VALORIZZARE DIFENDERE SALVAGUARDARE LA VAL DI SIEVE

L' Associazione Valdisieve persegue le finalità di tutelare l'ambiente, il paesaggio, la salute, i beni culturali, il corretto assetto urbanistico, la qualità della vita e la preservazione dei luoghi da ogni forma d'inquinamento, nell'ambito territoriale dei comuni della Valdisieve e limitrofi.

lunedì 5 dicembre 2016

A PROPOSITO DI CORRUZIONE E GRANDI OPERE

Le parole chiave del saccheggio. Il Mose

di Gianni Belloni e Antonio Vesco

acqua alta
        venezia 4In periodi di grande caos sistemico come quello attuale, capita spesso di leggere affermazioni che esprimono un plauso incondizionato per una fideistica osservanza del rispetto delle regole o delle leggi. Qualunque regola e qualunque legge, perfino quando essa contraddice in modo palese le ragioni del buon senso o il senso della misura. È uno dei molti casi in cui risulterebbe di grande utilità una pur sommaria rilettura della vicenda del Mose. Sia chiaro, non stiamo parlando di una storia di politici corrotti ma del più grande e complesso sistema di corruzione dell’Italia repubblicana. Un sistema tanto efficiente e raffinato da riuscire a corrompere, tra le altre cose, ogni livello di controllo: Magistrato alle Acque, Corte dei Conti, Guardia di Finanza, politica. Ecco, il più eclatante esempio italiano dell’impossibilità di distinguere con nettezza lo Stato dalla criminalità, la più “alta scuola” nostrana di corruzione, è nato e si è avvalso di una legge votata, con tutti i crismi, dal parlamento repubblicano, la legge n. 798 del 1984 (la legge speciale bis). Quello del Mose, come racconta in sole sette parole chiave questo prezioso articolo, è stato inoltre forse il primo sistema corruttivo che non ha “investito” semplicemente per acquisire un permesso o una commessa, ma per convincere l’opinione pubblica del proprio operato
Attorno alla laguna di Venezia è stato eretto il più grande e complesso sistema corruttivo della storia repubblicana. Di questo scandalo molto si è detto, ma pensiamo possa valere la pena sottolineare in questa sede alcune parole chiave di quel sistema che, in qualche modo, trascendono la vicenda legata al Consorzio Venezia Nuova (CVN) e alla costruzione delle paratoie mobili erette per difendere Venezia e la sua laguna dalle acque alte.
Un miliardo di sole tangenti distribuite a politici, funzionari, magistrati e forze dell’ordine per oliare i meccanismi decisionali, allentare i controlli, promuovere nuove iniziative. In quanto monopolista ed unico interlocutore con i pubblici poteri il CVN poteva contare su canali di approvvigionamento legali come gli oneri di concessione – da “redistribuire” secondo le necessità in tutta autonomia – fissati al 12% su ogni lavoro – circa 700 milioni di euro finiti nelle casse della centrale delle tangenti. O gli interessi bancari sui prestiti che il Consorzio stabilisce autonomamente, ma paga lo Stato. O il mancato ribasso sugli appalti assegnati dal Consorzio, mediamente del 30%, e invece assegnati a prezzo pieno.
Occorre chiarire che questo abnorme sistema corruttivo e criminale è nato grazie ad una legge votata, con tutti i crismi, dal parlamento repubblicano, la legge n. 798 del 1984 (la legge speciale bis). Quella legge conteneva al suo interno un formidabile dispositivo criminogeno: “il Ministero dei Lavori pubblici è autorizzato, in deroga alle disposizioni vigenti, ad avvalersi dello strumento del concessionario unico, da scegliere, mediante trattativa privata, tra imprese di costruzione e loro consorzi, idonei dal punto di vista imprenditoriale e tecnico (articolo 3 comma 1, lettera a)”. Grazie a quell’articolo, e alle successive specificazioni, un gruppo di imprese, quelle afferenti al Consorzio Venezia Nuova, assumeva il monopolio degli studi (raccogliendo ed organizzando gli studi e le informazioni sull’ecosistema lagunare), la sperimentazione, la progettazione e l’esecuzione delle opere necessarie per la salvaguardia della Laguna. La nuova legge per la salvaguardia di Venezia stabiliva molte altre cose, alcune indubbiamente positive e che determineranno un miglioramento nella qualità ambientale della Laguna e dell’area urbana di Venezia. Ma la legge ha il suo marchio di fabbrica nella costituzione di un monopolio privato a cui viene delegata non solo l’esecuzione materiale dei lavori, ma anche il controllore di se stesso, e delle eventuali modifiche da apportare al piano degli interventi.
