghe vicende svoltesi nella Regione Puglia) secondo cui le modifiche allo strumento urbanistico introdotte d’ufficio dall’Amministrazione regionale, ai fini specifici della tutela del paesaggio e dell’ambiente, non comportano la necessità per il Comune interessato di riavviare il procedimento di approvazione dello strumento, con conseguente ripubblicazione dello stesso, inserendosi tali modifiche – in conformità a quanto stabilito dall’art. 10, secondo comma, lettera c), della legge n. 1150/1942 e dell’art. 16, decimo comma, della legge regionale n. 56/1980 – nell’ambito di un unico procedimento di formazione progressiva del disegno relativo alla programmazione generale del territorio (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 5 marzo 2008, n. 927; id., 30 settembre 2002, n. 4984; 5 settembre 2003, nn. 2977 e 4984).
Proprio con specifico riferimento all’obbligo di ripubblicazione del piano a seguito delle modificazioni che possono essere introdotte dalla Regione al momento dell’approvazione, si è altresì puntualizzato che occorre distinguere tra modifiche “obbligatorie” (in quanto indispensabili per assicurare il rispetto delle previsioni del piano territoriale di coordinamento, la razionale sistemazione delle opere e degli impianti di interesse dello Stato, la tutela del paesaggio e dei complessi storici, monumentali, ambientali e archeologici, l’adozione di standard urbanistici minimi), modifiche “facoltative” (consistenti in innovazioni non sostanziali) e modifiche “concordate” (conseguenti all’accoglimento di osservazioni presentate al piano ed accettate dal Comune). Mentre per le modifiche “facoltative” e “concordate”, ove superino il limite di rispetto dei canoni guida del piano adottato, sussiste l’obbligo della ripubblicazione da parte del Comune, diversamente, per le modifiche “obbligatorie” tale obbligo non sorge, poiché proprio il carattere dovuto dell’intervento regionale rende superfluo l’apporto collaborativo del privato, superato e ricompreso nelle scelte pianificatorie operate in sede regionale e comunale, come risulta essersi verificato nella fattispecie in esame.
16.1. La necessità di ripubblicazione del piano, dunque, viene ritenuta sussistere allorché, in un qualunque momento della procedura che porta alla sua approvazione, vi sia stata una sua rielaborazione complessiva, cioè un mutamento delle sue caratteristiche essenziali e dei criteri che alla sua impostazione presiedono (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 12 marzo 2009, n. 1477; id., 25 novembre 2003, n. 7782; cfr. anche la più recente Cons. Stato, sez. IV, 19 novembre 2018, n. 6484).
Si tratta di orientamento seguito anche dalla giurisprudenza di prime cure, secondo la quale la necessità di ripubblicazione si impone allorquando fra la fase di adozione e quella di approvazione siano intervenuti mutamenti tali da determinare un cambiamento radicale delle caratteristiche essenziali del piano e dei criteri che presiedono alla sua impostazione (cfr., ex plurimis, T.A.R. Lombardia, Milano, sez. II, 26 novembre 2018, n. 2677).
16.2. Rileva infine il Collegio che debba escludersi che si possa parlare di rielaborazione complessiva del piano, quando, in sede di approvazione, vengano introdotte modifiche che riguardano la disciplina di singole aree o singoli gruppi di aree (Cons. Stato, sez. IV, 19 novembre 2018, n. 6484, cit. supra); in altri termini, l’obbligo de quo non sussiste nel caso in cui le modifiche consistano in variazioni di dettaglio che comunque ne lascino inalterato l’impianto originario, quand’anche queste siano numerose sul piano quantitativo ovvero incidano in modo intenso sulla destinazione di singole aree o gruppi di aree (cfr. T.A.R. Lombardia, Brescia, sez. I, 8 maggio 2017, n. 614; T.A.R. Campania, Salerno, sez. I, 8 maggio 2017, n. 880). Il che è quanto accaduto nel caso di specie, che ha riguardato, come già precisato, le aree a contorno di ville storiche disseminate nel territorio comunale.
A ciò si aggiunga che al riguardo la parte ricorrente si è limitata a contestare la indebita natura di variante generale delle modifiche apportate al P.R.G. in recepimento della delibera di G.R. n. 7557/1996, senza tuttavia dimostrare che vi sia stata una rielaborazione complessiva del piano adottato dal Comune, id est un mutamento delle sue caratteristiche essenziali e dei criteri che alla sua impostazione presiedono. Anche a prescindere, pertanto, dall’avvenuta accettazione formale delle indicazioni regionali da parte del Comune, il motivo è privo di base.
17. Lamenta infine la parte appellante che l’apposizione del vincolo sarebbe conseguita ad una disamina “a tavolino” del contesto, con palese difetto di istruttoria, funzionale a verificare l’effettivo pregio del manufatto, in pessimo stato, e del giardino circostante.
Anche questo motivo è infondato.
Premesso che l’assenza di pregio appare del tutto compatibile con un vincolo che riguarda l’epoca di realizzazione dell’immobile, risalente all’800, e il contesto nel quale è compenetrato, non assumendo rilievo lo stato di abbandono del giardino e perfino il degrado della villa, la censura attiene al merito dell’azione amministrativa. Come risulta dagli atti, tutti gli edifici sparsi versanti nella medesima situazione sono stati qualificati d’interesse storico-architettonico, con varie gradazioni dei vincoli e prescrizioni differenziate per gli interventi autorizzabili.
18. Conclusivamente, pertanto, l’appello va rigettato e, per l’effetto, va confermata la sentenza del T.A.R. per la Puglia n. 486/2008.
Restano assorbiti tutti gli argomenti di doglianza, motivi od eccezioni non espressamente esaminati che il Collegio ha ritenuto non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso.
Spese del presente grado compensate, stante la complessità ricostruttiva in fatto e in diritto, della questione dedotta in giudizio.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge e, per l’effetto, conferma la sentenza del T.A.R. per la Puglia n. 486/2008.
Spese del grado di giudizio compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 1° ottobre 2019 con l’intervento dei magistrati:
Raffaele Greco, Presidente
Fulvio Rocco, Consigliere
Antonella Manzione, Consigliere, Estensore
Giovanni Orsini, Consigliere
Cecilia Altavista, Consigliere 
L’ESTENSOREIL PRESIDENTE
Antonella ManzioneRaffaele Greco
 
IL SEGRETARIO