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martedì 15 dicembre 2015

Così Banca Etruria cambiò pelle All’origine del caso Boschi

Il Corriere Fiorentino di oggi pubblica un articolo con la storia del sig. Lorenzo ROSI, ex Presidente Banca Etruria, e la sua provenienza professionale: era stato a capo della Castelnuovese S.C., coop “rossa” che operava nel campo del mattone e poi della gestione rifiuti, inclusa la discarica di Terranuova Bracciolini (ove vanno i rifiuti indifferenziati della Valdisieve). 

Noi della Rete Valdisieve abbiamo imparato che la Castelnuovese faceva parte delle diverse scatole cinesi che erano interessate a finanziare IL nuovo inceneritore di Selvapiana per circa 20 milioni di euro  su un finanziamento di 104 Mil. di cui 27 tra privati e soci (tra cui Mps e Banca Etruria). 
QUI UN ESTRATTO





















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L’ascesa di Lorenzo Rosi, l’ex presidente ora indagato, nella coop dell’edilizia. Poi la banca. Al vertice col padre della ministra

di Marzio Fatucchi

AREZZO - Ci sono volute due sante alleanze perché Banca Etruria — banca centenaria, degli orafi, della massoneria aretina — cambiasse pelle. Nel suo finale di partita non sono stati aretini, ma valdarnesi, a guidarla: Lorenzo Rosi e Pier Luigi Boschi.E per capire perché bisogna spostarsi 39 chilometri a nord e 18 anni indietro nel tempo . L’attenzione ora è concentrata sulla presenza di Pierluigi — padre del ministro Maria Elena Boschi da Laterina — negli ultimi 5 anni di vita di Banca Etruria. Ma è a San Giovanni Valdarno che comincia nel 1997 il viaggio che porterà Lorenzo Rosi ad essere l’ultimo presidente di Bpel.

La «santa alleanza»

Diciotto anni fa, muore Stefano Sani, presidente della Castelnuovese, storica coop rossa. E Bruno Pelegani, uomo Unipol del Valdarno, ex sindaco di Cavriglia Pci-Pds-Ds, fa un’eresia. Propone Rosi, cattolico e vicino alla Dc, alla guida della coop. Ha individuato in quel brillante geometra l’uomo della svolta e della diversificazione: la Castelnuovese passa dal mattone alla gestione delle discariche (a partire da Terranuova Bracciolini), quindi l’ingresso nella gestione dei rifiuti. Comincia anche a costruire centri commerciali in Val di Chiana, un altro in Abruzzo, i primi di una lunga serie. La «santa alleanza» si realizza anche con ottimi rapporti con la «banchina» locale, il credito cooperativo del Valdarno. Ma fino al 2008, Arezzo è lontana.

Rosi in Etruria

In quell’anno Rosi entra in Etruria: è solo membro del Cda, alla guida c’è il padre-padrone Pietro Faralli, presidente dal 1989 al 2009. Rosi sarà fondamentale per il voto in cda (sette voti contro otto) che portò nel 2009 all’elezione del vice di Faralli alla presidenza, l’ex deputato Dc Giuseppe Fornasari. Rosi, l’uomo della «coop rossa del territorio» (ormai meno rossa) cambia gli equilibri della «banca del territorio» divisa da sempre tra Dc e massoneria. Sempre nel 2009, l’imprenditore Rossano Soldini, membro del Cda, si dimette denunciando linee di credito per amministratori aperte fino a 250 milioni di euro: qualcosa di simile si legge oggi, nelle carte di Bankitalia. Ma da tempo la solidità della banca non è più la stessa. Già dal 2002 Bankitalia ha chiesto ad Etruria di essere più prudente, la crisi del 2007 colpisce prima le imprese orafe, poi le altre. Nei bilanci salgono le sofferenze. E nel 2010 — anno della prima ispezione di BankItalia, senza sanzioni — ecco Boschi padre nel Cda e il figlio, Emanuele, comincia a lavorare nel settore recupero crediti.

Boschi padre

Quella di Boschi padre è una presenza importante per il rapporto con il Valdarno (area meno in crisi dell’aretino), per i suoi legami con il mondo dell’agricoltura, da uomo di Coldiretti e la capacità, riconosciutagli anche dagli (ex) avversari del Pci di affrontare i problemi pratici della zona. Il suo ingresso in Etruria sancisce la vera seconda «santa alleanza» tra «rossi» — forti della loro Castelnuovese e presenti nella Banca con Rosi — e «bianchi», forti nel mondo bancario di cui le imprese rosse hanno bisogno. Ad essere debole, però, è Etruria.

La prima crisi nel 2012

Nel 2012 (Rosi diventerà vicepresidente di Etruria l’anno dopo) la prima crisi: parte una ricapitalizzazione e l’operazione immobiliare «Palazzo della Fonte». Entrambe verranno contestate da Bankitalia nelle ispezioni del 2012 e del 2013 (ora indaga la Procura di Arezzo) che porteranno sanzioni (da oltre 140 mila euro) per tutti gli amministratori, Rosi e Boschi padre compreso. Ma nel 2012 cambia tutto, politicamente, per Boschi: sua figlia diventa la capofila del gruppo di fuoco tutto rosa di Matteo Renzi alle primarie del centrosinistra. Da «babbo Boschi» diventa «babbo della Boschi». Ma resta al suo posto.

Bankitalia

La presenza di Rosi e Boschi è la garanzia del rapporto della banca con il territorio (e con i soci). Spetta a loro due, nel 2014, prendere le redini e seguire le indicazioni di Bankitalia per puntare all’aggregazione che può salvare Etruria, ormai sottocapitalizzata e con sofferenze in crescita esponenziale. Rosi diventa presidente nel maggio 2014, Boschi vice. Sua figlia Maria Elena è già ministro, la banca subisce le prime polemiche politiche dell’opposizione che punta il dito contro il (paventato) conflitto di interessi governo-banca. Perché Pier Luigi, uomo noto per il suo understatement resta ai vertici della banca? Per portare avanti il piano salva-Etruria, come Rosi, seguendo pedissequamente le richieste di Bankitalia? A ripensarci oggi, un azzardo. C’è chi, in Valdarno, parla di senso di responsabilità. Altri come di un segnale per rassicurare i propri mondi di riferimento.

L’estate 2014

Arriva poi l’estate 2014, l’offerta di acquisto (perorata da Bankitalia) da parte della Banca popolare di Vicenza, un euro ad azione, il valore era di 0,70. Rosi aveva dichiarato, appena insediato: sì alle fusioni ma resti l’autonomia. L’offerta viene rifiutata (peserà il no degli orafi aretini, i vicentini sono competitor nel settore) nel dicembre 2014. Gli ispettori di Bankitalia sono di nuovo in sede. A fine 2014 il governo decide: le popolari si devono trasformare in spa, il titolo di Etruria schizza (ora a Roma indagano). Infine, il commissariamento choc a febbraio 2015, durante la riunione del Cda che doveva approvare il piano di risanamento concordato da Rosi con Bankitalia: saranno i commissari ad applicarlo, praticamente identico. Perché vertici del Valdarno non ci sono più. E, dopo dieci mesi, neanche la «banca di Arezzo».

fonte: http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/politica/15_dicembre_15/cosi-banca-etruria-cambio-pelle-all-origine-caso-boschi-ab8e7d20-a307-11e5-85ec-3991835d782a.shtml?refresh_ce-cp

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