Il consorzio di imprese (il CVN) era già costituito al momento dell’approvazione della legge e già titolare di una convenzione con il Magistrato alle acque – organo decentrato del Ministero dei Lavori pubblici – al fine di “predisporre un piano generale degli studi e sperimentazioni” e l’esecuzione di lavori alle bocche di porto del Lido di Venezia. Insomma la legge indica, tra le righe, dei nomi e dei cognomi, che sono poi le più importanti imprese di costruzione italiane, private e statali1. Una straordinaria concessione di potere non solo per l’ingente mole di risorse economiche su cui il Consorzio ha potuto contare negli anni, ma per il fatto che il progetto non era per nulla definito, ma sarà il frutto di studi di cui lo stesso Consorzio diverrà l’unico detentore. Tanto più che l’organo di controllo pubblico, cioè il Magistrato alle Acque, era impossibilitato, per le sue dimensioni e competenze, ad esercitare un serio controllo sui lavori in corso.
Malgrado il fiume di denaro riversato sul Consorzio ed i suoi affiliati, i lavori per le bocche di porto della Laguna inizieranno solamente nel 2003, sotto il governo Berlusconi e dopo l’approvazione della Legge Obiettivo. Nei vent’anni che intercorrono dall’approvazione della legge speciale all’inizio dei lavori – e che non sono oggetto dell’inchiesta della magistratura, che ha preso in esame solo l’ultimo periodo di esistenza del Consorzio – sono stati effettuati studi ed analisi, sono state finanziate ricerche, associazioni culturali e case editrici: soprattutto, è stata “convinta” una città e un paese della bontà delle proprie intenzioni e dei propri progetti. “Comunque adesso vedo con piacere che il Consorzio Venezia Nuova è accolto dalla buona e dalla meno buona borghesia veneziana”, ebbe a commentare nel 1986, nemmeno ironico, Gianni De Michelis, il vero artefice della Legge speciale e della concessione unica.
Dopo l’alluvione del 1966 Venezia è stata teatro, e soggetto, di un ricchissimo dibattito sulla sua salvaguardia. All’indice decenni di incuria e di moderno accanimento – si pensi alla costruzione della zona industriale di Porto Marghera sulla sponda lagunare o allo scavo di profondi canali per il transito delle petroliere – contro il secolare e “serenissimo” equilibrio che aveva garantito la Laguna e la città. Il dibattito vedeva il contendersi di due tendenze: una ingegneristica e meccanica che guarda essenzialmente allo scambio idraulico alle bocche di porto (“i rubinetti per regolare l’afflusso di acqua nel bacino”), e l’altra che vede la Laguna come un ecosistema complesso caratterizzato da un equilibrio dinamico – da preservare con interventi diffusi – che ha fatto sì che questo luogo non fosse terra e nemmeno mare, ma zona di transizione. La legge speciale ha rappresentato un compromesso tra queste due visioni con l’affastellarsi della grande opera, il Mose – l’intervento ingegneristico alle bocche di porto – e delle opere diffuse di manutenzione e ripristino dell’equilibrio lagunare. Ma il Mose ha assorbito la gran parte delle risorse (dall’approvazione della legge obiettivo il cento per cento) e degli interventi diffusi da diversi anni non vi più traccia.
Il sistema Mose è una sorta di “alta scuola” della corruzione, un sistema raffinato da cui si può imparare per comprendere anche altri casi. Questo spettacolare sistema di saccheggio può essere descritto e compreso per parole-chiave:
  1. Consenso. “Il Consorzio Venezia Nuova (…) finanziava libri, riviste e film, era uno strumento che serviva per fare tutt’altro. Per finanziare le cose più incredibili. Come libri, opere letterarie”. Lo ha dichiarato recentemente il presidente dell’Anac (l’Autorità nazionale anticorruzione) Raffaele Cantone. Ci permettiamo di dissentire: finanziando libri, film e ricerche di ogni tipo, il CVN ha fatto esattamente il suo mestiere: acquistare il consenso, e comunque l’acquiescenza – di una città intera. La comunicazione era al centro della strategia del Consorzio, basti dire che l’ufficio stampa, ai tempi d’oro, contava su uno staff di 18 persone. E’ stato forse il primo sistema corruttivo che non ha “investito” semplicemente per acquisire un permesso o una commessa, ma per convincere l’opinione pubblica del proprio operato.
  2. Danno. Alcuni studiosi, come Nathaniel Leff e Samuel Huntington, sostengono che la corruzione può aumentare l’efficienza, dando la possibilità di aggirare regole eccessivamente rigide. In realtà la corruzione, come mostra la storia del Consorzio Venezia Nuova, incide direttamente nella qualità delle opere. Il cedimento di una diga al Lido o lo scoppio di un cassone a Malamocco sono solo alcuni degli incidenti capitati negli ultimi mesi al cantiere del Mose. Giuseppe Fiengo, uno dei tre commissari chiamati a mettere ordine nel funzionamento del Consorzio dopo il deflagrare dell’inchiesta della magistratura, ha rivelato: “cominciamo ora a vedere che questo meccanismo ha portato a delle falle, a delle criticità nella realizzazione delle opere”.
  3. Sapere. La partita più importante il Consorzio Venezia Nuova l’ha giocata sul terreno delle conoscenze sull’ecosistema lagunare. Il controllo dei risultati degli studi, l’interlocuzione diretta con i dipartimenti di ricerca, la disponibilità e l’autonomia nel finanziare ricerche hanno permesso al Cvn di monopolizzare il dibattito scientifico indirizzandolo verso le soluzioni più gradite. Si è trattato di una vera e propria corruzione del mondo scientifico ed intellettuale. Ed anche un partita giocata contro le conoscenze “tacite”, “il sapere dei pescatori” rinverdita dagli ambientalisti, la sapienza secolare degli abitanti della laguna che nulla hanno potuto contro la conoscenza formalizzata ed “autenticata” da prestigiose accademie internazionali lautamente finanziate (tra queste il prestigioso Mit di Boston)
  4. Sovranità. “Hanno dato in concessione Venezia al Consorzio Venezia Nuova”, fu il commento alla legge speciale bis di Gianni Pellicani, vicesindaco comunista di Venezia. Era insomma molto chiaro ciò che stava accadendo: non solo la costituzione di un monopolio di fatto che ha colliso con le elementari regole della libera concorrenza, ma l’abdicazione tout court da parte di pubblici poteri del ruolo governante in una sua funzione – la salvaguardia di Venezia – in un territorio – Venezia e la laguna. Un’ammissione di incapacità dopo l’approvazione, dieci anni prima, della prima legge speciale per Venezia. Siamo di fronte ad una logica antica e post-moderna allo stesso tempo: la riedizione di una logica feudale con l’incoronazione di un vassallo e il costituirsi di una geografia dei poteri in cui predomina l’indistinzione tra poteri politici e poteri economici. Ai tempi di Tangentopoli il rapporto tra sfera pubblica e sfera privata, per quanto corrotto e inquinato, rimaneva pur sempre un rapporto di distinzione e separazione. Dalle collusioni occulte fra interessi pubblici e interessi privati su cui si era retto il vecchio sistema della corruzione si è passati alla loro confusione esplicita ed istituzionalizzata.
  5. Politica. All’interno del sistema corruttivo, e dentro la nuova geografia del potere che il sistema corruttivo sosteneva, la politica ha esercitato un ruolo tutt’altro che secondario. Con buona pace delle retoriche che individuano per la politica un ruolo marginale, Giancarlo Galan, da presidente della Regione Veneto, e Renato Chisso, da assessore alle infrastrutture, hanno saputo piegare e plasmare la struttura regionale riducendola a struttura di servizio della cricca. Quello che emerge dall’inchiesta è una capacità di comando dei politici indispensabile per il buon procedere del saccheggio
  6. Controlli. Luigi Magistro, uno dei tre comissari del Consorzio, ha dichiarato: “Quando la competenza cresce, con delle responsabilità gigantesche, e non si fa nulla per implementare l’organismo che deve vigilare sul corretto svolgimento delle operazioni è già lì lo scandalo. Per il Mose sono stati spesi 8 miliardi di euro, con tutta una serie di anomalie e sprechi. Ma io dico: su 8 miliardi che sono stati spesi, non se ne potevano spendere dieci milioni in più per rinforzare gli organismi di vigilanza?”. Tutti i livelli di controllo del Consorzio sono stati corrotti: Magistrato alle Acque, Corte dei Conti, Guardia di Finanza, politica.
  7. Impresa. Ogni impresa aveva il proprio politico di riferimento, non solo all’interno del Consorzio. Dall’ordinanza della procura emerge il quadro di imprese che non potrebbero andare avanti senza il loro “santo in paradiso”. Il sistema costruito attorno al Consorzio Venezia Nuova garantiva agli imprenditori una rendita di posizione invidiabile, e in molti casi vitale, gestita con piglio paternalistico dal dominus Giovanni Mazzacurati, che si ritagliava il ruolo di tutela dei “piccoli”, garantendo che nessuno interno al circuito venisse emarginato. Siamo di fronte a circuiti protetti, a reti di reciprocità all’interno delle quali vengono ammorbidite – dalla logica dei favori e degli scambi occulti – le severe leggi del mercato e della concorrenza. Una regolazione sistematica delle opere pubbliche dà vita a circuiti chiusi dell’economia locale, accessibili soltanto per le imprese in possesso dei requisiti economici e del capitale sociale necessario. Di fronte a questa tendenza sistemica suonano particolarmente imbarazzanti (e imbarazzate) le reazioni dei rappresentanti degli imprenditori rispetto alle vicende emerse.